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 26 nov - 6 dic 2014

  

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 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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 329 - febbraio

 35 anni del foglio

Bonhoffer ci scrive

Il 9 aprile del ’45 Dietrich Bonhoffer moriva impiccato a Flossenbürg le sue lettere dal carcere, pubblicate a Monaco nel ’51, venivano tradotte in italiano (Resistenza e resa, Firenze 1969).  Quando nel febbraio del ’71 è nato il nostro mensile, alcuni di noi, che allora avevamo dai trenta ai quarant’anni, le lette da poco e ne eravamo stati profondamente segnati. Se non ci fosse stato il Concilio (1962-65) non ci sarebbe stato il foglio, ma, se non fossero mai stati pubblicati gli scritti di Bonhoffer, di Primo Mazzolari, di don Milani (Lettere ad una professoressa è del 1967), questo abbozzo di rivista, nel bene e nel male, non sarebbe quello che è. Ecco perché apriamo questo numero  de il foglio, giunto alla conclusione del suo 35° anno di vita, con uno dei testi più vivi, profetici e problematici del celebre teologo, resistente e martire. In questa ricorrenza, che non può certo essere celebrativa, pensiamo, infatti, doveroso interrogarci sul nostro futuro a partire da chi ci è stato guida dai primi passi del nostro cammino editoriale. Si tratta di pensieri scritti da Bonhoffer nel maggio del ’44 e dedicati al nipote D.W.R. per il giorno del suo battesimo. Tolti i riferimenti strettamente personali e familiari, chi è nato in quegli anni e chi è, a sua volta,  figlio o  nipote le ha sentite e le sente come a lui rivolte. Sappiamo che i tempi sono cambiati, che molte delle considerazioni e delle previsioni adombrate in questa sorta di testamento spirituale, attualissime per gli anni ’40-80 del secolo scorso, oggi sembrano superate o almeno bisognose di molte correzioni e di rigoroso aggiornamento. Ma sappiamo anche che la loro verità profonda non esaurisce la sua attualità nell’arco di un ventennio e che la loro forza spirituale, come ogni grande parola di universale sapienza profetica, mantiene la sua vitalità ben oltre le contingenze dei flussi e riflussi della storia. Lo mostrano adeguatamente gli articoli raccolti nel numero speciale di Testimonianze, al nostro dedicato (n. 443-444, dicembre 2005), e lo mostreranno, speriamo, quelli che daranno vita ai prossimi 35 anni de il foglio, a cominciare da questo numero, che nelle pagine seguenti inizia il dialogo sui nostri tempi e sui nostri impegni per il futuro con significativi interventi di due dei redattori presenti fin dalla prima riunione organizzativa.

 

(Il testo che pubblichiamo, stralciato e con titoletti redazionali, è preso dalla 1ª  edizione italiana sopra ricordata).

 


A VOI, AFFACCIATI SUL 2000

 

Con te comincia una nuova generazione nella nostra famiglia. Primo della serie, tu precederai una generazione nuova e l’incomparabile vantaggio della tua vita sarà quello di poterne trascorrere buona parte con la terza e la quarta generazione, che ti hanno preceduto [...] avendo ormai da molto tempo dietro le tue spalle l’anno 2000, sarai per i tuoi discendenti il ponte vivente di una tradizione di più di 250 anni. Per questo la tua nascita ci offre un’occasione del tutto particolare di riflessione sul volgere e mutare dei tempi presenti e ci invita al tentativo di individuare i tratti del tempo futuro. [...]

