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 359 - LA COMUNITÀ DEL VANDALINO

 

UNA STORIA «SESSANTOTTINA»

 

La preparazione (1964-1965). Vari gruppi hanno contribuito a formare la comunità. Il gruppo più folto era costituito dagli studenti della Gs (gioventù studentesca) il cui assistente era don Vittorino Merinas.

Un altro era formato da persone meno giovani che si riunivano periodicamente a studiare i documenti conciliari. Altri erano amici sparsi: alcuni lavoravano presso la parrocchia di Santa Teresina. Attraverso una rete informativa questi gruppi avevano scoperto le comuni affinità, non tanto teologiche quanto di volontà: cambiare se stessi, la chiesa, il mondo, mettendo in pratica la Parola di Dio. Quello che ci animava era: «leggiamo la Bibbia per viverla qui e ora!». Sentivamo di essere «chiamati» e disposti a «lasciare tutto, dare la pelle» per testimoniare il Vangelo di Gesù. Una spinta decisiva ci era stata data dal contatto con don Luigi Rosadoni, parroco a Firenze, che ci aveva raccontato il suo itinerario: dapprima uno studio accurato (esegesi sui testi originali) della Bibbia; quindi il passaggio alla prassi: solidarietà (anche nel linguaggio) coi proletari, comunità dei beni in un gruppo più ristretto, critica severa alla gerarchia.

 

Santa Cristina (fine 1965–fine 1967). Alla fine del 1965 (più o meno) abbiamo iniziato riunioni comuni nell’abitazione di Vittorino presso Santa Cristina nello spirito suddetto. Bibbia e vita, vita e Bibbia. Per Bibbia si leggevano brani scelti come esigenza del momento in cui ci trovavamo a vivere: Atti, I lettera di Giovanni, Efesini, Esodo. Questa parola scelta da noi in realtà la sentivamo come se a sua volta ci «scegliesse», ci interpellasse, ci sconvolgesse, ci portasse alla conversione, una «conversione a U».

Un momento essenziale era la «revisione di vita» in cui, con entusiasmo, mettevamo insieme ciò che eravamo, il nostro essere, i nostri problemi, le nostre inquietudini, la nostra voglia di cambiare… e insieme ciò che avevamo, il nostro avere, la nostra sapienza e la nostra ignoranza, i nostri soldi che sentivamo di dovere mettere, sia pure gradualmente, in comune. Iniziavano le prime esperienze di comunità dei beni: all’inizio del mese, coloro che disponevano di un reddito mettevano su di un tavolo lo stipendio in contanti. Il denaro veniva rimescolato e in seguito ognuno ritirava quanto riteneva necessario per i propri bisogni. La destinazione dell’eventuale avanzo era decisa collettivamente. Oltre che a Santa Cristina, ci riunivamo la domenica in qualche istituto religioso: tutta la domenica a leggere la Parola, a discutere sul da farsi, sia come scelte individuali che come comunità. Ogni tanto ci recavamo in “pellegrinaggio” a Firenze, dove Rosadoni aveva lasciato la parrocchia per insanabili dissensi con la gerarchia. Alcuni incontri si tenevano anche per alcuni giorni nel centro valdese di Agape.

 

Via Vandalino (fine 1967–primavera 1970). Negli ultimi mesi del 1967 la comunità aveva deciso di darsi una dimensione territoriale. D’accordo col parroco di Pozzo Strada don Giacobbo e col vescovo Padre Pellegrino, abbiamo preso in appalto una parte del territorio della parrocchia e affittato e arredato a nostre spese un magazzino in via Vandalino. Forse è stato il momento di maggior coesione della comunità. Alcuni si erano trasferiti nelle vicinanze. Pur essendo critici verso la gerarchia eravamo in buoni rapporti col vescovo e l’enciclica papale Populorum progressio ci aveva riempito di entusiasmo. Iniziava il Sessantotto. La situazione si radicalizzava. L’aspetto politico (che definivamo «amore politico») ci coinvolgeva sempre più. Volevamo essere il germe di una nuova società in cui il motivo del Regno di Dio si fondeva con l’obbiettivo rivoluzionario di una società senza classi. Ai cortei del sabato pomeriggio ci trovavamo spontaneamente insieme, senza alcun precedente accordo. L’intenzione era… cambiare il mondo.

D’estate l’enciclica Humanae vitae ci aveva fatto perdere ogni fiducia nel Papa. Gli avvenimenti di Firenze ci avevano trovato solidali col parroco dell’Isolotto don Mazzi. In dicembre avevamo partecipato all’imponente manifestazione in cui erano richieste le dimissioni del cardinale Florit. Poco tempo dopo, in seguito a un’assemblea infuocata a Firenze in cui don Vittorino aveva preso la parola, alcune persone (tra cui Vittorino) erano state denunciate per «istigazione a delinquere». Finalmente uno di noi rischiava il carcere! Si moltiplicarono le assemblee nella nostra sede. I giornali cominciarono a parlare di «una comunità del Vandalino», analoga all’Isolotto di Firenze.  Alla  fine del gennaio del 1969 era stata indetta  un’assemblea in cui era stato invitato il card. Pellegrino e alcuni esponenti della comunità dell’Isolotto. L’incontro, iniziato in un clima di cordialità, era finito in un’atmosfera di reciproca incomprensione. In tutto l’autunno-inverno ’68-’69, la domenica mattina, il locale di via Vandalino era stipato all’inverosimile: due, trecento persone Il tempo volava. Dopo tre ore, era lo stesso Vittorino che diceva: «Ora basta, è ora di andare a mangiare!».

