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 365 - EMOZIONI E PROGRAMMI IN POLITICA

 

CONTRO GLI INTELLETTUALI SCHIZZINOSI

Perché non riusciamo a capire la “gente”? Ma perché votano Berlusconi? Sono tutti stupidi e cattivi? O dipende da noi? Forse la nostra preparazione culturale ci rende impreparati a capire il nostro tempo. Forse il nostro illuminismo oscura le nostre menti.

Forse (a partire da Aristotele, da Cartesio?), abbiamo dimenticato che filosofia non è sapienza, ma amore per la sapienza, è una passione: è meraviglia. Le riflessioni che seguono sono tratte in gran parte dal saggio dello studioso americano, specializzato in Psicologia clinica, Drew Westen, La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, il Saggiatore 2008.

 

Conosciamo tutto, tranne noi stessi

La tesi centrale dell’autore è che l’idea di mente prediletta da filosofi e studiosi di scienze cognitive, da economisti ed esperti di politica dal XVIII secolo in poi – una «mente spassionata» che prende decisioni soppesando gli elementi a disposizione e ragionando fino a raggiungere le conclusioni più valide – non ha alcun rapporto con il funzionamento reale della mente e del cervello. O meglio, di un cervello sano. Infatti le persone che vivono solo «razionalmente» presentano gravi danni al cervello o una psicopatologia.. Infatti, in un cervello sano, sono solo pochi centimetri di corteccia celebrale quella parte che è in grado di elaborare dati, cifre e programmi. Questa piccola parte del cervello si è evoluta al di sopra di strutture primitive, e ne dipende quotidianamente. Come sostiene anche la Levi Montalcini (Elogio dell’imperfezione, Garzanti 1987, p. 221), tali componenti arcaiche non hanno subìto l’impatto dell’evoluzione culturale.

La storia evolutiva del cervello è ancora oggi (secondo il Westen) un «romanzo giallo incompiuto». Il sistema nervoso centrale è essenzialmente un «archivio fossile vivente della propria storia». Più si scende (dagli strati superiori del cervello al midollo spinale), più si incontrano strutture antiche, che si sono evolute centinaia di milioni di anni fa e che ancora oggi abbiamo in comune con i nostri cugini vertebrati. Molti di noi proverebbero un certo imbarazzo se si rendessero conto di quanto le strutture più primitive del nostro cervello, in particolare quelle che controllano gli impulsi fondamentali, come la sessualità e la fame, somiglino a quelle della pecora.

L’evoluzione ha creato strutture che sono essenziali per la nostra esperienza emotiva. Ad esempio l’amigdala influisce su molti processi, come l’identificazione e la reazione rispetto alle espressioni emotive altrui, l’assegnazione di significati emotivi agli eventi, l’intensità dell’esperienza emotiva, la generazione e il collegamento di sentimenti di paura alle esperienze. Gli esseri umani sono in grado di captare la paura degli altri e questi «sensori della paura» si trovano a ridosso dei circuiti neurali dell’amigdala che generano la paura. Attraverso il bombardamento mediatico, attraverso il «lo dicono tutti» veniamo contagiati da paure immotivate, senza che ce ne accorgiamo.

La nostra rete di neuroni svolge una funzione essenzialmente conservatrice. Quando veniamo a contatto con informazioni che rappresentano una minaccia per la nostre convinzioni, si attiva una rete di neuroni che produce una sensazione di disagio ed è possibile seguire le impronte neurali mentre ciò avviene. Il cervello registra un conflitto tra dati e desideri e comincia a cercare affannosamente modi per bloccare il flusso di emozioni spiacevoli. I circuiti neurali fanno appello a «convinzioni» in grado di eliminare il disagio con scarso coinvolgimento dei circuiti neurali normalmente implicati nel ragionamento cosciente.

 

Appassionarsi, appassionare

Westen si domanda: «Perché gli americani sono d’accordo con i democratici e votano i repubblicani?». L’errore dei «progressisti» consiste principalmente nel rivolgersi alle parti sbagliate del cervello. Le elezioni non si vincono sui programmi ma sulle emozioni dell’elettorato. I candidati vincenti sono quelli capaci di creare racconti emotivamente persuasivi su se stessi e sui loro avversari, quelli capaci di fare provare alla gente i loro stessi sentimenti. Non si tratta tanto di “toccare” il cuore del pubblico, ma di mostrare da che parte è il cuore di chi parla. Significa abbandonare le lunghe e noiose liste della lavandaia; raccontare invece storie trascinanti su ciò che i progressisti rappresentano e su ciò che non sono disposti a tollerare. Un episodio illuminante. Durante un dibattito tra Bush e Gore nel 2000 quest’ultimo presentava fatti, dati, cifre. Ma Bush se la cavò con una battuta: «Vedete, questo è un uomo che ha un sacco di numeri. Comincio a pensare che abbia inventato non solo Internet, ma anche la calcolatrice. E’ una matematica che non si capisce.». Così l’avversario venne presentato come uno pieno di numeri e privo di emozioni, e non «un tipo normale, uno come noi».

