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 334 - ESTATE POLITICA: AFGHANISTAN E LIBANO

PACE CON MEZZI PACIFICI

 

Nel movimento per la pace italiano, di fronte alle vicende politiche sull’Afghanistan e sul Libano, si sono determinate due posizioni: intransigenti e “politici”. I primi, in nome di pacifismo e nonviolenza assoluti, vedono gli interventi come partecipazione alla guerra unica dell’Occidente in Asia. I secondi cercano anche vie politiche per il superamento della regola nefasta della guerra infinita, e valorizzano l’intervento Onu in Libano (diverso dai precedenti, accettato dalle parti, per la prima volta da Israele) come sostitutivo dell’azione unilaterale illegale di Usa e soci, platealmente e sanguinosamente fallita.

La missione italiana in Afghanistan non era di pace ma di sostegno alla guerra Usa. Molti pacifisti hanno sperato che il rinnovo significasse riduzione. Le opinioni più serie dicono che oggi quella nostra presenza è inutile e pericolosa. Per dicembre deve finire. Opporsi fino a far cadere il governo? In parete, anche nella massima difficoltà, non puoi lasciare un appiglio se non ne hai uno migliore. Non si poteva rischiare una ricaduta nel governo precedente, assolutamente peggiore, in tutto.

Certo, i militari hanno oggi un ruolo, non i civili: il volontariato internazionale è meritorio, ma in numero ovviamente insufficiente. Il militare, per cultura, formazione, strumentazione, non è mediatore di pace; al massimo si interpone. La mediazione deve disporre di Corpi Civili di Pace, riconosciuti, istituiti, finanziati, addestrati come un bene pubblico, in numero consistente, con fondi distolti dalle spese militari. Nel futuro che vogliamo, sostituiranno gli eserciti. La legislazione italiana (legge 230/98) offre già punti d’appoggio, se si capisce e si vuole. L’azione civile è meno costosa, più dignitosa, più efficace dell’azione militare e non compie i danni che il militare produce nell’animo profondo dei popoli, per generazioni. Proposte sapienti di soluzioni giuste, che la diplomazia deve raccogliere, vengono dalla cultura scientifica e morale di pace, come i progetti precisi di Galtung e di Samir Khalil Samir.

 

La “polizia” dell’Onu

L’Onu esiste per abolire la guerra (v. Prologo della Carta), non per mettere un cappello azzurro agli eserciti. La guerra è tra fazioni, non può essere tra l’intera comunità dei popoli e alcuni di essi. Si possono ammettere azioni armate di polizia sotto comando davvero internazionale, non azioni di esercito e guerra. La differenza è essenziale, ed è quella che corre tra forza costruttiva e violenza distruttiva, tra armi leggere per impedire la violenza e armi pesanti che la raddoppiano. Ma l’Onu deve sviluppare le forze civili (v. Agenda per la Pace di Bouthros Ghali, 1992), istruite professionalmente per prevenzione, assistenza, mediazione e riconciliazione, a fianco dei popoli che sono il bersaglio delle guerre attuali. L’Onu non è solo polizia: è politica planetaria, e la politica è essenzialmente disarmata.

È importante distinguere, nei concetti e nei fatti, polizia ed esercito, forza e violenza, oggi confusi, anche volutamente. Nessuna società umana complessa, di fatto, riesce a fare a meno della polizia: così la società internazionale, che però deve fare a meno della guerra. L’invio di militari è poco più che interposizione simbolica: già questo è importante e può avere qualche efficacia, perché i simboli sono realtà profonde, se però sono chiari. Una polizia educata e corretta può essere amica dei popoli, un esercito “buono” è pur sempre minaccioso, ambiguo. La polizia (e non guerra) prevista dalla Carta Onu è impedita dagli stati, specie i più potenti, anarchici, ribelli all’umanità, terrorizzanti, spacciatori di armi, pericolosi per il mondo. Occorre una pressione mondiale per la riforma democratica dell’Onu e il potere effettivo della Corte di Giustizia.

Non c’è frattura nel variegato movimento per la pace se rimane chiaro l’obiettivo: la pace, frutto di giustizia economica e giuridica, abolizione di strumenti criminali come i grandi armamenti e del diritto di guerra, gestione nonviolenta dei conflitti. La via verso l’obiettivo può essere più appassionata e intransigente, o più paziente nell’accettare la legge dell’azione storica per passi graduali, nel possibile e nel necessario, ma ben orientati. Passione e ragione sono le due gambe, ora avanti una ora l’altra. Capirsi e coordinarsi è segno di maturità del movimento.

