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 375 - Cultura religiosa e scuola

 

A CHE COSA SERVE OGGI LA SCUOLA CATTOLICA?

 

Ho fatto il commissario esterno in una scuola cattolica. Per pura combinazione mi è successo anche due anni fa. C’è un mito da sfatare, subito: non solo non ho verificato la minima scorrettezza durante lo svolgimento dell’esame, ma anzi ho trovato in entrambi i casi un clima di grande serietà.

Gli allievi venivano giudicati per quello che valevano. Sento raccontare anche altre cose, ma non è la mia esperienza. Ne ho approfittato per farmi un’idea su che senso abbiano oggi le scuole cattoliche o, in modo più circoscritto, del punto in cui si trova la cultura cattolica là dove per statuto dovrebbe essere coltivata. Del resto sono a mia volta exallievo di una scuola salesiana. La risposta più ovvia alla domanda del titolo sembra essere questa: a formare dei buoni cristiani, o meglio cattolici. Ma non è facile valutare le intenzioni e i comportamenti (che cos’è un «buon cristiano»?); e inoltre da impressioni indirette e parlando direttamente con allievi e insegnanti, solo una parte, spesso minoritaria, degli allievi e delle famiglie è davvero interessata alle problematiche religiose e soprattutto condivide una visione «religiosa» della vita e/o è praticante. Del resto, posso immaginare che la stragrande maggioranza dei miei compagni di liceo non abbia più messo piede in una chiesa, se non per le cerimonie di rito. Faccio fatica a pensare a atti così delicati e personali come una preghiera o una messa proposti oggi a un 18enne se non in un contesto di totale libertà. Un allievo mi racconta che la messa la celebrano 4 o 5 volte l’anno; anche la preghiera al principio della mattinata e alla fine è stata eliminata. Io avevo ancora la messa settimanale e la preghiera, anche all’inizio e alla fine del pasto: in questo le scuole si sono adeguate. Mi pare un avvicinarsi a una maggiore autenticità, o a una minore falsità.

 

All’esame di Stato

Interrogando IN italiano è facile sconfinare in ambito religioso. La cultura letteraria, storica e filosofica è inestricabilmente legata alla religione. Cosa che pochi, anche «laici» capiscono fino in fondo, vedi la polemica sull’importanza dello studio «laico» della Bibbia nella scuola, avversata da ambo i lati, quello clericale e quello anticlericale – che in tal modo si elidono, sottraendo ai cittadini una maggiore consapevolezza (e qui si aprirebbe un discorso sull’ora di religione…). La risposta dei ragazzi a domande anche abbastanza semplici non è immediata, anzi spesso delude. A un allievo interrogato sul dantesco «Vergine madre, figlia di tuo Figlio…» chiedo a che cosa corrisponda l’uso sistematico della figura dell’antitesi. Al principio teologico dell’incarnazione, secondo me, del «Dio fatto carne». Per fargli dire quali sono i due «misteri» della fede faccio notevoli sforzi, l’unità e trinità di Dio, di lì a poco rappresentata da Dante stesso. A un altro chiedo Pentecoste di Manzoni. Stento a farmi dire di che festa si tratta. Si comincia con una «ascesa di…», chiedo se non sia per caso una «discesa»…, di che cosa?... finalmente arriva lo Spirito, ma scende su che cosa?... sugli apostoli… e questa è l’origine della…? La parola «chiesa» devo dirla io. Alla fine della mattinata il presidente, scherzando, mi rimprovera di fare la «predica».

Anche nello spiegare la «provvida sventura» di Ermengarda o il giogo che si posa su Napoleone nel Cinque maggio, tutto è abbastanza banalizzato. Un candidato sceglie per latino di parlare di Girolamo. Gli chiedo della Vulgata. Che importanza abbia avuto questo testo per più di… 1500 anni, fino al... Ovviamente non sa che è esistito qualcosa come il Concilio Vaticano II. Non c’è in programma. D’accordo. Ma perché si chiama Vulgata? «Perché ci sono molte cose volgari…». Mi scappa da ridere e da dire… parolacce. Mi trattengo. Non credo ci sarebbe differenza se le stesse domande le avessi fatte in un liceo statale. Ma appunto: allora, dove sta la differenza? Se iscrivo mio figlio alla scuola ebraica, non pretendo che esca ebreo, ma che sappia che cos’è la Torah, o lo Yom Kippur, o lo shabbat sì. Se lo iscrivo a una scuola cattolica?

Intendiamoci: chiunque abbia fatto esami, e io lo so anche per me stesso, sa che in queste occasioni tante nozioni che ci sono ben note diventano improvvisamente lontane, inaccessibili… Tipico lo scambio dei suffissi: epur-amento e epur-azione? La somma di tanti aneddoti non fa una spiegazione valida, scientifica, ma vorrei prendere questa piccola esperienza come un sondaggio.

Le ragioni della frequentazione di queste scuole forse vanno cercate altrove. Sfoglio le foto su Facebook di alcuni nomi presi a caso dei miei maturandi (anche loro avevano navigato sulla rete cercando notizie su di me…), e vedo per esempio feste molto snob di 18 anni, peraltro molto simili a quelle che ho visto anche tra alcuni miei allievi o loro amici. L’unica differenza è che alcune di queste – si vede – si sono svolte in locali un po’ più “in”; e poi i vestiti: da festa, di quelli che non vedi se non in queste occasioni. Condividere uno stile di vita con persone che hanno uno status sociale simile al tuo: questa potrebbe essere una prima risposta verosimile. Capisco dall’insieme delle interrogazioni anche un’altra cosa, che la materia più importante di tutte, per molti di loro, è l’inglese. Se le famiglie di una certa estrazione economica investono così tanto in soggiorni all’estero durante gli anni delle superiori, se bene o male molti se la cavano bene, e alcuni hanno perfino un accento british, significa che lì forse, c’è il business, lì c’è il futuro. Almeno metà dei ragazzi alla domanda fatidica su cosa faranno all’università, rispondono economia, possibilmente non a Torino, e prevedendo qualche master all’estero.