 

Un pezzo di terra sotto i piedi

Ti augurerei di poter crescere in campagna, ma non sarà più la campagna dove è diventato grande tuo padre. Le grandi città, da cui gli uomini si aspettano la pienezza della vita e di ogni godimento e nelle quali si riversavano come se andassero a una festa, hanno attirato su se stesse morte, distruzione e ogni possibile orrore. Fuggendo, donne e bambini hanno abbandonato quei luoghi del terrore. Forse l’era delle grandi città è tramontata sul nostro continente. Nella testimonianza della Bibbia, fu Caino il fondatore delle metropoli. È certamente possibile che sulla terra continuino a esistere grandi città, ma il loro splendore, per seducente che sia, avrà ormai in sé agli occhi dell’uomo europeo qualcosa di spaventoso, di opprimente. D’altro canto, il grande esodo dalle città significa che la campagna muta radicalmente. La radio, le automobili, il telefono e l’organizzazione di quasi tutti i settori della vita hanno già pregiudicato notevolmente il silenzio e l’isolamento delle campagne. Se, ormai, milioni di uomini che non possono fare a meno dell’agitazione convulsa e delle esigenze della vita proprie dei grandi centri urbani si trasferiscono nelle campagne, se interi complessi industriali vengono dislocati in zone rurali, l’urbanizzazione della campagna procederà con ritmo veloce e trasformerà le strutture fondamentali dell’esistenza rurale. Il villaggio, come ancora trent’anni fa esisteva, oggi non esiste più, è un mito non diverso da quello dell’idillica isola dei Mari del Sud.

A onta del nostalgico slancio dell’uomo verso la solitudine e la quiete, sarà ben difficile trovarle. Eppure, nel violento mutare dei tempi, sarà già un vantaggio avere un pezzo di terra sotto i piedi e trarne l’energia necessaria per un impegno e per un riposo quotidiani, che siano nuovi, naturali, semplici, sereni. [...]

 

Resistere per ricostruire

Noi siamo cresciuti nell’esperienza dei nostri genitori e dei nostri nonni, secondo la quale l’uomo può e deve progettare, costruire, plasmare la sua vita con le sue proprie mani, secondo la quale esiste nella vita un fine, che l’uomo deve scegliere e impegnarsi a raggiungere con tutte le sue forze. Oggi, l’esperienza nostra è che non possiamo fare progetti neppure per l’indomani, che nella notte viene distrutto quello che si era costruito nel giorno, che la nostra vita – a differenza di quella dei nostri genitori – è informe o, se non altro, frammentaria. E tuttavia, nonostante tutto questo, dico e affermo che non avrei voluto e non vorrei vivere in un tempo diverso dal nostro, anche se esso disprezza e calpesta la nostra felicità esteriore. Più distintamente che in altre epoche, noi siamo in grado di vedere che il mondo è nelle mani di Dio, mani di collera e di grazia. Si legge in Geremia: «Così parla il Signore: ecco, ciò che ho edificato, io lo distruggo; ciò che ho piantato, io lo sradico... E tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare! Poiché ecco, io farò venir del male sopra ogni carne... Ma a te darò come bottino la tua anima, dovunque tu vada» (45,4-5). Se dalla distruzione dei beni della vita noi riusciremo a recuperare intatta la nostra anima vivente, potremo esserne soddisfatti. Se il Creatore stesso distrugge la sua opera, dovremmo noi lamentarci di aver distrutto la nostra? Il compito della mostra generazione non sarà quello di «mirare a grandi cose», ma di salvare la nostra anima dal caos, di preservarla e di vedere in essa l’unica cosa da mettere in salvo – come nostro «bottino» – dalla casa che brucia. «Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso procedono le sorgenti della vita» (Prov 4,23). Dovremo portare, più che plasmare la nostra vita, dovremo sperare, più che pianificare, tener duro più che andare avanti. Ma intendiamo salvaguardare l’anima per voi giovani, per la generazione che nasce ora, affinché dalla sua forza voi organizziate, edifichiate e plasmiate una nuova e migliore esistenza.

 

Pensiero e responsabilità

Abbiamo vissuto troppo intensamente nel pensiero e abbiamo creduto che fosse possibile garantire in precedenza, mediante una ricognizione di tutte le possibilità, il risultato di qualsiasi azione, in modo tale che essa si compia, in conclusione, da sola. Un po’ troppo tardi abbiamo imparato che non il pensiero, ma l’assunzione della responsabilità è l’origine dell’azione. Per voi, pensiero e azione entreranno in una relazione nuova. Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo. Per noi il pensiero era spesso il lusso dello spettatore, per voi sarà interamente al servizio dell’azione. «Non chiunque mi dice: Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», ha detto Gesù (Mt 7,21).

