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 328 - AGIOGRAFIA AL FEMMINILE

Caterina e le altre

Non è trascorso molto tempo da quando la Chiesa cattolica ha proclamato Teresa di Lisieux, nota come Teresina del Bambin Gesù, «dottore della Chiesa»: Teresa si è andata così ad aggiungere a Caterina da Siena, la terziaria domenicana che con la sua azione contribuì all’effimero ritorno del Papa da Avignone.

Queste due figure sono entrambe venerate con grande fervore dalla Chiesa e da numerosi cattolici. All’alba del XXI secolo ci si può però legittimamente domandare che cosa queste donne, mistiche e visionarie, possano insegnare ancora alle nuove generazioni e di quale messaggio spirituale possano essere considerate latrici. Sono molte le donne venerate come sante o beate all’interno del cattolicesimo, ma si ha spesso la sensazione che in realtà la spiritualità femminile sia profondamente incompresa dalle gerarchie ecclesiastiche e non di rado dagli stessi studiosi. Ci si potrebbe domandare, insomma, cosa si conosce realmente di queste donne a cui il popolo cattolico rivolge preghiere e suppliche e che sono proposte come modello di fede e di condotta religiosa.

 

Il problema delle fonti

Se si leggono con attenzione le Vite di queste mistiche, vite che spesso sono opera dei loro direttori spirituali, ci si rende conto che in realtà di esse noi conosciamo pochissimo: soprattutto non sappiamo quasi nulla delle motivazioni che le spingevano a condurre un’esistenza segnata da sofferenze terribili, fisiche e psicologiche, e a trasformare i loro stessi corpi in simboli della passione di quel Cristo di cui si consideravano spose.

Un’analisi rigorosa di queste figure dovrebbe partire dall’esame delle contingenze storiche, sociali e culturali all’interno delle quali esse si muovevano: soprattutto occorre soffermare l’attenzione sui direttori spirituali, che ne diventavano gli agiografi e interpretavano le azioni e le parole delle loro figlie spirituali alla luce della propria cultura e degli obiettivi che si prefiggevano. È molto difficile distinguere, nelle Vite di queste mistiche, ciò che risale a loro stesse e quanto invece è opera della rielaborazione compiuta dagli agiografi; inoltre bisogna sempre tenere presente che le stesse mistiche potevano riferirsi più o meno consapevolmente a determinati modelli, inseriti all’interno di una precisa tradizione agiografica. Nelle fonti è sempre presente infatti una tradizione letteraria consolidata che guida il racconto della vita di una mistica entro binari obbligati, riferendosi a precisi topoi agiografici, che si ritrovano costantemente in tutte le biografie di mistiche come Caterina da Siena. Per questo motivo, è necessaria la massima cautela nello studio di tali figure e delle loro biografie, perché a una lettura attenta parecchi episodi che incontriamo nei testi agiografici si rivelano inventati o amplificati dal biografo per inserire il proprio personaggio all’interno della tradizione agiografica oppure reinterpretati in funzione di ciò che l’agiografo vuole dimostrare. Soprattutto in una prospettiva storica è indispensabile non cedere alla tentazione di riletture troppo razionalizzanti, quali si incontrano in alcuni studi recenti, interpretazioni che analizzano le mistiche secondo una prospettiva psico-patologica, accostando i loro comportamenti a casi clinici recenti, per tentare di spiegare i motivi della loro condotta e soprattutto per cercare di comprendere quali meccanismi psicologici potevano portare queste donne a essere protagoniste di fenomeni eccezionali come le visioni, le stigmate e gli scambi del cuore con Cristo attribuiti, fra le altre, a Caterina da Siena, Caterina da Racconigi, Maddalena de’ Pazzi e Veronica Giuliani. Tali riletture non tengono sufficientemente conto del fatto che le descrizioni dei mali che affliggevano molte di queste donne e i loro comportamenti spesso incomprensibili sono fortemente influenzate da topoi agiografici molto precisi: attraverso una lettura comparativa delle varie fonti si rimane colpiti dalla ripetitività di tali testi, che sostanzialmente sembrano ripetere tutti la stessa storia, tanto che si può individuare uno schema tipo al quale tutti gli agiografi sembrano attenersi.

 

