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 373 - OLRE LA RECIPROCITÀ

 

«AMATE I VOSTRI NEMICI»

 

È un insegnamento di difficile applicazione, contrario al senso comune. È uno dei punti più sconvolgenti della radicalità evangelica. Con l’aiuto dell’ultimo volume di Meier, Un ebreo marginale. Legge e amore, vol. 4, Queriniana 2009, cercheremo di rispondere ad alcune domande: l’esortazione risale al Gesù storico? è una strategia per convertire i nemici? è’ un’applicazione della regola aurea?

 

Parola di Gesù di Nazareth

Il comandamento di amare i nemici è quasi sconcertante per brevità e nettezza. Ci è stato trasmesso dalla cosiddetta fonte Q (parti comuni di Matteo e Luca): Matteo 5,44; Luca 6,27. In greco sono soltanto quattro parole, che si potrebbero ridurre a due o tre in ebraico o in aramaico. Una ragione di questa brevità è che Gesù non cita, come altrove, testi della Scrittura. Egli parla sulla base della propria autorità e con le proprie parole: «Ma io vi dico» (Matteo); «A voi che ascoltate, io dico» (Luca).

Oltre alla fonte Q, il breve e drastico detto non è confermato da altre fonti. L’argomento più forte a favore della sua storicità è basato sul criterio della discontinuità. E tale discontinuità, originalità, unicità, vale soltanto per le precise parole «amate i vostri nemici» che, ad eccezione dei versetti di Matteo e Luca, brillano per la loro assenza.

 

Assenza nell’Antico Testamento

I testi che più si avvicinano alla non-ritorsione o alla benevolenza attiva verso i nemici si trovano nella letteratura sapienziale. Nel libro dei Proverbi leggiamo: «Non dire “Renderò male per male”; spera in YHWH ed egli ti aiuterà… Quando cade il tuo nemico, non ti rallegrare; e quando inciampa, non gioisca il tuo cuore; perché YHWH non veda, se ne dispiaccia e allontani da lui la sua collera… Se colui che ti odia ha fame, dagli pane da mangiare; se ha sete dagli acqua da bere; perché così ammasserai carboni ardenti sul suo capo e YHWH ti ricompenserà» (Prov. 20,22; 24,17-18; 25, 21-22). Ben Sira ammonisce:«Chi si vendica avrà la vendetta del Signore ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati…» (Sir. 28,1 ss.).

I Proverbi e il Siracide si rivolgono a degli studenti di scuola istruendoli su come guadagnarsi onore e felicità. I codici giuridici istruiscono i giudici a una giustizia rigorosa, che mira a prevenire un’infinita spirale di vendette tra clan in conflitto. In una società violenta in cui la legge «della giungla» era ammazzare o restare ammazzati, abbondano, nel Pentateuco e in Giosué, maledizioni e comandi di distruggere i nemici. Dovremmo perciò stupirci dei passi in controcorrente: «Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, riportaglieli immediatamente. Se vedi accasciarsi sotto il suo carico l’asino di una persona che ti odia, non abbandonarlo in nessun modo. Mettiti con lui ad aiutarlo» (Esodo 23,4-5).

 

Assenza a Qumran, negli pseudo epigrafi dell’Antico Testamento, in Filone e Flavio Giuseppe

I paralleli più prossimi al comandamento «amate i vostri nemici», li troviamo paradossalmente non nell’AT e nella cultura giudaica ma in alcuni filosofi greco-romani, della scuola cinico-stoica, in particolare in Seneca ed Epitteto. Di quest’ultimo abbiamo la formulazione più vicina al comando evangelico: il cinico «deve amare (philêin) quanti lo percuotono, come padre di tutti, come fratello».

 

Assenza nel resto del Nuovo Testamento

Il parallelo che più si avvicina al detto «amate i vostri nemici» lo troviamo in Paolo, precisamente in alcuni ammonimenti di Romani 12, 14; 17; 19-21. Le parole che più riecheggiano i detti della tradizione Q sono: «benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite». Paolo non tenta di fondare queste esortazioni sulle parole di Gesù. Invoca invece le scritture ebraiche, in particolare Deut. 32, 35 («a me la vendetta») e i citati versetti dei Proverbi.

 

Amore senza uno scopo

Gesù comanda ai suoi discepoli di amare attivamente i nemici indipendentemente dal fatto che essi rimangano nemici nonostante la bontà loro dimostrata. Le esortazioni contenute in Luca 6,27-36 non hanno lo scopo di indurre un cambiamento nel cuore dell’altra persona. La verità è che, in questa pericope, non viene detta una sola parola su una simile speranza.