Mi ha colpito la battuta di una collega: «L’hanno iscritto qui perché dicevano che nel liceo statale dove andava c’erano troppi prof “comunisti”». Non credo che sia questa la risposta alla domanda, tuttavia aiuta a capire qualcosa. Quel che conta oggi è un’identità “religiosa” non in sé considerata, ma antagonista nei confronti del fantasma berlusconiano del “comunismo” o dell’islam “invasore” secondo la vulgata leghista. Non cristiani «per», ma cristiani «contro».

 

Destra o sinistra per me pari son

Eppure, mi preoccupa di più un altro aspetto. Una ragazza mi scrive nel tema la parola «reazionario», che nel contesto non ha senso. Ci arrabattiamo per capire che cosa mai volesse dire, poi al collega di filosofia e storia viene in mente la risposta: voleva scrivere «rivoluzionario». Durante la correzione della prova chiedo spiegazione. La ragazza resta perplessa, secondo lei si tratta di sinonimi… Alle domande sui movimenti ideologici in genere i ragazzi si fanno prendere dal panico. Non sanno dire quali sono le grandi ideologie in campo, nella politica si perdono. La sinistra storica, risponde uno, rappresenta gli interessi dell’aristocrazia… Uno solo cita De Gasperi, probabilmente molti non sanno il suo nome, idem per il Partito Popolare e don Sturzo, che non viene mai citato. L’idea che il cattolicesimo democratico abbia avuto una parte importante nella storia del 900, che la Costituzione si trovi alla confluenza dei grandi movimenti ideologici che hanno percorso l’800-900, li tocca? Un’amica mi ha raccontato che un ragazzo interrogato, sempre in una scuola cattolica, sulla Costituzione continuava a ripetere che l’Italia è «una Repubblica fondata sulla famiglia». Forse così vorrebbe il papa, ma non è. A una ragazza molto brava chiedo, senza pensare di metterla in difficoltà, a quale estetica corrisponda il neorealismo. Vedendola annaspare, semplifico la domanda: il neorealismo è di destra o di sinistra? Ci pensa un po’, poi risponde: di destra. Questo non è un dato di studio. Non capire questo significa non avere (e sto parlando di una ragazza uscita con un buon voto) gli strumenti fondamentali per interpretare la realtà. Sarà forse vero che essa non si divide più tra destra e sinistra, tuttavia non si può pensare che politica e ideologia siano un’enorme melassa, un indistinto dove ci sta tutto e il contrario di tutto. Questo, se mai, è l’esito ideologicamente «felice» di una pedagogia iniziata da qualche decennio. Un ragazzino di prima di una scuola cattolica, trovando la parola «Siria» in una versione di latino, dice ingenuamente a una collega che le dà ripetizioni che bisognerebbe farli fuori tutti quelli… che sono dei selvaggi. Lei rimane stupita, fatica a spiegargli che è terra di antica civiltà – ma a dire il vero lui non sa neanche dove si trova, è un generico altrove che andrebbe cancellato. La collega riferisce alla famiglia, che risponde dicendo che il ragazzo fa anche volontariato. Forse ripete parole d’ordine. Ma questo non è meno grave.

 

La Coca-cola e la fratellanza universale

Un ragazzo porta un approfondimento sul mito fondante di Ulisse. Mi viene spontaneo paragonare Atene a Gerusalemme, chiedendo di paragonare Ulisse ad Abramo. Solo guidandolo molto, riesco a fargli dire qualcosa di sensato. Ma lui il problema non se l’era posto. Un altro parla dei 150 anni del darwinismo. Mi pare sfogliando la stampata che ci sia una critica allo statuto scientifico della teoria di Darwin, ma forse per cautela il candidato glissa elegantemente, tenendosi lontano da un argomento che potrebbe irritare la commissione. La stessa cosa mi era già successa due anni fa. L’episodio, però, di gran lunga più significativo è quello di un ragazzo che porta una tesina sulla Coca-cola: anzi sono due, ma l’altro si sofferma di più sugli aspetti tecnici. Lui invece parla in particolare della pubblicità di questa marca. Ne fa il campione della «fratellanza universale» (testuale), fa vedere come durante la guerra sa guadagnarsi la fiducia dei soldati, mostra l’invenzione del mito di Babbo Natale, conclude con un peana alle somme virtù di questo brand. Intanto mi chiedo se – da un punto di vista strettamente religioso – non sia del tutto impertinente almeno mettere in questione la sostituzione di Gesù Bambino con un Babbo Natale consumistico. Temo che nella generale ignoranza, molti bambini non sappiano se Natale sia la nascita di Gesù o non piuttosto tutto quel fiorire di Babbi rossi sui balconi già all’inizio di dicembre (e anche prima, nelle pubblicità)… Ma mi indigna soprattutto la mancanza assoluta di senso critico: possibile che un ragazzo intelligente, capace, sveglio non capisca che differenza ci sia tra fare un approfondimento di studio e fare il propagandista della Coca-cola? Possibile che non abbia mai sentito parlare di alcune critiche anche pesanti e fondate che sono venute a questa multinazionale su vari versanti? Non si tratta solo di bollicine. Una scuola «cattolica» non dovrebbe dare uno sguardo un po’ più «universale», che vada al di là del pensiero unico? Se il cristianesimo non è neanche pensiero critico, che cosa è? E a che cosa servono, dunque, le scuole cattoliche?

Antonello Ronca

 

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