Il Vandalino era diventato un punto di riferimento per una parte dei «sessantottini» torinesi. Atei dubbiosi e nostalgici di qualcosa di evangelico, protestanti scontenti delle loro chiese, cattolici che da tempo avevano abbandonato la pratica religiosa, dissidenti dei partiti di sinistra, giovani in crisi con la famiglia,  tutto questo coacervo di esperienze, faceva sì che il Vandalino costituisse la domenica una specie di microcosmo di ogni tipo di contestazione, di insoddisfazione, di ansia di cambiare. Nel luglio del 1969, abbiamo partecipato attivamente a un campo di Agape dedicato appunto alle comunità di base di tutta Europa. Anche le chiese protestanti erano state duramente contestate.

Ma l’aspetto molto emotivo che caratterizzava la nostra azione, questa esasperata voglia di cambiare tutto, questa umana ma anche delirante attesa di un mondo nuovo… non poteva durare. A poco a poco, tra il 1969 e il 1970, i simpatizzanti hanno smesso di partecipare alle nostre assemblee liturgiche; anche parecchi dei vecchi amici della comunità la stavano lasciando. Le continue fughe in avanti, il clima da fine dei tempi, provocavano in altri un crescente disagio. Tutto ciò metteva a dura prova la resistenza di molti.

 

Via Arnaz (estate 1970–gennaio 1973). Dato il ridimensionamento della nostra comunità, non era più il caso di mantenere il locale di via Vandalino. In via Arnaz, sempre nel quartiere, avevamo trovato un locale in una villetta in cui aveva trovato posto anche Vittorino con qualche membro della comunità. Nell’estate del ’70 abbiamo traslocato. Due sacerdoti intanto ci avevano chiesto di potere celebrare con noi il loro matrimonio, anche se non avevano chiesto la riduzione allo stato laicale. Nel settembre del ’70, abbiamo compiuto questo gesto come piccolo segno di libertà, consapevoli che ciò avrebbe portato alla rottura totale con la chiesa ufficiale. E così è avvenuto. Sospensione a divinis, scomunica, condanna per tutti i membri della comunità. È stato l’ultimo atto clamoroso e recepito dai media.

Poi stanchezza e silenzio. Abbiamo ancora celebrato un matrimonio di un prete ancora «prete», ma i media hanno ignorato il fatto. Nel corso degli anni 1971 e 1972 le nostre attività si riducevano. Ogni tanto avevamo contatti con comunità dissidenti a Milano, a Genova, con cattolici olandesi, francesi e spagnoli. Partecipavamo anche al movimento che propugnava l’abolizione del concordato. Ma il declino appariva inarrestabile. Nel gennaio del 1973 la comunità cessava ogni attività.

 

Capovolgere il meccanismo distruttivo. Confrontando la nostra piccola esperienza con quella della chiesa cattolica (e delle altre chiese istituzionalizzate), le differenze non appaiono tanto profonde. Superstizione, idolatria, scarso senso della storia, paure irrazionali, arroganza: ecco quello che ci accomunava alla struttura della chiesa cattolica. L’unica differenza tra noi e la gerarchia era che quest’ultima aveva molto più potere di noi e lo ha dimostrato. Ma che cosa avremmo fatto se fossimo stati noi al loro posto? Basti riflettere sul fatto che, oltre alla scomunica canonica, esistono forme di scomunica psicologica e in tal senso siamo stati talvolta anche noi degli “scomunicatori”. Quanto più credevamo di uscire dalla struttura della chiesa, tanto più c’eravamo dentro!

Occorre dire basta al solito gioco del «tutta colpa sua». Anzi, occorre un capovolgimento del meccanismo distruttivo. Ognuno tolga dal proprio occhio travi e pagliuzze per potere aiutare anche gli altri a vedere meglio e soprattutto per essere in grado di cogliere gli aspetti positivi dell’altro. Così i cristiani più o meno “dissidenti” potranno anche trovare degli aspetti positivi nelle chiese istituzionali da cui, bene o male, hanno ricevuto la Buona Novella. E le chiese istituzionali potranno rendersi conto che fede non è obbedienza, non è dottrina: è fedeltà radicale alla Parola di Dio, da mettere in pratica giorno dopo giorno. Il punto di partenza è che tutti, cattolici e protestanti, ortodossi e dissidenti, progressisti e conservatori, si riconoscano concretamente sotto il segno del peccato e dicano: «Abbiamo sbagliato, abbiamo disubbidito a Cristo, in questo, questo e quest’altro…e da subito cerchiamo di cambiare!». Poiché «Dio ha racchiuso tutti nella disubbidienza per usare misericordia a tutti» (Rom 11,32).

 

Dario Oitana

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