Le citate espressioni contenute nella bibbia ebraica che consigliano la non-ritorsione e l’attiva benevolenza verso il nemico mirano invece a determinati scopi e non sembrano significare «amore» per i nemici: lascia che sia Dio a scatenare la sua vendetta! In Proverbi 25,21-22 (citato anche in Romani 12,20) la benevolenza verso il nemico porta a «ammassare carboni ardenti sul suo capo». Il significato di tale metafora può essere la speranza che il nemico sarà indotto a un cambiamento nel cuore o a un sentimento di profonda vergogna. Oppure l’essersi mostrati gentili verso un nemico impenitente non potrà che assicurare una punizione divina ancora più severa.

L’ipotesi di Esodo 23,4-5 («Se incontri il bue…») propone una «legge» casistica espressa con lo schema «se… allora…» in un contesto formulato in stile apodittico, con l’assoluto «non…». È un’ipotesi eccezionale in un insieme di leggi severissime e categoriche. In Gesù è invece proprio l’amore per i nemici a essere assoluto, categorico, incondizionato.

Anche nella filosofia cinico-stoica la benevolenza e il perdono appaiono finalizzati a mostrare la propria superiorità verso i cattivi e gli ingrati e la speranza in una loro conversione. Seneca propone la regola generale dell’imitatio Dei e dei loro doni attraverso la natura: «il sole sorge anche sui malvagi e i mari sono aperti anche ai pirati». Sembra di leggere le frasi evangeliche che seguono il comando di Gesù. Anche se in altri brani il filosofo sembra essere molto meno «cristiano» e la sua vita non sempre coerente, questa presenza di germi di Vangelo fuori dal Vangelo risulta stimolante. Ma la radicalità evangelica viene annunciata a tutti: tutti possono essere capaci di viverla, anche gli umili e gli ignoranti. Valori considerati tipici del ceto intellettualmente superiore vengono proposti a persone comuni.

Un accenno a un grande apostolo dell’amore, vissuto nel Novecento, Gandhi. Penso che sia stato molto vicino a Gesù. Proclama, senza se e senza ma, che «se amiamo coloro che ci amano, questa non è nonviolenza. Nonviolenza è amare coloro che ci odiano». I risultati? Ci possono essere, ma non vanno ricercati a tutti i costi. Si augura che i nemici diventino amici, ma solo dopo la morte si potrà dire chi abbia posseduto la nonviolenza del coraggioso: «Sarò contento di essere menzionato come un impostore, se nel momento estremo le mie labbra pronunceranno una parola d’ira o d’ingiuria contro il mio aggressore»

 

Un amore squilibrato

«Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Luca, 6, 31; Matteo, 7, 12). Matteo aggiunge: «questa è infatti la legge e i profeti». È la cosiddetta «regola aurea», che troviamo, espressa attraverso varie formulazioni, in decine, in centinaia di fonti ebraiche e pagane. È quasi un proverbio, un utile insegnamento morale. È una regola di reciprocità.

Luca la inserisce in mezzo ai due comandi (6,27 e 6,35) di amare i nemici. La stridente contrapposizione, in Luca 6,27-36, della critica della reciprocità da parte di Gesù e dell’esaltazione della stessa da parte della «regola aurea», appare evidente a chiunque legga questi versetti ad alta voce l’uno dopo l’altro. Subito dopo la solenne enunciazione della «regola» al v. 31, Gesù così continua: «Se amate quelli che vi amano, quale grazia (charis) vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale grazia vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale grazia vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla». Si comprende immediatamente perché Matteo, col suo sviluppo ordinato, abbia tolto la «regola aurea» da questo blocco di versetti, dove non si inserisce affatto, e l’abbia riposizionata più avanti (7,12).

Un altro esempio di non reciprocità l’abbiamo in Luca 14,12-14:«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi…». La reciprocità è un rischio da evitare! L’amore annunciato è asimmetrico, squilibrato.

Anche Gandhi propone qualcosa del genere, ma, in un certo qual modo, identificandosi nel ricco, nel peccatore, nel ladro, nel nemico. «Non dobbiamo desiderare su questa terra cosa che il più meschino degli esseri umani non possa avere… Voglio dirvi che, in certo modo, siamo ladri. Se prendo una cosa della quale non ho bisogno per mio uso immediato e me la tengo, la rubo a qualcun altro… Dovremmo vergognarci di riposare o fare un pasto abbondante fino a quando vi sia un solo uomo o una sola donna validi senza lavoro e senza cibo».

In questo caso sembra si proponga una sorta di reciprocità. Ma il termine di paragone, gli «uomini» della «regola aurea», non sono quelli della tua classe, e neppure la media della popolazione mondiale. Sono i più meschini, gli ultimi, i più piccoli. In tal modo quello che sembra equilibrio si rovescia nel suo contrario. La giustizia fatta col bilancino diventa la grazia sovrabbondante del Regno.

Dario Oitana

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