Il dolore è rimasto estraneo alla maggior parte della nostra vita. Uno degli inconsapevoli principi o ideali della nostra vita era di raggiungere il più possibile l’assenza di dolore. Un modo di sentire differenziato, un modo di vivere intensamente il proprio e l’altrui dolore costituiscono la forza e, insieme, la debolezza della nostra forma di vita. La vostra generazione, precocemente abituata a sopportare privazioni e dolori, sottoposta a pesanti prove di pazienza, sarà più dura, temprata e aderente alla realtà della vita: «Buona cosa è per l’uomo portare il giogo della sua giovinezza» (Lam 3,27).

Credevamo di poterci affermare nella vita con la ragione e il diritto, e quando l’una e l’altro vennero meno ci siamo visti alla fine delle nostre possibilità. Abbiamo continuato a sopravvalutare l’importanza del razionale e del giusto, anche nello svolgersi della storia. Voi che crescete durante una guerra mondiale, che il novanta per cento degli uomini non ha voluto e per la quale essi perdono tuttavia vita e beni, voi imparerete fin da bambini che il mondo è condizionato da potenze contro le quali nulla può la ragione. Perciò affronterete queste potenze con maggiore freddezza e maggiore successo. Nella nostra vita il «nemico» non era propriamente una realtà. Voi sapete che avete nemici e amici e che cosa significa avere nella vita un nemico o un amico. Fin dall’infanzia imparerete le forme a noi ignote della lotta contro il nemico, come pure l’incondizionata fiducia verso l’amico. «La vita dell’uomo è una milizia; i suoi giorni sono simili ai giorni di un operaio» (Giob 7,1). «Benedetto sia il Signore, la mia rocca, che ammaestra le mie mani alla pugna e le mia dita alla battaglia» (Sal 144,1). «Chi ha molti amici, li ha per sua disgrazia, ma vi è tale amico, che è più affezionato di un fratello» (Prov 18,24).

 

«Cercate il bene di Babilonia»

Andiamo incontro a un’epoca di organizzazioni colossali e di strutture collettive, ovvero vedremo esaudito il desiderio d’innumerevoli esseri umani di rapporti modesti, privi di pubblico rilievo, personali? Le due cose si escludono necessariamente a vicenda? Non sarebbe pensabile che proprio le organizzazioni mondiali nelle ampie maglie della loro rete consentano spazio maggiore alla vita individuale della persona? Affine a questo è l’altro interrogativo, se cioè ci attende un’epoca di ordinamento aristocratico, di selezione dei migliori, o invece di uniformità di tutte le condizioni della vita umana, interne ed esterne. Al centro di un livellamento molto vasto delle condizioni materiali e ideali di vita dell’umanità, il senso della qualità dei valori umani di giustizia, di prestazione e di coraggio – senso che ormai è penetrato ed esiste in tutti gli strati sociali – potrebbe creare una selezione di nuovo tipo in favore di coloro ai quali verrebbe anche riconosciuto il diritto di una forte guida. Rinunceremo allora tranquillamente ai nostri privilegi nel riconoscimento di una giustizia storica. Potrebbero insorgere avvenimenti e situazioni di fatto tali da andar oltre e calpestare i nostri desideri e i nostri diritti. Ci mostreremo allora forti e degni di vivere non in un orgoglio inasprito e sterile, ma nella consapevole sottomissione a un giudizio divino e nella generosa e altruistica partecipazione al tutto e alle sofferenze del nostro prossimo. «Ma la nazione che piegherà il suo collo sotto il giogo del re di Babilonia e gli sarà soggetta, io la lascerò stare nel suo paese, dice il Signore; ed essa lo coltiverà e vi dimorerà» (Ger 27,11). «Cercate il bene della città... e pregate il Signore per essa» (Ger 29,7). «Va’, o mio popolo, entra nelle tue camere, chiudi le tue porte dietro a te; nasconditi per un istante, finché sia passata l’indignazione» (Is 26,20). «Poiché l’ira sua è di un solo momento, ma la sua benevolenza è di tutta una vita. La sera alberga da noi il pianto; ma la mattina viene la gioia» (Sal 30,5).

