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 380 - Italia centocinquanta / 4: Dell’elmo chiodato s’è cinta la testa

 

UNITÀ ALLA BISMARCK

 

La lettura di alcuni brani dei quotidiani dell’epoca costituisce una specie di macchina del tempo. Quelle pagine riflettono le passioni che, giorno dopo giorno, scuotevano il lettori di allora. Far rivivere le emozioni dei nostri antenati può essere un modo per integrare una ricerca storica.

 

La verità della propaganda

«Io seppi frenare in omaggio alla quiete d’Europa i miei sentimenti d’italiano e di Re e le giuste impazienze dei miei popoli… L’Austria rifiutò i negoziati e respinse ogni accordo». Così Vittorio Emanuele all’inizio della guerra a fianco della Prussia, che peraltro non viene neppure nominata («Gazzetta del Popolo», 21/6/1866). Ma era stato proprio il Re a rifiutare un accordo vantaggiosissimo: «Ai primi di maggio gli austriaci, in cambio della semplice neutralità italiana, si dichiararono disposti a cedere Venezia alla Francia, che l’avrebbe poi trasferita all’Italia» (Denis Mack Smith, I Savoia re d’Italia, Bur 2008, p. 43). L’offerta fu poi rinnovata il 4 luglio, il giorno dopo la vittoria prussiana a Sadowa (ibidem, p. 47). I francesi appoggiarono la proposta che fu nuovamente respinta. Alla fine del conflitto, dopo migliaia di morti, fu proprio ciò che avvenne.

In occasione dell’anniversario della battaglia di San Martino, la «Gazzetta del Popolo» (24/6/1866) presenta ai lettori la suggestiva immagine del re che attende impaziente sul terreno ancora bagnato del sangue dei caduti di sette anni prima. «Vindice dei caduti di S. Martino, postosi alla testa di quattrocentomila soldati, ha fatto intimare all’Austria di uscire d’Italia, entro settantadue ore. Fiero come un nipote di Emanuele Filiberto, Egli stava attendendo la risposta non sopra un cavallo di bronzo, ma in arcioni al suo sbuffante cavallo di guerra, alle cui nari salendo l’odore dei cadaveri, pestava il pie’ dalla riva nostra del Mincio per volare all’altra sponda. All’ora in cui scriviamo cavallo e cavaliero ardono volando il terreno delle sepolte legioni e le riscuotono a vita».

Il Mincio fu oltrepassato, ma poco dopo fu di nuovo ripassato… «Ciò fu per cogliere il nemico sovra altro punto meno sfavorevole, e non già in segno di battaglia perduta». Così il generale Sirtori si rivolge ai suoi soldati: «Voi vi ritiraste vincitori dal campo di battaglia, e a Valleggio copriste la ritirata del corpo d’armata. Se il Re vi avesse ordinato di difendere Valleggio a oltranza, voi l’avreste difeso, doveste tutti cadere morti di fatica come caddero molti dei vostri compagni. Ma il Re e il vostro comandante vollero serbarvi alle future vittorie, e in nome del Re e della patria con soldati come voi, giuro che vinceremo» («Gazzetta del Popolo», 28/6 e 3/7/1866).

Se la sconfitta di Custoza è stata fatta passare per vittoria, non in modo così sfacciatamente falso viene descritta la battaglia navale di Lissa. Viene condannata la condotta dell’ammiraglio Persano, reo di aver abbandonato la nave ammiraglia provocando paralisi e confusione. Tuttavia la gravità della sconfitta viene attenuata: «Per ora conchiuderò che se Tegetoff (comandante della marina austriaca, ndr) ci ha incontestabilmente sorpresi, l’onore della giornata è rimasto alle nostre armi perché restammo padroni delle acque del combattimento» («Gazzetta del Popolo», 24/7/1866). È possibile che risponda a verità quanto riportato da Arrigo Petacco (O Roma o morte, Mondadori 2010, p. 101): Tegetoff avrebbe così impartito gli ordini alla flotta: «Daghe drento, ostrega!». È infatti presumibile che la maggioranza dei marinai “austriaci” fossero veneti, giuliani e dalmati. È pure credibile quanto descritto dal Verga (I Malavoglia, Mondadori 1970, p. 157): «Cominciò a correre la voce che nel mare verso Trieste ci era stato un combattimento tra i bastimenti nostri e quelli dei nemici, che nessuno sapeva nemmeno chi fossero».

