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 372 - L’UMANITÀ DI DIO/5

 

C’è bisogno di Dio?

Siamo così alla domanda se ci sia o meno bisogno di Dio per la salvezza come trattata negli articoli precedenti, intesa per ora dal punto di vista della creazione, del salutare umano, senza tuttavia perdere di vista il salvifico più propriamente cristiano.

 

Un Dio non necessario

E. Jüngel, in Dio, mistero del mondo (Queriniana 1982, BTC 42), ha proclamato la non-necessità di Dio, relativa al fatto che l’uomo possa essere uomo senza Dio, trovando un senso e quindi una certa salvezza. L’uomo «può vivere senza esperire Dio. Può parlare, ascoltare, pensare, agire senza parlare di Dio, senza percepire Dio, senza pensare a Lui, senza lavorare per Lui. E può anche fare tutto questo molto bene e del tutto responsabilmente. Senza Dio l’uomo può vivere bene, ascoltare attentamente, pensare rigorosamente, agire con responsabilità» (ivi, p. 36). Dio quindi non sarebbe necessario non solo per trovare un senso, ma neppure per agire in modo eticamente corretto e responsabile, diversamente da quanto sostiene spesso Benedetto XVI quando dice che senza Dio il mondo e l’uomo precipitano nella barbarie, ovvero che l’uomo (come pure lo Stato liberal-democratico per quanto riguarda le leggi) non sarebbe capace di autonomia etica.

Gli innumerevoli e spaventosi esempi di malvagità e nefandezze, che si possono facilmente addurre, non traggono necessariamente origine dall’irreligiosità delle azioni corrispondenti; e d’altra parte non possiamo dimenticare tutte le violenze arrecate in passato anche dalla religione. Con questo non si vuole per nulla negare che «la lotta alle condizioni e ai modi di vita malvagi, al pensiero corrotto e all’agire irresponsabile possano benissimo essere motivati dalla fede in Dio, ma è altrettanto incontestabile che anche senza Dio si possa e si debba essere indotti a continuare questa lotta. L’uomo può essere uomo senza Dio» (ivi, p. 37).

Si tratta quindi di un conferimento di senso, di una salvezza, tutto sommato contenuta già nella creazione stessa, ma tuttavia ancora circoscritta all’ambito individuale e personale. Nel primo livello si tratta di fare il nostro mestiere di uomini senza contare sull’intervento fisico, materiale, energetico di Dio…

In tutta la Bibbia, in particolare in Genesi 1-11, constatiamo il fatto assolutamente originale che Dio non consegni mai all’uomo gli strumenti già fatti, come la zappa e l’aratro, mentre ciò avviene in tutte le mitologie orientali con, da parte degli dei, anche indicazioni, istruzioni sulla semina, ecc. Tale dato sorprendente (con una sola eccezione in tutta la Bibbia – Gen 3,21 – quando Dio fa e consegna all’uomo e alla donna delle tuniche di pelli con cui vestirsi), che Dio non consegni strumenti già pronti per l’uso e non dia “indicazioni tecniche” su come coltivare la terra, oltre all’affermazione della libertà, autonomia, creatività dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, è una proclamazione ante litteram della laicità e della non-necessità di Dio nei limiti detti sopra.

Ma nel livello secondo (leggermente superiore) non si tratta solo di fare il nostro mestiere di uomini senza contare sull’intervento di Dio (il «senza di Dio» di Bonhöffer); si tratterebbe piuttosto di vivere scartando, scorporando Dio dal conferimento di senso (e relativa salvezza), di eliminare il “con” e il “davanti a Dio” che Bonhöffer aveva pur mantenuto, in relazione polare nella stessa frase «Con e al cospetto di Dio viviamo senza Dio». Sì, diciamo che è possibile non aver bisogno di Dio per trovare senso e salvezza, almeno in condizioni normali: resta solo il dubbio se ciò valga anche per chi nella vita ha preso delle mazzate tremende (come la perdita di un figlio).

 

Un Dio interessante

Tuttavia, come dice sempre Jüngel, a posse ad esse, ad velle, non valet consequentia, obligatio: ossia non è obbligato il passaggio dal poter essere uomo senza Dio all’esserlo veramente e al volerlo. Proprio perché Dio non è necessario, per il credente è più che necessario, più che importante, gratuito: come un figlio, che appunto non è necessario per vivere bene e trovare un senso, ma qualora arrivi, viene accolto, amato sino al punto di risultare più che importante reimpostando, ristrutturando e riplasmando il senso precedente e l’intero campo esistenziale. Proprio quello di cui potevo fare a meno (figlio, Dio), diviene centrale e prioritario: quando cioè il figlio arriva, o quando si è scoperto e incontrato il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, nonché il Padre di Gesù.

Solo ai livelli più bassi (come il cibo) valgono le equazioni: necessario = essenziale e la corrispettiva: non-necessario = inessenziale. A livello teologico, filosofico ed esistenziale non si può sostenere che solo ciò che è necessario sia essenziale; anche il caso ha la sua essenza, anche il contingente è essenziale: basti pensare, in negativo, a quanto possa sconquassare la vita un incidente stradale e, in positivo, all’incontro inizialmente casuale di un amico o del partner. Vale lo stesso discorso fatto sopra per il figlio: prima dell’incontro non c’era bisogno di quell’amico o di quel partner, ma una volta iniziata la relazione, sì. Anche l’incontro casuale con Dio e la sua parola può diventare essenziale, più che importante, fondamentale per il soggetto sino a reimpostare, riconfigurare il senso e la salvezza precedenti.