 

Verso un cristianesimo nuovo

Oggi tu sarai battezzato cristiano. Su di te verranno pronunciate tutte le grandi, antiche parole del messaggio cristiano e il comandamento battesimale di Gesù Cristo si compirà in te, senza che tu ne comprenda nulla. Ma anche noi siamo respinti ai margini della comprensione. Riconciliazione e redenzione, Rinascita e Spirito Santo, amore per i propri nemici, croce e resurrezione, vita in Cristo e imitazione di Cristo: il significato di questi concetti è così duro, difficile, lontano, che quasi non osiamo parlarne. Nelle parole e nei gesti della tradizione intuiamo qualcosa di totalmente nuovo e di sconvolgente, senza tuttavia riuscire ad afferrarlo e a esprimerlo. La colpa è nostra. La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, quasi essa fosse il suo proprio fine, è incapace di farsi portatrice della Parola riconciliatrice e redentrice per gli uomini e per il mondo. Ed è per questo che le parole antiche devono svigorirsi e ammutolire e il nostro essere cristiani si riduce oggi a due cose: pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia. Ogni pensiero, parola, organizzazione nelle cose del cristianesimo, dovrà rinascere da questa preghiera e da questa azione. Quando tu sarai adulto, la forma della Chiesa sarà mutata assai. La sua rifusione non è ancora terminata, e qualsiasi tentativo di procurarle prematuramente una nuova potenza organizzativa si risolve in un ritardo della sua conversione e della sua purificazione. Non sta a noi predire il giorno – ma il giorno verrà – in cui gli uomini saranno nuovamente chiamati a pronunciare la Parola di Dio in modo tale che il mondo ne sarà trasformato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, probabilmente un linguaggio del tutto non religioso, ma liberatore e redentore, come quello del Cristo, tale che gli uomini ne avranno spavento e saranno, tuttavia, sopraffatti dalla sua violenza, il linguaggio di una nuova giustizia e verità, il linguaggio che annuncia la pace di Dio con gli uomini e l’avvicinarsi del suo regno. «Udranno tutto il bene che io sto per far loro e tremeranno a motivo di tutto il bene e di tutta la pace che io procurerò a Gerusalemme» (Ger 33,9). Fino a quel momento il dovere del cristiano sarà di restare silenzioso e appartato; ma ci saranno uomini che pregheranno e opereranno secondo giustizia e attenderanno il tempo di Dio

Possa tu essere uno di loro e possa essere detto un giorno di te: «Il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va via via più risplendendo, finché sia giorno pieno» (Prov 4,18).

 


Foglio di confronto o di schieramento?

 

I 35 anni dalla fondazione del nostro mensile ci obbligano a una riflessione.

 

Nato come voce impegnata nella chiesa e nella fede, nell'etico e nel sociale e, di riflesso, nel politico, il foglio ha vissuto con vivace serietà gli anni del post-concilio e della contestazione, senza mai arrendersi e senza mai sconfinare nell'apocalittico. Siamo sempre stati dei marginali, non integrati, né disintegrati. Voci personali di ricerca, più che maestri buoni o cattivi.

Non dobbiamo nasconderci che, dopo un periodo di entusiasmo e passione, abbiamo conosciuto diversi momenti di crisi e di stanchezza e che, in seguito a morti e defezioni, abbiamo visto diminuire il numero delle collaborazioni. Certo, persino nei giorni del riflusso, verso la metà degli anni ’80, la redazione ha continuato a riunire una dozzina di persone, ma il materiale che riempiva i numeri, firmato e no, riecheggiava spesso le stesse voci. Anche lettori avveduti ce lo hanno allora fatto notare con rammarico. Avere resistito, noi e loro, ci ha però consentito di attendere nuovi arrivi, voci più giovani e diverse da quelle dei fondatori. Questo ha cambiato il nostro giornale e ha cambiato anche noi, tanto più che è mutato il clima culturale e sociale in cui operiamo.

