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 368 - FAO

 

Il vertice bla bla bla

Così è stato chiamato da molti osservatori il vertice Fao (organizzazione delle Nazioni Unite del cibo e dell’agricoltura) tenutosi a Roma a fine novembre per indicarne il sostanziale fallimento.

Il vertice aveva lo scopo di puntualizzare e rinnovare le strategie per combattere la fame nel mondo, ma si è concluso con molti discorsi (da qui il bla bla bla) e nessuna decisione concreta. La crisi economica e le difficoltà nel farvi fronte hanno fatto passare in secondo piano la fame, tanto che molti dei governi più importanti, compresi gli Usa, hanno disertato l’assise Fao svuotandola d’importanza. Intanto la fame, proprio a causa della crisi, sta aumentando, come le cifre divulgate durante il vertice hanno drammaticamente messo in evidenza: 17000 morti nel mondo al giorno per fame.

Questo fallimento dovrebbe farci prendere coscienza dell’assoluta inadeguatezza delle politiche contro la povertà: infatti le nazioni più ricche mentre con una mano danno 100 con l’altra prendono 1000. La Fao è un organismo importante, anche se forse occorrerebbe ridurre il rapporto tra le somme impiegate per aiuti e quelle per il funzionamento dell’organizzazione che oggi è di circa 1 a 3, ma occorre accompagnare la sua azione con proposte che modifichino i nostri stili di vita, che generano squilibri economici e ambientali, e le cause strutturali della povertà, come gli accordi commerciali assolutamente svantaggiosi per i paesi sottosviluppati, il meccanismo dei crediti e gli istituti internazionali che li accordano e li gestiscono, il sistema delle riserve basate sul dollaro e sull’euro, che si trasforma in un prestito fatto dai paesi poveri a quelli ricchi.

A questo proposito è illuminante leggere La globalizzazione che funziona di Joseph Stiglitz (Einaudi 2006). L’autore ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2001, ha fatto parte del Consiglio dei consulenti economici nel primo governo Clinton ed è stato un alto dirigente della Banca Mondiale. È quindi un esperto molto addentro nei meccanismi economici e la sua critica particolarmente pungente perché viene dall’interno. L’idea centrale di Siglitz è che la globalizzazione economica senza un governo e delle regole condivise accrescerà inevitabilmente le disuguaglianze e porterà la maggioranza della popolazione mondiale a rifiutarla. Infatti i paesi più ricchi non accettano un controllo indipendente e democratico, e anzi usano a loro vantaggio le organizzazioni sovrannazionali. La sua critica alle politiche dei governi occidentali, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale non potrebbe essere più spietata e precisa.

Particolarmente interessanti, a proposito del vertice Fao di Roma, sono i capitoli che riguardano i trattati commerciali. Aldilà della mitologia liberista, la realtà dei mercati internazionali è caratterizzata da una feroce politica protezionistica attuata da Usa, Europa e Giappone a difesa della propria agricoltura e delle proprie industrie, utilizzando a questo scopo perfino il Wto, organizzazione del commercio mondiale, che avrebbe invece proprio lo scopo di liberalizzare i mercati.

La lotta contro i prodotti dei paesi sottosviluppati non avviene solo con i dazi doganali e le sovvenzioni, ma anche con altri mezzi più sofisticati, come l’imposizione di elevati livelli qualitativi per l’importazione di merci con la scusa di difendere i propri consumatori e l’uso di brevetti e marchi che impediscono alle industrie dei paesi poveri di entrare in intere branche produttive (particolarmente odiosi quelli sui farmaci). Anche l’abilità, l’esperienza e la possibilità di disporre di ingenti mezzi finanziari e altri strumenti di pressione e di corruzione, concorrono a rendere asimmetrici i poteri contrattuali tra le parti e perfino la difesa dei lavoratori dei paesi emergenti può essere strumentalmente usata per rendere impossibile alle loro imprese farci concorrenza. Gli esempi concreti portati da Stiglitz sono numerosissimi, chiari, convincenti. Basterebbe eliminare solo una parte di queste barriere per capovolgere la situazione e ridurre drasticamente la povertà e la fame.

Naturalmente tutto questo non può essere fatto in un giorno, perché farebbe schizzare la disoccupazione nei nostri paesi a livelli inaccettabili, occorrono regole, interventi pubblici e gradualità; ma se gli Stati del G8 impiegassero il tempo, l’impegno e le ingenti risorse che usano per difendere i loro produttori nel riconvertire l’economia in senso più equo, la globalizzazione potrebbe trasformarsi da pericolo in opportunità (come intende suggerirci il titolo del libro). Anche qui Stiglitz presenta proposte e idee concrete e convincenti. Bello è anche lo slogan che l’autore ha scelto come sottotitolo mutuandolo dai movimenti radicali, ma dimostrando che può essere usato anche dai moderati: un mondo diverso è possibile.

Angelo Papuzza

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