Tutto ciò non significa parlare solo all’inconscio. Occorre tenere presente che (per esempio a proposito del razzismo) vengono attivate simultaneamente due reti: una cosciente, che riguarda la bruttura del razzismo, e una non cosciente, legata a sentimenti negativi verso i non bianchi e gli stranieri. Le ricerche suggeriscono che la seconda rete mentale (di cui non siamo coscienti) è quella che probabilmente eserciterà, nel tempo, l’influenza più forte sul comportamento (anche elettorale) della gente. E se la gente vive un conflitto tra i valori e le emozioni coscienti e quelli non coscienti, si deve fare appello al livello della coscienza, che attiva le emozioni giuste: in questo caso, lo sdegno morale. Si deve ricordare alle persone la loro parte migliore.

Ma non dobbiamo ergerci a giudici. Occorre essere capaci di utilizzare bene le emozioni: riconoscerle in se stessi e negli altri, farne un buon uso nelle relazioni, regolarle in modo da non esserne dominati. Dobbiamo far capire che parliamo anche di noi e non solo di loro. Ognuno di noi ha pregiudizi, è diviso dentro se stesso. Ognuno di noi vive un conflitto tra valori coscienti e tendenze di cui dovrebbe vergognarsi. Ammetterlo è una medicina amara da inghiottire per tutti. Ma non riuscirebbe tanto amara se chi «predica bene» la inghiottisse anche lui assieme agli altri, senza pretendere di «apparire diverso».

 

Un forte massaggio etico

Nelle questioni morali, ciò che muove le persone sono le emozioni. Westen tenta di precisare quali siano le emozioni di sinistra, emozioni in parte coscienti che ogni democratico dovrebbe vivere in se stesso e perciò comunicare agli altri. Sono essenzialmente: senso di colpa che ci induce a fare la cosa giusta anche quando forse vorremmo comportarci altrimenti; compassione che ci porta a provare sentimenti per altri e provare ad aiutarli; ammirazione nei confronti di coloro che si comportano in modo moralmente coraggioso. Occorre invece individuare, dominare e reprimere le emozioni di destra che sono essenzialmente condanna dell’altro: rabbia, disprezzo, odio. Ogni sincero intellettuale, ogni politico, dovrebbe all’occorrenza avere il coraggio di dire «mi sono sbagliato». La gente perdona gli errori fatti in buona fede. È meno propensa a perdonare l’ipocrisia, le mezze verità, l’incoerenza e le scelte opportunistiche.

Una persona umana, un intellettuale, un politico non deve continuare a offrire agli altri una «lista della spesa» dei programmi che intende seguire; deve cessare di memorizzare dati e cifre. L’essenziale è vivere, testimoniare, presentare con sincerità la propria storia, cioè: essere una persona buona, non considerarsi superiore agli altri, condividere con i meno fortunati ciò che uno possiede, porsi delle mete per poter diventare la migliore persona possibile. Solo così si potrà parlare alla gente, parlare alle loro speranze e ai loro sogni, al loro senso di un destino e di uno scopo condiviso e alla loro sensazione che può esistere qualcuno a cui importa davvero del loro benessere.

Sembrano prediche, sembra moralismo. Quali sono i meccanismi emotivi che condannano come «moralismo» un fare appello a forti motivi etici? Quando viene messo in discussione il nostro stile di vita, il nostro portafoglio, scatta una sensazione di disagio che viene bloccata attraverso una oscura, immotivata, eppure inappellabile condanna: «Orrore, è moralismo!»

Si dirà anche che i suggerimenti di Westen appaiono ingenui, e generici. Ma vorrei vedere un politico, un parlamentare, un sindaco, un ministro che davvero vivesse fino in fondo le emozioni morali che appaiono a noi, intellettuali schizzinosi, troppo semplici. Vorrei vedere come reagirebbe davvero la gente, la gente che noi snobbiamo, davanti a un deputato che restituisse al mittente l’ottanta per cento del suo stipendio e rifiutasse ogni ingiusto privilegio.

La coerenza morale, il lasciarsi coinvolgere di persona, uno stile di vita umile…Ma non è quello che ha reso grandi, a livello mondiale, persone come Gandhi e Camara? E, in Italia, La Pira, Mazzolari, Milani? Non le pur belle parole, non brillanti analisi, non dottissime conferenze, non produzione di idee, non astratti concetti, non dati e cifre: è la testimonianza di vita che li rende ancora oggi vivi nel profondo del nostro essere. Ci hanno coinvolto con l’esempio trascinante, ci hanno trasmesso forti emozioni positive. Quelle sono le persone di cui abbiamo bisogno. Più che mai.

Dario Oitana

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