 

La legge del possibile

La pace non è volontariato: deve essere istituzione, politica. È falso che saper fare la guerra sia necessario per saper governare (come fu detto nel 1999). È vero il contrario: la politica è pace, paziente, costruttiva, ma pace; altrimenti non è politica, ma crimine. Il movimento per la pace, per passare dalla retorica alla politica, deve saper criticare i governi, fronteggiarli fino alla disobbedienza civile, ma deve altrettanto riconoscere i tentativi migliori, quando ci sono, sempre vigilando su rischi e ricadute, e soprattutto su quale cultura del conflitto è presente nel popolo e nella classe dirigente: nonviolenta e vitale o bellico-mortale?

Autonomia ideale, visione intera, e responsabilità storica, nella gradualità storica, devono convivere, con saggezza. L’azione storica e politica è sotto la legge del possibile e del necessario. Una seria presa di responsabilità storico-politica non riduce e non compromette né l’obiettivo ideale né l’autonomia del movimento per la pace.

È difficile dire dov’è il confine tra forza e violenza, polizia e guerra. Vedo i due estremi chiari, ma può esserci una zona sfumata. Se la polizia è violenta, o eccede, fa guerra al popolo: vedi Genova 2001. Un esercito saggio può fare azione di polizia, nonostante la sua cultura e attrezzatura di guerra. Manteniamo la distinzione chiara, importante, necessaria al bene comune, e vigiliamo nel caso concreto.

In che modo esercitare un controllo perché la partecipazione italiana ad interventi di questo tipo sia di polizia e non di guerra? Antonio Papisca ad Assisi (Tavola della Pace, 26 agosto) ha fatto precise proposte: nell’operazione di polizia il militare non ha briglia sciolta, ma è sotto la legge, come la polizia corretta. Il governo italiano promuova un documento internazionale che precisi le operazioni di polizia internazionale. Una unità di crisi vigili quotidianamente sull’operazione in Libano. I militari non sono autonomi: la loro è una funzione politica, non militare. Ci deve essere a fianco un’operazione civile e una forte componente civile dentro la stessa missione: ci sia il “difensore civico” che controlli i militari.

 

La forza più potente

Quale distanza politica ed economica ci separa dalla reale costituzione di un corpo civile di pace preparato e potenzialmente efficace? Quale distanza di tempo, non lo sappiamo, ma può e deve essere abbreviata, perché è urgente. La distanza culturale è grande: il 98% della classe politica ha l’idea della pace solo negativa (non faccio guerra io, ma se mi attaccano, non c’è altro da fare!…). Sono analfabeti della pace. Sarà dura, ma tocca alla cultura di pace istruire una classe politica adeguata ai rischi e alle opportunità del mondo.

La nonviolenza (pensiero e azione) è piccola sull’insieme dell’Italia, ma ha grandi maestri, allievi volenterosi e generosi, tradizione e cultura, inventiva e costanza, grandi compiti, e suscita attese. Sempre più persone anche in punti di responsabilità si rendono conto, pur conoscendola poco, che è “la” risorsa, perché la via della violenza è l’abisso.

Quando si parla di intervento nonviolento si vedono molti scuotere la testa convinti della inutilità di una proposta di questo tipo, in momenti di conflitto aspro. Certo, l’incendio va evitato, prima che spento. La maggiore azione è la pace preventiva. Perché si confida nelle armi? Per ignoranza pandemica, per educazione perversa (spettacoli violenti, videogiochi corruttori di bambini), per maledetti interessi a vendere morte… La cultura corrente è più violenta della natura umana. Ma in fondo le persone sensate sanno che la guerra aggrava ogni male. Il “no alla guerra” è abbastanza popolare, ma è da diffondere la storia delle lotte nonviolente (per es. il dvd Una forza più potente) e da organizzare la volontà politica dei metodi di pace.

Le intermediazioni nonviolente hanno avuto anche i loro martiri. Martire non vuol dire vittima, ma testimone. Il soldato che viene ucciso perché non ha ucciso per primo fa pena, ma non testimonia nulla di nuovo, non è un martire. Chi cade vittima in un’azione giusta, di pace nonviolenta, di soccorso e riconciliazione, è testimone di una possibilità nuova, che deve realizzarsi come regola. Perciò la nonviolenza è sempre efficace, anche quando sembra sconfitta: ci lascia un lavoro avviato. C’è sempre chi non può o non vuole capire. Ma tutti possiamo capire chi annega per salvare uno che annega. Lo scopo è la vita di entrambi. Anche se e uno o l’altro, e persino entrambi, non si salvano, l’umanità è salva perché tutti davanti a quel gesto diventiamo più umani.

Come dare dignità e credibilità, realmente fondate, a una proposta non belligerante ampiamente condivisibile e percorribile nelle situazioni di urgenza? Ciò che sappiamo capire nelle relazioni dirette interpersonali arriveremo a capirlo anche nelle relazioni di gruppo, politiche. Incamminiamoci.

Enrico Peyretti

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