Uno schema ripetuto

Nella stragrande maggioranza dei casi, mistiche visionarie e profetesse come Caterina da Siena entrano in un ordine religioso, più spesso in un terz’ordine, dopo una strenua lotta contro la volontà dei genitori e soprattutto del padre e dei parenti maschi: la loro scelta viene osteggiata in modo anche violento dai familiari ma alla fine la volontà della ragazza ha la meglio, spesso dopo una grave malattia di quest’ultima o dopo un lutto familiare. Entrata a far parte della congregazione da lei scelta, la ragazza manifesta una spiccata indipendenza, spesso ribellandosi esplicitamente alle regole dell’ordine a cui appartiene e rifiutando di omologarsi alla condotta delle sue consorelle. In questa fase il controllo del direttore spirituale assume un’importanza fondamentale e non è raro lo scontro aperto con le autorità ecclesiastiche, che cercano di arginare la personalità troppo forte della loro protetta incanalandola all’interno di regole precise. Non è infrequente il caso di mistiche sospettate di essere streghe o eretiche, come accadde a Caterina da Siena e alla fiorentina Domenica del Paradiso, seguace del Savonarola. La donna alla fine si sottomette all’autorità del direttore spirituale, che diventa nello stesso tempo il suo più acceso devoto e, non di rado, decide di concludere la propria vita offrendosi in espiazione per i peccati del mondo, per la salvezza della Chiesa oppure della comunità a cui appartiene: questa comunità è quasi sempre la città nella quale si trovano il convento in cui la mistica risiede o la corte del signore laico che la protegge. Una caratteristica fondamentale di queste sante mistiche è, infatti, il loro profondo legame con un preciso territorio: le profetesse mistiche come Caterina da Siena e le numerose terziarie che, soprattutto fra il XV e il XVI sec., affollano il panorama religioso cattolico vengono presentate sempre come appartenenti a una comunità e a un contesto politico e sociale precisi. Sono protette da grandi signori laici e appoggiate dagli ordini religiosi a cui appartengono, i quali sono spesso in competizione fra loro: è emblematico il caso di Bologna, in cui si assiste alla competizione fra le suore Domenicane e le Clarisse, le quali fanno a gara per favorire presso la nobiltà cittadina il culto per Elena Duglioli da una parte e Caterina da Vigri dall’altra. Entrambe queste mistiche erano protagoniste di fenomeni straordinari e diventarono oggetto di un acceso culto popolare già quando erano in vita: Elena Duglioli dall’Olio aveva ricevuto il dono del latte pur essendo vergine e con esso nutriva i suoi fedeli; Caterina da Vigri sosteneva di conservare in un’ampolla il latte attinto dal seno della Madonna. Soprattutto su Elena Duglioli si sviluppò una complicata leggenda agiografica che la faceva discendere addirittura da una stirpe reale e la presentava come una seconda Cecilia, la leggendaria vergine martire paleocristiana, nelle cui vesti la rappresentò anche Raffaello. È evidente che il valore storico di tali leggende è nullo, ma è importante sottolineare la stretta rete di connessioni esistenti fra le mistiche venerate come sante: se Elena veniva affiancata a Cecilia, praticamente tutte le Vite delle mistiche successive a Caterina da Siena ripeteranno con poche varianti lo schema tracciato dal suo biografo, Raimondo da Capua – confessore di Caterina e maestro generale domenicano – e per questo motivo una valutazione storica dei fatti contenuti in tali fonti è estremamente ardua.

 

Femministe ante litteram?

Un altro pericolo da evitare nello studio di queste figure di mistiche è la tentazione di farne delle femministe ante litteram, che si sarebbero ribellate consapevolmente al potere maschile laico ed ecclesiastico raggiungendo piena autonomia in campo spirituale: queste donne erano profondamente persuase dell’inferiorità del sesso femminile rispetto all’uomo e dei laici rispetto ai religiosi e, anzi, proprio per questo motivo, si sentivano in dovere di spingere il proprio ascetismo e le connesse pratiche penitenziali fino a livelli estremi. Detto questo, non bisogna però nemmeno trascurare il fatto che esse a volte rovesciavano in parte i ruoli tradizionali imponendo il proprio punto di vista agli ecclesiastici che le guidavano e diventando oggetto di devozione per gli stessi uomini a cui si dichiaravano sottomesse: non di rado queste donne alternano dichiarazioni di esasperata umiltà – quali si possono leggere, ad esempio, nelle lettere di Caterina da Siena – a orgogliose rivendicazioni della propria autonomia spirituale e soprattutto del proprio personale, particolare, legame con Cristo, di cui si considerano spose predilette. A questo si aggiunge pressoché in tutti i casi una certa resistenza nel diffondere le proprie esperienze spirituali e nel confidare le proprie visioni: le mistiche sono molto spesso quasi obbligate dai confessori a fornire un resoconto delle loro esperienze spirituali e fisiche e a volte si rifiutano di confidare tutto ciò che ritengono che Dio abbia loro rivelato. Questa è una caratteristica costante, che si ritrova in Caterina da Siena – la quale rispondeva non di rado in maniera molto seccata alle domande di Raimondo da Capua – come in Teresina del Bambin Gesù, che si deciderà a scrivere le proprie memorie soltanto dopo averne ricevuto l’ordine perentorio dalla propria superiora; e colpisce particolarmente il caso della mistica cappuccina Veronica Giuliani, che fu costretta a riscrivere ben cinque volte il proprio diario spirituale per ordine dei suoi direttori.

Come si vede, non sono poche le questioni poste dallo studio dei culti intorno alle mistiche dell’epoca tardomedievale e moderna: la risposta alla domanda che ci eravamo posti inizialmente, sul messaggio che tali figure possono veicolare ai nostri giorni, deve partire necessariamente dalla messa a fuoco di tali problematiche.

 

Elisa Lurgo

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