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 355 - CAMBIARE SE STESSI E IL MONDO A 20 ANNI

 

IL MULTIFORME SESSANTOTTO

Sono passati quarant’anni. Quarant’anni o quaranta secoli? Effettivamente, ripensando a quei tempi, la differenza col 2008 è stridente. Sembra quasi che i “sessantottini” non fossero esseri umani, ma abitanti di un altro pianeta. Ma occorre subito porre un’importante precisazione.

Per la maggioranza degli italiani il 1968 è stato un anno come gli altri, disturbato solo da qualche testa calda che faceva fracasso per la strada. Ma se le “teste calde” erano una minoranza, non erano un gruppo sparuto. Anche se forse si trattava di un italiano su venti, nelle scuole, nelle università, e anche in alcuni luoghi di lavoro, lo slancio irriverente e utopistico riusciva a coinvolgere un più vasto numero di persone. E indirettamente anche le loro famiglie. È possibile in qualche modo, imparare qualcosa da quella straordinaria esperienza? Proviamoci.

 

Anni Sessanta, la storia spicca il volo

Se, tra mille anni, qualche studente vorrà approfondire un appassionante periodo storico, penso che gli anni Sessanta del XX secolo potranno essere più che stimolanti.

Il mondo cambiava. Conquistavano la libertà coloro che fino ad allora apparivano come i “dannati della terra”. In pochi anni, tramontavano i grandi imperi coloniali. In parecchi casi il passaggio avvenne pacificamente. in altri in seguito a dure lotte, come in Algeria. In America latina si lottava contro feroci dittature. Cuba rappresentava una grande speranza. Nel mondo comunista sembrava superato il modello sovietico. Cina e Vietnam fornivano nuove affascinanti alternative. E mentre si affacciavano nuovi orizzonti, le relazioni tra Usa e Urss facevano registrare un andamento altalenante. Ma l’impegno a rinunciare agli esperimenti atomici nell’atmosfera costituì un apporto decisivo per una pacifica convivenza tra le due superpotenze,

Cambiava il nostro modo di vivere. Lavatrici, frigoriferi, televisori, automobili. Grande immigrazione dal sud al nord. L’Italia contadina diventava una potenza industriale. Finalmente era arrivato il benessere sognato da millenni! Malgrado enormi contraddizioni, l’italiano medio alla fine del decennio viveva molto meglio.

Una nuova Pentecoste. Per il mondo cattolico il Concilio e il postconcilio rappresentarono una svolta epocale. La chiesa era il popolo di Dio! Con gioia e speranza si guardava al mondo e all’avvenire. Ci si buttava con foga a leggere e vivere la Parola di Dio. Era arrivata la fine dei tempi?

 

La fantasia al potere

Marx, Mao, Marcuse, la santissima trinità… Sesso = Vita = Rivoluzione Queste sono due delle tante scritte che adornavano i muri di Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino. Era anche il quartier generale dei “contestatori”. Abbiamo dimenticato il ruolo svolto (anche inconsciamente e indirettamente) dal pensiero di Marcuse nel movimento di quell’anno. È il filosofo che esige il superamento di una conoscenza filosofica tagliata fuori dal futuro. Attraverso la fantasia ci si proietta verso un futuro, non fatto di Aldilà e Vita Eterna, ma verso la soddisfazione, già possibile oggi, dei bisogni. La fantasia collega l’inconscio con la coscienza, il sogno con la realtà. Già oggi è possibile la liberazione totale dell’umanità, liberazione dall’oppressione sociale, ma anche dalla repressione che frena e immiserisce la nostra personalità.

Come fa notare Anna Bravo (A colpi di cuore, Laterza 2008), «occorre portare il Vietnam dentro di sé, incarnare il bisogno di liberazione, cambiare vita, non domani ma subito. Il contrario dell’ideologia dei due tempi, “sacrifici oggi, paradiso domani”, anche perché questo paradiso non arriva mai. Lo stesso concetto di impegno, sempre “a favore di” è lontano dall’orizzonte di molti studenti. La priorità consiste nel capire se stessi, mettersi in discussione, seminare irriverenza nei confronti di qualsiasi autorità creando una forte autostima. Occorre frantumare la storica divisione tra vicino e lontanissimo, tra pubblico e privato, tra individuo e collettività: tutto è politica».

Tornando a Marcuse, la via maestra per l’autentica liberazione consiste nel togliere freni all’eros. Nella nostra società repressiva domina il principio di prestazione che assorbe ogni energia a scapito di ogni richiesta soggettiva di felicità e piacere. Tale imperativo efficientistico comporta una dis-erotizzazione del corpo umano, a tutto vantaggio di una tirannide genitale. Liberazione significa invece ri-sessualizzazione totale del soggetto e delle sue zone erogene, trasfigurazione del sesso in eros: la vita viene vissuta come gioco, attività libera e creativa, antitetica al lavoro alienato. La vita è fatta di momenti magici, l’esistente non è l’unico mondo, c’è un altro mondo tutto da inventare, il gioco non ha fine!

A questo proposito non è stato un fatto secondario il diffondersi delle minigonne e dei capelloni. Si voleva affermare un modo di presentarsi completamente diverso da quello della generazione precedente. Si desiderava vivere una sessualità diversa, libera, creatrice provocatrice e impertinente.