Oggi il foglio è sempre un mensile di impegno, attento al tema della fede, un mensile non integrato e che non vorrebbe disintegrarsi, marginale ma, nel suo piccolo, importante, che ha però un volto in trasformazione. Drasticamente ridottasi la possibilità di dialogo intraecclesiale, è cresciuta l'esigenza del confronto interconfessionale, interreligioso e interculturale. Ridimensionata la dimensione ideologico-ideale, per la nuova consapevolezza della complessità del reale e del rischio che ogni pretesa di magistralità comporta, si è gradualmente imposta al nostro lavoro la necessità del confronto. In una società dove si stanno sviluppando l'intolleranza e la guerra tra le culture, dove la ricerca di identità forti ed esclusive minaccia la pace e la giustizia, dove la relatività dei problemi e delle tesi a confronto è ridotta a relativismo, saper tenere aperta la porta del dialogo è ormai il vero nuovo e inderogabile impegno del credente come del non-credente.

Fallire in ciò, intestardirsi a custodire, a difendere, più che ad arricchire e arrischiare, la propria specificità originaria, personale o di gruppo, è colpa grave. Tutti noi oggi sappiamo, redattori come lettori, che una delle ragioni della crisi culturale, sociale e politica, che attraversiamo, è frutto dell'esasperazione delle diversità di interessi e delle prospettive ideali che ciascuno coltiva. La valorizzazione delle cosiddette identità, oggi tanto di moda (occidentale, cristiana e islamica) potrebbe anche costituire una buona base di partenza per il dialogo sociale, se non si trattasse, ormai e per lo più, di identità fantasma, o meglio di fantasmi di identità, di identità immaginarie e di copertura. Tanto che ad esse ci si richiama per nascondere il proprio vuoto, non per valorizzare la propria creatività. Si tratta di identità passate, morte, ridotte a maschere. Il che le trasforma in palizzate e campi minati, in muri che separano cimiteri, e ne promuovono guerreschi allargamenti, mentre originariamente erano vitali forme di comunicazione e di relazione.

Trattare, come ormai fanno le voci ufficiali dei vari schieramenti politici e dei vari movimenti sociali e religiosi, le posizioni altrui come vuota retorica conservatrice o come cieco progressismo, è pernicioso. Minacciare rotture irreparabili per diversità di opinioni è arrendersi alla guerra di tutti contro tutti, mentre si dovrebbe dare, a tutti i costi, testimonianza di collaborazione e di capacità di gestione dei conflitti. Trasformare ogni questione in scontro di civiltà e trattare i propri interlocutori critici come avversari, estremizzare le posizioni alternative alle nostre, così da poterle meglio attaccare, non distinguere più tra atteggiamenti diversi su scelte pratiche o di principio, così da poterli considerare tutti egualmente immorali o disonestamente distorti, trasformare la radicalità in possesso della verità, non è indice di forza ma di violenza, religiosa o laica che sia.

Il vero avversario, se di avversario si può parlare, è chi rifiuta per principio di misurarsi con gli altri, di confrontare, con disponibilità a cambiare, il proprio sentire col sentire altrui. La vera vittoria non è far prevalere la propria opinione, ma convincere, con-vincersi insieme.

Credo che se sapremo fare del nostro piccolo mensile una voce capace di rendere sempre più concreto ed evidente la scelta del confronto, una voce schierata sul fronte della chiarezza, della sincerità, dell'apertura al dialogo, della radicalità nell'interrogazione di sé e dell'altro, del coraggio nella ricerca e nella sperimentazione di esperienze etiche, sociali e culturali nuove, attente alle esigenze di oggi ma anche alle possibilità offerte dal futuro, avremo aiutato i nostri lettori e noi a non vivere come se non avessimo occhi per vedere e orecchi per sentire.

