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 374 - Polkinghorne: Dio agisce negli interstizi della realtà

 

SCIENZA E FEDE, STORIE PARALLELE O DA INTEGRARE?

 

 Le seguenti riflessioni sul tema rapporto scienza-fede prendono spunto da un dibattito tra John Polkinghorne, Simone Morandini, Piero Stefani e Fulvio Ferrario pubblicato sul «Regno» nn. 14 e 18 del 2009, nonché da varie relazioni sentite al Master Scienza e fede tenutosi presso la Facoltà teologica di Torino nel 2009 (primo anno), e in particolare dei relatori Valter Danna, Stefano Sciuto, Angelo Tartaglia, Giovanni Bertoglio, Rino Gaion.

La scienza di oggi si occupa della natura e indaga sulla realtà con metodi verificabili e attraverso la misurazione e la elaborazione di teorie che sono modelli di interpretazione della realtà. Anche la Bibbia si occupa della natura e dell’universo, fa affermazioni circa la realtà, non per indagarla, ma per trasmettere un messaggio di salvezza per l’uomo che si realizza attraverso l’azione di Dio.

 

La scienza è a-tea

Che rapporto c’è tra i due discorsi? È, mi pare, riconosciuto da tutte le posizioni non fondamentaliste che scienza e fede parlino linguaggi diversi: la prima si occupa del come, indaga su come avvengono i fenomeni, di come funziona la realtà; la seconda si interroga sul senso, sulla finalità. La scienza «si limita … a investigare i processi naturali, attenendosi alla domanda sul come le cose siano accadute. Altre domanda, come quelle relative al significato e allo scopo, sono deliberatamente scartate» (John Polkinghorne, in «Il Regno», 14/2009, p. 495). Il discorso della scienza è dunque metodologicamente ateo (nel senso di «a prescindere da Dio», ma non necessariamente nel senso di negare Dio) perché prescinde dal senso e dalla finalità. Ma allora «in che modo pensare la natura (spiegata in maniera atea dalla scienza) come creazione?» (Piero Stefani, in «Il Regno», 14/2009, p. 503). In altri termini il problema è di come Dio agisce nella creazione, nel mondo fisico.

A questa domanda la teologia ha dato varie risposte che non è possibile qui esaminare. Al fondo delle varie teorie sta però una distinzione di metodo: il discorso biblico si colloca su un piano del tutto differente da quello scientifico; la cosmologia biblica non è la descrizione delle leggi fisiche che regolano l’universo, ma la narrazione dell’intervento di Dio nella creazione e nella storia della salvezza; dal punto di vista scientifico non dà alcun apporto alla conoscenza della realtà: come dice Simone Morandini, «è necessario valorizzare la lezione galileiana, col suo richiamo contro usi impropri della Scrittura che pretendano di cogliervi realtà che nulla hanno a che fare con l’intenzionalità salvifica che la caratterizza … la Bibbia è certamente normativa per ciò che attiene al sapere del senso; la descrizione del reale fisico in cui esso trova espressione, però, è storicamente condizionata e può essere tranquillamente considerata come mero documento culturale» («Il Regno», 14/2009, p. 493). Aggiungendo: «Nella prospettiva biblica la fede non nasce immediatamente dall’esame del mondo fisico, ma dall’accoglimento di un annuncio di salvezza» (ibid., p. 494). Morandini ricorda come la costituzione dogmatica Dei verbum ha chiaramente preso le distanze dal fondamentalismo biblicista.

Sul versante della scienza va precisato che il suo limite metodologico all’investigazione su come le cose accadono, il principio secondo il quale è reale solo ciò che si può misurare, impone l’astensione da qualunque giudizio sul senso e sulla finalità del mondo. Se lo scienziato è colui che opera «come se Dio non ci fosse», egli non può però negare (né affermare) Dio se non uscendo dall’ambito scientifico ed entrando in quello metafisico.

 

Il cosmo non mostra Dio

Se si accettano queste premesse metodologiche che delimitano in modo abbastanza preciso l’ambito della scienza e quello della teologia, si respingono le posizioni estreme che si riscontrano da ambo i lati, il concordismo che nega un possibile contrasto tra racconto biblico e scoperte scientifiche (dando comunque la priorità al primo), il discordismo che afferma l’inconciliabilità tra credenza religiosa e risultati della ricerca scientifica.

Restano due opzioni oggi possibili:

1) la separazione, per cui non vi può essere alcun punto di contatto tra le due discipline: è la posizione di Sergio Quinzio, «il quale presenta il discorso biblico e quello scientifico sul mondo come “due” storie indipendenti e parallele, senza punti di contatto» (Fulvio Ferrario, «Il Regno», 18/2009, p. 632), che risale a quella di Georges Lemaitre che affermava che la scienza non aveva mai creato problemi alla sua fede;

2) un’articolazione dei due discorsi che comporti il dialogo tra le discipline, con l’obiettivo di un'integrazione tra di esse (posizione di John Polkinghorne sostenuta da Simone Morandini).