 

Il rivoluzionario è un asceta

«Il guerrigliero deve osservare una condotta morale capace di accreditarlo come il vero sacerdote della riforma che esige… Il soldato guerrigliero deve essere un asceta». L’autore di questo appello è uno dei principali simboli del Sessantotto: Che Guevara. Un deciso imperativo etico si accompagnava, in modo contraddittorio, alle spinte edonistiche sopra descritte. La testimonianza resa dai martiri costituiva un messaggio molto forte. A un gruppo di genitori angosciati che domandavano ai figli contestatori «Non pensate che ci sia qualcuno che vi strumentalizza?», uno studente rispondeva: «Sì, è vero, c’è qualcuno che ci “strumentalizza”: seguiamo l’appello di molti maestri. Ma chi mai sono questi nostri “capi”? Sono tutti morti: Che Guevara, Camilo Torres, Malcolm X, Martin Luther King, don Milani. Sono loro che ci plagiano, denunciateli!».

Nelle aule di palazzo Campana, uno dei “controcorsi” più seguiti riguardava la lettura e il commento di Lettera a una professoressa. In questo breve saggio si proponeva una scuola severissima e impegnativa al massimo grado: 12 ore al giorno, 365 giorni l’anno. Agli insegnanti si chiedeva di lottare per trasmettere un’autentica cultura soprattutto al ragazzo che appare «cretino e svogliato: a costo di passare da pazzi, svegliandosi di notte col pensiero fisso su di lui, andando a cercarlo a casa se non torna».

Una spinta fondamentale nella direzione di un radicale coinvolgimento esistenziale era costituita dall’esempio (spesso mitizzato) della Rivoluzione Culturale cinese. Non un gruppo di monaci e neppure (come proposto dal Che Guevara) un esercito di partigiani impegnati nella guerriglia: compito difficile ma circoscritto in uno spazio e in un tempo ben limitati. Si trattava invece di un popolo intero, il più numeroso del mondo, che stava scegliendo uno stile di vita ispirato all’austerità, all’uguaglianza, alla solidarietà di classe, al superamento dell’egoismo in ogni aspetto della vita quotidiana (cfr. il foglio 346). E in Italia, erano decine di migliaia coloro che si impegnavano a seguire questo esempio illuminante.

E quale era la proposta etica del Concilio? Non più la vecchia morale tradizionale, sessuofoba e legalistica. La Chiesa doveva essere prima di tutto la Chiesa dei poveri. Lotta per la pace e la giustizia, vivere fino in fondo, in prima persona, il Messaggio evangelico nella povertà, nella condivisione, nella nonviolenza, nell’obiezione di coscienza.

Inoltre la partecipazione attiva alle assemblee, l’essere presente (con qualche rischio) al corteo settimanale, la preparazione di documenti e, soprattutto, per molti, la quotidiana dura lotta in famiglia con genitori spesso decisamente contrari… tutto ciò comportava un impegno spesso faticoso. «C’è nel mondo qualcosa di nuovo, bisogna convocare un’assemblea!». E l’appello raccoglieva un’imponente partecipazione, fosse pure pochi giorni dopo il 20 agosto, in seguito all’invasione della Cecoslovacchia. «Sono al mare, sono in montagna, sono in viaggio: non importa, torno a Torino, c’è l’assemblea, occorre prendere posizione contro la politica imperialista dei revisionisti sovietici!». Cambiare il mondo è bello, ma talvolta è scomodo.

 

«La rivoluzione non è un pranzo di gala, un disegno, un ricamo…»

«…La rivoluzione è un atto di violenza». Questa una delle citazioni più note del famoso libretto rosso. Fino a che punto i sessantottini erano “violenti”? Fino a che punto erano coscienti che il portare avanti un progetto di cambiamento radicale li avrebbe posti di fronte al dilemma violenza-nonviolenza? Molti inneggiavano al Vietnam che «vince perché spara». Molti gridavano «guerra no, guerriglia sì». Molti avevano, negli anni passati, difeso il diritto all’obiezione di coscienza. Ma fino a un certo punto, cioè per tutto il 1968, il problema non è stato affrontato. Al primo posto c’era l’esperienza personale e quotidiana di un cambiamento del modo di vedere il mondo.

Perché in seguito si diffusero sempre più slogan truculenti? Perché nel corso degli anni Settanta la violenza perse il carattere di gioco, di partita sportiva coi caramba e coi pulotti? Perché a poco a poco si pongono le basi da un lato per il riflusso dei delusi, dall’altra per la deriva terroristica?

Non me la sento di proporre una risposta esauriente. Forse la posta in gioco, cambiare il mondo, appariva talmente alta che non era il caso di fare gli schizzinosi con inutili disquisizioni sui mezzi. Forse tra i seppellitori del Sessantotto sono da annoverare coloro che, partendo da una giusta critica all’aspetto ludico del movimento, pretesero di irrigidirlo in gabbie soffocanti. Alla “fantasia” subentrava il dottrinarismo. «Per fare la Rivoluzione occorre un Partito rivoluzionario, costruiamo il Partito!». Forse è inevitabile, come spiega Sartre, che ogni rivoluzione, passato il primo momento eroico, subisca un’involuzione in senso autoritario.

Forse l’errore più grave dei sessantottini è stato l’aver avuto troppa fiducia nella bontà della natura umana. «Basta cambiare la società e l’umanità manifesterà il meglio di se stessa!». A distanza di 40 anni, in un quadro di doloroso impoverimento culturale, etico e politico, l’umile lezione che possiamo trarne è un invito a un impegno paziente, mediante mezzi nonviolenti, senza tuttavia perdere di vista l’obiettivo di cambiare il mondo. Per lasciare a noi e alle generazioni future un po’ di speranza, occorre anche tenere a freno la nostra impazienza, il nostro velleitarismo, le nostre finte certezze, le “speranze” frutto di un’ingenua presunzione.

Dario Oitana


 
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