Aldo Bodrato


Al servizio della  verità e della vita

 

Ogni settimana

Su questo mensile ci siamo invecchiati, noi della prima ora. Sono nati e cresciuti i nostri figli, comparsi i nostri nipoti. Alcuni che hanno lavorato con noi sono passati alla vita oltre questa. Di tante vicende, in Italia e nel mondo, dei cambiamenti nella coscienza collettiva, abbiamo parlato  per due ore ogni settimana,  con qualche pausa d’agosto, per 35 anni (la metà della mia vita), perché, più che una redazione, siamo un gruppo di persone che pensano insieme, discutono, hanno interessi, esperienze, idee simili e diverse. Così si diventa amici, ogni intesa dà felicità e ogni dissenso o malinteso fa soffrire. Sulle otto pagine mensili compare solo qualcosa del nostro colloquio intenso.

 

Valore delle identità

Questa esperienza invecchiava con noi, quando abbiamo visto con piacere arrivare dei giovani valenti, che intendono continuare questo lavoro, con modi e responsabilità loro. La redazione è diventata più plurale, sotto molti aspetti, non solo per l’apporto dei giovani. Io faccio parte, anche per l’età, della componente più legata al tono originario. Credo che le identità tradizionali, se aperte e dialoganti, possono, nonostante le loro crisi, dare concretezza e realtà al dialogo più fitto nel mondo di oggi, portando i loro valori e aprendo i loro limiti. Non credo che dobbiamo sfumare le fisionomie per realizzare incontri anziché scontri di civiltà. Credo, in particolare, che la tradizione cristiana, coi suoi mutamenti anche turbolenti, lentezze, ostinazioni, compromessi, certezze caduche e interrogativi nuovi, sia ancora e sempre un apporto luminoso di umanizzazione. Nella piccola misura a noi possibile, non possiamo farlo mancare, pur mentre impariamo ad apprezzare e ricevere luci di salvezza anche dalle religioni non cristiane. So che senza intima religiosità, prima, attraverso e oltre le religioni positive, l’umanità rimane indietro nella propria ricerca di farsi autentica.

 

Sulla via giusta

Credo che i dubbi portino avanti nella verità, scuotendo precedenti assestamenti, e possano essere non dubbi dissolutori, così da farci perdere il tesoro trovato nel campo, ma necessari passaggi faticosi di un cammino valido. Credo che la verità, irrinunciabile tensione costitutiva dell’umanità autentica, è una realtà viva all’orizzonte, che ci attrae, non è illusione né presunto possesso. Credo che con la decisa scelta cristiana, civile, democratica, solidale, nonviolenta, noi siamo sulla via giusta, pur con possibili passi falsi e cadute, se non dubitiamo dell’orientamento, ma sempre lo rinnoviamo, né rassegnati né presuntuosi, né scettici né esclusivisti. 

La nostra verità è relativa, non perché soggettiva o arbitraria o comoda, ma perché è relazione varia, approssimativa e balbettante, ma personale e dinamica, vero appassionato contatto vitale con la verità reale.

Il brutto clima odierno - di verità chiuse e arroganti, e di nichilismi cinici, sia dalla parte dei satolli in difesa aggressiva, sia tra i ribelli disperati e inferociti  - naturalmente ci tocca, perciò ci fa discutere e ci richiede un fine continuo riesame per camminare tra enormi pericoli senza cadervi. Ci interroghiamo, senza ingenuità ma senza sfiducia. Non è giusto il dilemma: o integralismo o relativismo.

 

Totalitarismi e relativismi

Integralismo, fondamentalismo, sono termini correnti ma impropri per dire dei veri e propri totalitarismi, che pretendono di avere tutto, di non essere debitori di nulla a nessuno, dunque posizioni senza verità, proprio perché pretendono di possedere la massima verità.

