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 383 - Dal film di Moretti alla beatificazione di Wojtyla

 

«Fenesta ca lucive e mo’ nun luce…»

L'ultimo film di Nanni Moretti ha lasciato interdetti vertici e base del mondo cattolico, i cui opinionisti si sono divisi. Alcuni hanno scritto su «Avvenire»: «Nec delectat, nec docet», non diverte e non insegna, semplicemente si prende gioco della dignità di papa e cardinali. Altri, come l'ufficio stampa Cei, hanno riconosciuto che un po' diverte, ma subito hanno aggiunto che poco insegna. Molti tra i cosiddetti cristiani critici lo hanno apprezzato per la sua leggerezza e problematicità, ma si sono chiesti se non abbia ecceduto in facilità. In sostanza dicono questi ultimi: Habemus Papam diverte e insegna, ma non tocca i nodi davvero drammatici della Chiesa di oggi, che, come ha mostrato Enzo Bianchi su «Jesus» di aprile è affaticata e smarrita, stanca e incerta sul suo futuro.

Ho visto il film con questo bagaglio di opinioni alle spalle e mi sono chiesto che cosa davvero vuol dirci l'autore, che cosa ci comunicano di fatto le sue immagini e che cosa siamo noi in grado di cogliere dall'insieme della storia e delle colorite scene da cabaret che ce la dipanano, fino all'immagine conclusiva, quasi tragica, della finestra vuota sulla folla muta, nella mitica cornice della piazza di San Pietro, sovrastata dal titolo-annuncio, a piene lettere, Habemus Papam!

«Fenesta ca lucive e mo’ nun luce, sign’è ca Nenna mia stace malata...»: non so quanti ancora conoscano la vecchia romanza napoletana in morte dell'amata. Mi è venuto spontaneo accostare questi versi alla balconata deserta e silenziosa, al buio della stanza retrostante, appena nascosto dalla gran tenda purpurea mossa dal vento, alle parole di Bianchi sull'incerto futuro di una Chiesa tanto amata e tanto malata e ho pensato a come si combina tutto ciò con l’ostentata beatificazione dell'ultimo pontefice che ha dato voce e lustro a questa finestra, a questa piazza, a questa Chiesa, già scossa da una crisi storica e spirituale tanto profonda.

 

Apparentemente nulla

Credo di poter dire che siamo ormai a un punto di non ritorno e che il cristianesimo storico, fattosi cristianità e come tale giunto fino a noi, è morto e celebra con l'affrettata e volontaristica santificazione dell'ultimo papa il suo funerale. Un funerale che sarà festoso e barocco quanto si vuole, ma che pure resta un rito di morte, come rito di morte dell'ultimo Papa-Re fu il Vaticano I con la proclamazione autoritaria e assolutamente inefficace dell'infallibilità pontificia.

Certo nulla di tutto ciò è direttamente presente nell'apparentemente scanzonato film di Moretti, se non per «catantifrasi», per opposta figura retorica. Nulla vi appare della tradizionale durezza dottrinale e disciplinare vaticana, neppure scalfita dal decennio conciliare. Nessun ruolo vi hanno le tensioni interne tra correnti teologiche e pastorali, le inevitabili rivalità personali, le lotte di potere, tipiche di ogni istituzione gerarchica e proverbiali per gli ambienti curiali.

Tutto è stemperato in un clima di smarrita e innocente disponibilità alla collaborazione interna e all'apertura al miracolo della divina ispirazione. Surreale e magnifica nella sua fabulosità è l'invocazione dei singoli, che si fa corale mistica preghiera (l'unica di tutto un film dedicato a un interminabile conclave), a non essere l'«Eletto». Surreale è la scelta di uno psicanalista ateo per aiutare il neo-papa a superare l'angoscia, il senso di insufficienza che lo attanagliano. Surreale la clausura imposta a tutti, meno che al nuovo Celestino V, che se ne va a zonzo per Roma, mentre l'intero collegio cardinalizio inganna il tempo giocando a carte e a pallavolo, come un qualsivoglia gruppo di pensionati dall'ottimo carattere.

Sta qui l'abilità di Moretti a usare tutte le risorse classiche del suo umorismo, soffice ma pungente, per dirci che nulla, attivamente e malvagiamente, si oppone a che quel mondo imbalsamato da secoli di stratificazioni abitudinarie, di isolamento, di compiaciuta bellezza e ricchezza, sia disponibile a una ventata radicale di rinnovamento, se non la sua intrinseca impossibilità a essere diverso da quello che è, la sua stessa docilità a perpetuarsi immutato.

Tutti sognano che, dopo la morte dell'ultimo pontefice, il nuovo porti una ventata di aria fresca che segni la rinascita, il rinnovamento della chiesa, ma nessuno ha la forza di farsene protagonista, non i singoli cardinali, non l'intero collegio, non le folle in attesa. Tutti pensano a un trauma esistenziale e storico passeggero che una buona analisi introspettiva può riportare alla luce e con questo solo sforzo rimediare all'impasse e restituire salute e capacità operativa al papa, all'intero collegio cardinalizio, alla chiesa, a tutto il mondo cristiano. Tutti sono disposti ad affidarsi a una guida, la eleggono, la cercano fuori di sé. Nessuno in sé la trova, Non il papa fuggiasco, non i suoi pari nell'episcopato, non lo psicanalista. Vogliono, sono disponibili, a essere guidati, non a fare la guida, che alla fine resta invocata e assente. È a mio giudizio il tema del film, tema a cui Moretti laicamente non può che proporre la soluzione interlocutoria con cui il film si chiude e che, come abbiamo ricordato, è immagine che evoca la morte.

 

Nessuna resurrezione, per favore

Non mi resta che tentare di suggerire come un credente, che a ogni ricorrenza pasquale non può evitare di collegare alla morte la resurrezione, legge questo finale sul futuro della sua chiesa e lo legge dopo la celebrazione dell'apologia dell'attuale potere pontificale, santificandone la personificazione forse più celebre dell'ultimo secolo. La morte che invoca resurrezione è da sempre per il credente biblico la morte martiriale al servizio della Parola di Dio, della sua giustizia e del suo amore per gli ultimi. Un tempo si santificavano i martiri, così da proclamare che la loro fine infamante per il mondo, era motivo di gloria per i credenti nel Crocefisso. Oggi si santifica chi abbia ben meritato dall'istituzione ed, essendo considerato un grande dall'opinione pubblica mondana, ha visto folle enormi e potenti d'ogni risma ai suoi funerali. Che resurrezione c'è da attendersi per questi e per l'istituzione che li santifica?

Per il cristianesimo della cristianità non mi attendo resurrezione. Se la chiesa e il cristianesimo del Cristo crocefisso e risorto dovrà rinascere non rinascerà dal cadavere di questa chiesa, che già Adolf negli anni '60 definiva «la tomba di Dio» (Bompiani 1966). Il Dio di Gesù Cristo rinascerà da altro luogo di passione e di riscatto, da luoghi non coperti coi drappi cardinalizi dei conclavi e da cupole michelangiolesche. In questo Nanni Moretti è forse profetico. L'Habemus papam! risuonerà davvero gioioso annuncio di attesa rinascita, se il nuovo papa non apparirà dalla solita finestra affacciata sulla rotonda colma di folla plaudente, se quella finestra resterà vuota, perché il vento dello spirito soffia altrove e da altra apertura d'orizzonti fa udire la sua voce, come «voce di uno che grida...».

Aldo Bodrato

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