La ragione di fondo di questa posizione sta nel fatto che la scienza non dà risposta a tutte le domande e soprattutto non dà, per principio metodologico, alcuna risposta sul senso dell’universo. Il cosmo non mostra Dio. Viene alla mente l'affermazione di Wittgenstein: «Noi pensiamo che, persino nell'ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta» (Tractatus 6.52). La teologia classica riteneva di poter risalire a Dio attraverso il creato (ad es. con le prove dell’esistenza di Dio). Oggi si preferisce affermare la contingenza dell’universo, ma se si resta sul piano scientifico non si rende ragione della realtà nella sua interezza. Non esiste una teoria scientifica che spieghi il tutto. Un sistema logico coerente non è mai completo, un sistema logico completo non è coerente. Per trovare un fondamento all’esistere del mondo occorre ricorrere a un principio trascendente. Solo la teologia può cogliere il tutto della realtà, le teorie scientifiche non sono riproduzioni del mondo, ma solamente modelli di descrizione parziali di esso.

 

Il modello top down

In questa prospettiva si inserisce la proposta teologica di John Polkinghorne del modello causale top down. Questa teoria spiega l’azione di Dio nel cosmo come azione provvidenziale che si inserisce nella realtà descritta dalla scienza non forzando le leggi fisiche o intervenendo contro di esse (l’intervento miracoloso che costituisce una rottura della regolarità del funzionamento della natura è un evento del tutto eccezionale), ma operando attraverso gli spazi di “impredicibilità” e “imprevedibilità” intrinseche che la realtà offre e che la scienza ha scoperto come suoi limiti strutturali (ad es. nel principio di indeterminazione di Heisenberg e nella teoria dei sistemi caotici). Dio si inserirebbe non a livello di energia, senza cioè alterare il meccanismo delle cause seconde come definite dal modello tomistico, ma in via di «informazione», nelle «aperture ontologiche» all’imprevedibile esistenti nella realtà del mondo.

Questo modello di Polkinghorne si discosta dalla teoria del «disegno intelligente» secondo il quale vi sono prove per individuare nella natura l’intervento di una intelligenza ordinatrice che opera continuamente dall’interno e senza la quale i fenomeni non avrebbero spiegazione. Tuttavia il tentativo di Polkinghorne di vedere l’azione di Dio negli interstizi lasciati vuoti da un certo grado di indeterminazione  che la scienza ha scoperto nella realtà sembra confondere i due piani di ricerca, teologico e scientifico, e introdurre più confusione che aiutare la conoscenza. Non sembra infatti possibile qualificare la sua teoria come scientifica (come pare l’autore pretenda), trattandosi evidentemente di una teoria di ordine filosofico e metafisico. Che Dio intervenga in qualche modo provvidenziale nell’ordine del mondo fisico non costituisce una affermazione scientifica che accresce le nostre conoscenze dal punto di vista scientifico, non essendo scientificamente verificabile e anzi esulando dall’ambito della scienza, perché concernente la ricerca sulla finalità. Dal punto di vista teologico non sembra utile e opportuna una teoria che cerchi di spiegare il tutto attraverso l’inserimento in modelli scientifici di lettura della realtà che possono evolvere sulla base delle successive ricerche e travolgere in futuro le stesse acquisizioni poste a fondamento della teoria.

 

Una integrazione illusoria

In conclusione, penso che sia illusoria l’idea di una integrazione del sapere scientifico con quello teologico e metafisico: essa fa parte di quella tendenza dell’uomo a voler tutto comprendere e tutto ricondurre sotto una formula razionale che si è rivelata fallace. Meglio percorrere una strada più modesta di riconoscimento dei limiti della nostra conoscenza, sia da parte della scienza che, paradossalmente, quanto più acquisisce dati e informazioni sulla realtà, tanto più si rende consapevole della propria incapacità, oggi anche di carattere ontologico, a capire il tutto, sia da parte della teologia che, nel caso del cristianesimo, si appella a un Dio che si è fatto piccolo e povero per avvicinarsi all’uomo e alla sua comprensione.

Forse dovremmo abbandonare la convinzione che l'uomo sia in grado di possedere in modo definitivo la verità, convinzione che genera quella che Paolo De Benedetti chiama l'«ossessione di definire sempre una volta per tutte» le verità di fede. Forse dovremmo imparare dalla cultura ebraica che «la verità assoluta non è accessibile all'essere umano, e a esso compete intravederla per indizi, ricercarla, risalendo dal creato (dalla terra) al Creatore, ma senza mai giungere a vedere la Sua faccia (Es. 33,20)» (Bali – Franzinetti – Levi Della Torre, Il forno di Akhnai, La Giuntina 2010, p. 108) e che lo studio della Parola non è mai concluso, perché la ricchezza che essa contiene è inesauribile, come dice il salmo 62: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite».

Guido Allice

 

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