Quanto al relativismo, c’è quello ontologico, per il quale tutto è indifferente, tutto vale lo stesso nulla, nessun valore comune si può cogliere, ma solo valori relativi all’uno o all’altro; nulla permane, nulla supera il particolare, perciò ogni relazione finisce per essere di sola forza; vale non la visione più giusta ma quella più affermata, senza altro criterio conoscitivo che questo. In un tale relativismo siamo dissolti in quanto soggetti vivi, c’è solo un gioco di ombre solitarie, tutto è possibile e nulla vale. La vita pulsante lo ripudia, come ripudia le certezze micidiali dei teo-con, che ammantano di divino l’idolatria della potenza.

C’è poi un relativismo pratico, etico, che consiste nel vedere costantemente la relazione che apre ogni soggetto all’altro. È la giusta relatività: tutto è in relazione con tutto, senza cessare di essere ciò che è,  col suo insostituibile valore, sempre in un costitutivo legame con l’altro. Tutto è sostanza e relazione, felicemente, nello stesso tempo.

 

Ci sono criteri

Siamo dunque in relazione con la verità, una relazione di attrazione e di sete, di ricerca sincera e di cammino in compagnia universale. Perciò possiamo dare cauti e seri giudizi di valore, perché non siamo privi di metri e criteri. Ci sono chiare negatività e chiare positività, che valgono oltre il caso e l’utile singoli. Le convinzioni profonde, sempre correggibili, non sono condanna di convinzioni diverse. Il dialogo è bene che avvenga tra soggetti identificabili, non tra indistinti.

Le nostre centinaia di lettori (mai arrivati a migliaia, né noi siamo capaci o interessati a puntare sulla quantità) si saranno accorti di differenze tra noi, su questi grandi problemi. Per la mia piccola parte, so che non è vero che persuasione è violenza, non è proprio vero.

 

Barbarie nazista

Oggi è tempo di barbarie, eppure non di disperazione. Un libro prossimo, di uno studioso di Gandhi, individua nel mondo di oggi le componenti essenziali dell'ideologia nazista: la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia, il diritto assoluto del più forte, lo svincolamento da ogni limite morale, l'elitismo, il disprezzo per il debole, la glorificazione della violenza, il dovere assoluto di obbedienza al potere, il dogmatismo fanatico. Mi sembra che abbia tragicamente ragione. Ma, qualcuno ritiene esagerato questo quadro, perché abbiamo pure strutture a forma democratica. Altri soffre che non sentano tutti ugualmente la gravità della violenza del capitalismo fattosi impero globale, la volontà sterminista con cui difende il proprio privilegio, la follia con cui, noi largamente complici, consuma il mondo e affonda l’unica barca comune.

 

Differenze

Qualcuno sente di dovere, nella cultura di oggi, decostruire forme irrigidite che resistono alle smentite della realtà. Altri, senza negare la funzione critica, avverte primario il debito morale della cultura di proporre orientamenti, per costruire forme più umane e vivibili. Chi coltiva con rigore il pensiero freddo e realista, per stare nella realtà disincantata; chi si riconosce pressato con urgenza dall’utopia della verità che sopravanza la realtà e infonde calore ed entusiasmo (anche dolorosi) per volerne il cambiamento verso una maggiore giustizia. Chi ha fiducia nella grande crescita dei saperi scientifici e tecnici, ne valorizza le conquiste liberatrici; chi apprezza questi vantaggi però ne vede le preoccupanti ambiguità e i rischi sull’uomo e sulla natura, ma soprattutto cerca la sapienza sopra la scienza, cioè l’amore appassionato del vero e del buono che trascendono il sensibile e l’utile e che, nel caso, vanno a questi preferiti. Chi chiede di schierarci; chi di privilegiare il confronto sempre aperto. Chi sente di più la preponderante minaccia del male sul senso dell’esistenza; chi confida di più che tutto è fondato su un bene che regge sostiene e feconda ogni cosa.

A noi tutti interessa e preme la fede e la sua vitalità operante, più dell’organizzazione della fede, cioè più delle chiese, delle teologie, delle sfumature  di spiritualità.