Drastica è la conclusione del Villari: «V’è un nemico più potente dell’Austria… sono le moltitudini analfabete... e la retorica che ci rode le ossa. Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino; ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e di 5 milioni di arcadi» (Nel nome dell’Italia, a cura di Alberto Mario Banti, Laterza 2010, p. 399).

 

Il Re Untuosissimo

1870. Guerra franco-prussiana. Trionfo della Prussia. Napoleone preso prigioniero a Sedan. In Francia proclamata la repubblica. La Prussia aveva tolto di mezzo il difensore del papato! Garibaldi era a Caprera, Mazzini in carcere a Gaeta. Grazie alla Prussia, Roma era pronta per essere la capitale del regno. Ma occorreva un po’ di cautela.

Fu inviato a Roma il conte Gustavo Ponza di San Martino con una lettera personale di Vittorio Emanuele diretta al Papa. «Con affetto di Figlio, con fede di Cattolico, con lealtà di Re, con animo d’Italiano, m’indirizzo ancora, com’ebbi a fare altre volte, al cuore di Vostra Santità. Un turbine pieno di pericoli minaccia l’Europa. Giovandosi della guerra che desola il centro del continente, il partito della rivoluzione cosmopolita cresce di baldanza e di audacia e prepara, specialmente in Italia e nelle province governate da Vostra Santità, le ultime offese alla Monarchia e al Papato… Io veggo la indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a salvaguardia dei confini, s’inoltrino ad occupare quelle posizioni che saranno indispensabili per la sicurezza della Vostra Santità e pel mantenimento dell’ordine. La Santità Vostra non vorrà vedere in questo provvedimento di precauzione un atto ostile… Prego Vostra Beatitudine di volermi impartire la Sua Apostolica Benedizione e riprotesto alla Santità Vostra i sentimenti del mio profondo rispetto. Di Vostra Santità Umilissimo, obbedientissimo e devotissimo figlio VITTORIO EMANUELE». La lettera fu pubblicata dopo la conquista di Roma («Gazzetta del Popolo», 22/9/1870).

Il papa, dopo averla letta, esclamò «A che codesto sfoggio di inutile ipocrisia? Meglio valeva dichiararmi addirittura che mi si voleva spogliare del regno». Gli si può dare torto? Secondo la cronaca della «Gazzetta del Popolo» (14/9/1870) il papa disse sorridendo al conte: «Ma insomma voi parlate sempre delle aspirazioni de’ romani. Ebbene ora potete vedere coi vostri proprii occhi come essi siano tranquilli». La risposta del conte è imbarazzata e contraddittoria. «Il San Martino non ristava dal replicare che nella momentanea tranquillità di Roma un po’ di merito ce l’aveva egli pure, essendosi opposto risolutamente a che si tentassero novità colle armi. E, appunto perché Roma è città calma e tranquilla, l’Italia è persuasa a far opera savia portandovi la sede del governo».

Per tentare di capire qualcosa delle passioni che agitavano l’Italia di allora, occorre anche tener conto della condanna effettuata da Pio IX nei confronti di tutte le conquiste della civiltà, della difesa a tutti i costi del potere temporale, dell’influenza del clero sulle masse contadine e della dura repressione del governo, con l’uso del confino, degli arresti domiciliari, del carcere. «Venerdì giunsero in Torino, e ieri partirono per il loro domicilio coatto, l’arcivescovo di Brindisi a Pinerolo, il vescovo d’Oria a Cuneo e il vescovo di Nardò a Saluzzo. Oggi furono mandati a domicilio coatto in Livorno otto sacerdoti. Altri cinque sono in carcere» («Gazzetta del Popolo», 3/7/1866). È stata una lunga guerra civile tra fanatici clericali e fanatici anticlericali, senza esclusione di colpi.