Di solito in quest’ambito pensiamo a una vita sazia di anni e di esperienze. Avverto in questo una caratteristica del Vecchio Testamento: sino al secondo secolo avanti Cristo (Libro dei Maccabei) non c’è in Israele una prospettiva di vita oltre la morte. Ciò significa che per centinaia di anni la salvezza è stata concepita come “solo” infra-storica, a prescindere dal dopo-morte: poteva forse esserci l’idea che nella memoria divina tutto fosse ricordato e quasi nulla andasse perso, ma non di più. Ciò può significare che ai primi livelli la salvezza è relativamente scorporabile dall’eventuale vita ultra-terrena; ma ciò non è più sufficiente nei suoi livelli successivi, ultimi e più articolati.

 

Un Dio necessario

Infatti il grande problema è la salvezza di tutti, del tutto, compresi i morti, gli sconfitti, gli scartati, prima dalla biologia e poi dalla storia, coloro che paiono esser stati defraudati di una vita piena e sufficientemente vissuta, anche in termini temporali. Qui sembra esserci bisogno di Dio, che risulta fondamentale e necessario. Lo stesso Jüngel, quando proclama la non-necessità di Dio, dice molto spesso che Dio non è necessario per il mondo in quanto mondo, o per l’uomo nel suo mondo: lo interpreto come la legittima autonomia del mondo con le sue leggi e i suoi sviluppi, come libertà radicale e, per quanto concerne l’uomo, la sua vita più o meno circoscritta nell’ambito del suo ambiente autonomo, terreno o nella sfera del temporale (come si diceva in passato), in cui tutto funziona etsi Deus non daretur («come se Dio non ci fosse»).

Ma quando si tratta dell’intero, la musica cambia, in quanto Dio diviene essenziale per la salvezza di tutti e del tutto, più che importante e quasi decisivo per la salvezza del mondo nella sua globalità. Essa non va intesa sùbito e primariamente nel senso di spostarla o proiettarla nel dopo morte; la salvezza è già qui per un sempre che la morte non fermerà, ed è difficile che questo sia un prodotto dell’uomo! Siamo nella prospettiva che la morte non avrà l’ultima parola e che la vita dell’umanità e di ogni singolo uomo ha un senso che la morte non travolgerà; ciò si allarga sino al significato profondo della scoperta della biosfera, della profonda unità tra tutte le forme non soltanto dei viventi ma dell’esistente: nulla alla fin fine è inutile…

Pensiamo all’evangelico «ognuno dei capelli del vostro capo è contato»: ciò sembra dire che, non in una logica di contabilità ma in una logica di un amore senza confini, non esiste proprio vita, e in particolare vita umana che sia inutile. Certamente la vita che va avanti è anche il frutto delle vite “malcavate” e malriuscite, delle vite abbandonate, delle morti tragiche; non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che esiste questo tipo di solidarietà per cui alla fine siamo debitori anche di quelli che sono stati scartati dalla biologia e dalla storia. In quest’ambito più vasto Dio va oltre l’essere più che importante, e diviene essenziale e fondamentale per il mondo e l’umanità tutta da salvare.

J. B. Metz ha elaborato un criterio ultimo di verità: è vero ciò che vale per tutti, compresi i morti, le vittime, e gli sconfitti. Ovviamente ciò non vale tanto per chi muore vecchio e sazio di anni e di esperienze, ma per i morti prematuri (per malattia, violenza o disastri naturali), quindi più in generale per gli sconfitti, i falliti, gli scartati prima dalla biologia e poi dalla storia umana con i suoi disastri e violenze. Ciò che non vale per tutti non è pertanto pienamente vero; non è ancora una pienezza salvifica.

Il destino dell’essere uomo è la compiutezza indistruttibile del suo essere bene: il primo e grande problema è che deve riguardare appunto tutti. Ne scaturisce un principio universale di solidarietà con l’esistente, una forma di solidarietà-condivisione con il tutto, un volere il riscatto dell’intero. Certo è quanto mai necessario, anzi indispensabile (di più, una questione di vitale importanza per gli uomini del XXI secolo) rompere con un’interpretazione egocentrica del desiderio (tipica purtroppo nella nostra società, in particolare quella italiana), e instaurarne una “eccentrica”, che deborda al di fuori del proprio centro e del proprio territorio vitale. Attuare il compimento-realizzazione di noi stessi separato (o peggio ancora contro) dal compimento dell’altro e dell’intero – è mortale; possiamo e dobbiamo volerci nell’intero, possiamo e dobbiamo volere il bene dell’intero, liberati dall’ossessione di una singola soddisfazione del bisogno.

È perciò una verità ultima, o criterio pieno di verità, la buona notizia evangelica che le suddette categorie (morti, sconfitti, falliti) non sono abbandonati da Dio. Dio viene di conseguenza ad essere l’unico garante di questa salvezza totale, intera, integrale, e risulta di fatto necessario, anzi indispensabile per questa salvezza umana in senso lato. Dio non abbandona i falliti e gli sconfitti della storia, come non ha abbandonato Gesù di Nazareth, che tuttavia nel momento più critico sulla croce quasi sicuramente si è sentito abbandonato («Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato»), come si saranno sentiti abbandonati gli sconfitti e le vittime dell’ingiustizia.

Tornando all’interrogativo iniziale, mi sembra di poter concludere dicendo: per i primi e circoscritti livelli di senso e di salvezza non c’è bisogno di Dio (che peraltro rende tutto più interessante, in modo nuovo), mentre per i livelli ultimi e totalizzanti di senso e di salvezza (riguardanti l’intero e tutti, inclusi i falliti e i dimenticati della storia) sì: Dio viene a essere essenziale e fondamentale.

 

Mauro Pedrazzoli

(continua) 

 

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