 

Oltre la modernità

Sull’opposizione alla barbarie sopra descritta, alcuni confidano nelle capacità proprie del progresso civile della modernità. Altri ritengono che proprio nelle debolezze e ambiguità della modernità stiano i germi di violenza disumana, scatenatisi nei totalitarismi del Novecento e tornati oggi a concentrarsi nel potere dell’infima minoranza che depreda e condanna miliardi di umani. Io sono tra quanti vedono necessaria e possibile una profonda rivoluzione morale, culturale, politica, che guidi l’umanità oltre la modernità, non in un disfacimento deluso e nichilistico, necrofilo, ma nella scoperta dell’antropologia nonviolenta, che ha in Gandhi il capostipite contemporaneo del più promettente movimento filosofico, umanistico, politico, ricco di apporti antichissimi rinnovati nelle condizioni nuovissime della storia.

 

Rivoluzione nonviolenta

I più, nella società, credono di conoscere la nonviolenza, la guardano con degnazione, come una ingenua buona illusione, e, senza essere feroci, ricadono nella rassegnazione alla ferocia delle potenze. Tanti la credono una mollezza, ma la nonviolenza è una lotta, che costringe anche alla denuncia dura e all’invettiva: Gesù, mite e dolce, scatena le invettive più terribili verso gli ipocriti che usano la religione come potenza e violenza, invettive da querela e condanna, come infatti gli toccò. Gandhi dice – si vadano a leggere – cose gravissime, inaccettabili e antimoderne per i benpensanti, sulla democrazia che non dà al più debole le stesse possibilità dei più forti: tale democrazia è falsa ed è «una forma diluita di nazismo o di fascismo». La nostra democrazia è tale, e l’Occidente vuole imporla con la guerra. Gandhi lo diceva nel 1940, ma oggi è ancora più vero. La lotta giusta con forze umane diverse dalla violenza è vera rivoluzione.

 

Tempo di speranza, tempo urgente

Oggi è tempo di barbarie, eppure non di disperazione, ma addirittura di speranza, perché se grande è la violenza e l’ipocrisia, cresce molto anche la consapevolezza e la coscienza, e la volontà di opposizione costruttiva. In questo bisogna buttare l’anima, nulla di meno. In questo foglio abbiamo solo una debole parola, ma è ciò che intendiamo spendere. Tutti siamo profeti quando la circostanza e l’evidenza, e il silenzio degli altri, ci costringono a gridare, anche scompostamente, che c’è violenza e falsità nell’ordine dei potenti omicidi e imbellettati, e che la via è un’altra. Dobbiamo accanitamente evitare di nasconderci, fuggire come Giona, ondeggiare, cincischiare, dubitare e temere. Il tempo è poco, il tempo stringe.

 

Enrico Peyretti


 

indice

 

A voi, affacciati sul 2000

Foglio di confronto o di schieramento? (Aldo Bodrato)

Al servizio della verità e della vita (Enrico Peyretti)

Agiografia femminile 2. La masca  di Dio: Caterina da Racconigi (Elisa Lurgo)

La prima enciclica di papa Ratzinger. La ragione non amante non è intelligente (Enrico Peyretti)

Tristezza (d.o.)

La passione censurata 2. Sei tu il figlio di Dio? (Dario Oitana)

Siamo tutti omosessuali

Scandalo (e.p.)

Recitare la commedia con se stessi. Recensione di “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee (Elisa Lurgo)

Una partita di tennis senza arbitro. Recensione di “Match Point” di Woody Allen (e.l.)

Sul bob di Gandhi. Recensione di “Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi” di E. Peyretti, Pazzini Editore 2005 (Beppe Marasso)

Uno che non ha calcolato. Recensione di “Un puntolino di luce. In ricordo di don Alberto Prunas Tola” di AA.VV., Trauben 2005 (e.p.)

Come lavora un sicario dell’economia. Recensione di “Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider” di J. Perkins, Minimum fax (Claudio Belloni)

Tanti “diritti” per Monsignore (Aldo Bodrato)

Quattrocchi non è come Perlasca

Due torti, due ragioni (Enrico Peyretti)

Dio e amore, il cardinale no

 

 

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