 

L’ultima gioventù di Garibaldi

La natura impetuosa e il carattere un po’ donchisciottesco di Garibaldi l’avevano spinto in gioventù a combattere in Sudamerica per una nazione diversa dalla propria. L’occasione si ripresentò tre mesi dopo lo scoppio della guerra civile americana. Lincoln gli offrì il comando di un corpo d’armata degli Stati settentrionali. L’Eroe dei due mondi fu sul punto di accettare, ma pretese che i nordisti dichiarassero l’abolizione totale della schiavitù, il che non era ancora nei loro programmi. Più tardi, quando l’affrancamento degli schiavi era stato formalmente promesso, la proposta americana venne ripresentata. Ma il governo di Torino pose ostacoli insormontabili (cfr. Denis Mack Smith, Garibaldi, Mondadori 1993, p. 142; Petacco, op. cit., pp. 22-25, 51-52). Il fatto è credibile, data l’ostilità dei benpensanti piemontesi nei confronti dei nordisti. «Un esercito numerosissimo e poco disciplinato composto in parte dai più tristi elementi, una perturbazione grandissima nelle abitudini del paese, la libertà ridotta a mera apparenza, il governo della cosa pubblica venuto in sostanza nelle mani della plebe» («L’Opinione», 2/1/1862).

Il sogno di Garibaldi di impersonare l’eroe dei popoli oppressi, si realizzò al momento della disfatta della Francia imperiale e della proclamazione della repubblica. Pur essendo anziano (63 anni, età avanzata a quell’epoca) e afflitto da forti reumatismi, non esitò infatti a schierarsi a fianco dei repubblicani francesi, contro i prussiani. Le citazioni che seguono sono tutte tratte dalla «Gazzetta del Popolo». Si trovava ancora a Caprera e così comunicava la sua decisione ai soldati francesi: «Soldati, ho avuto l’onore di combattere una volta con voi, e due contro di voi (rispettivamente nel 1859 e nel 1849 e 1867, ndr), sempre per la causa della giustizia. Quantunque invalido, salutando il vostro superbo stendardo della repubblica, camminerò ancora ai vostri fianchi» (2/9/1870). Quaranta giorni più tardi, sbarcava a Marsiglia: «È la seconda volta che io vengo a Marsiglia (la prima volta nel 1834, braccato dalla polizia di Carlo Alberto ndr). La prima ero condannato a morte dagli oppressori della mia patria e fra voi ho ritrovato un generoso asilo. Vengo a pagare il mio debito alla Francia concorrendo a liberarne il suolo dalle orde prussiane» (12/10/1870). Posto a capo dell’armata dei Vosgi, si rivolgeva ai francesi con le parole d’ordine del 1789: «Libertà – Fraternità – Eguaglianza. Io vengo a prendere il comando dei corpi formati pella difesa nazionale. La Prussia a quest’ora sa che essa deve combattere contro tutta la nazione armata» (20/10/1870). Esige dai soldati francesi «disciplina più severa di quella delle truppe in linea, anche nelle relazioni tra l’una e l’altra guerriglia; costanza e coraggio a tutta prova; condotta irriprovevole rispetto alle altrui proprietà, anche frammezzo alle più grandi privazioni». Così conclude rivolgendosi a tutto il popolo, nel ricordo del suo passato di guerrigliero sudamericano: «La difesa di Montevideo ha durato nove anni. Montevideo dissotterrò i vecchi cannoni che servivano da pilastri nelle vie, fuse delle lancie per supplire ai mancanti fucili, mentre le donne regalavano alla patria fin l’ultimo gioiello. Un villaggio della Francia ha maggiori risorse di quelle che poteva avere allora Montevideo. Possiamo noi dubitare del successo della difesa nazionale?» (22/10/1870).

Nel corso della seduta dell’Assemblea francese dell’8 marzo 1871, a Bordeaux, Victor Hugo così si espresse: «Di tutti i generali francesi impegnati in questa guerra Garibaldi è il solo che non sia stato sconfitto!» (Mack Smith, op. cit., p. 290). Garibaldi non era certo un seguace della nonviolenza, ma, ancor meno, fu un becero nazionalista.

Dario Oitana

 

Gli articoli precedenti sono stati pubblicati nei numeri 377, 378 e 379.

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