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 382 - Uno sguardo sulla globalizzazione / 1

 

Un movimento globale

 

Gli anni ’60 del ‘900 furono scossi da grandi movimenti giovanili che coinvolsero tutti i paesi del mondo. Le lotte di consistenti minoranze di giovani studenti e operai, in particolare cristiani e marxisti, aveva un obiettivo unificante: abbattere l’imperialismo.

Con imperialismo si intendeva il sistema di potere che imponeva al mondo uno sviluppo diseguale: di fronte a una minoranza di paesi che vedeva le sue condizioni di vita e di lavoro migliorare continuamente, stava una crescente maggioranza che le vedeva peggiorare o non migliorare adeguatamente a causa del suo stato di colonia o ex colonia, della predazione di risorse, lavoro e potere d’acquisto che subiva e del peggioramento continuo dei termini di scambio tra i suoi prodotti e quelli dei paesi industrializzati. Il movimento, seppure confusamente e con un eccesso di ideologia, proponeva uno sviluppo più equilibrato e una distribuzione più giusta a livello mondiale del lavoro e della ricchezza.

Dopo aver raggiunto l’apice verso la fine degli anni ’60, il movimento è rifluito fino a perdersi nel terrorismo, per sue carenze intrinseche, ma soprattutto per non aver trovato interlocutori. Non le chiese preoccupate, in particolare quella cattolica, per la loro sopravvivenza a causa della forza eversiva e della radicalità del movimento. Non i partiti comunisti occidentali e i sindacati, impegnati più a distribuire tra i lavoratori lo sfruttamento degli altri popoli che a farlo cessare. Ma innanzitutto a causa del “tradimento” dei paesi comunisti Urss e Cina, impegnati in un imperialismo straccione e perciò peggiore di quello capitalista. In Cina addirittura il movimento fu usato per regolare conti interni al partito al potere. Ora, cessata infine la divisione del mondo, quel riequilibrio che i giovani negli anni ’60 sognavano di realizzare con la politica nell’ordine razionale e per motivi di giustizia, viene fatto dal capitalismo globalizzato nel caos e per profitto.

 

La forza di un fenomeno naturale

Ma per capire cosa sta succedendo e cosa possiamo fare, proviamo a ripercorrere gli ultimi 300 anni di storia economica, che hanno visto l’esplosione della rivoluzione industriale. Questa rivoluzione è la più grande trasformazione economica mai affrontata dall’umanità; la precedente, quella agricola, ha impiegato molte migliaia di anni per globalizzarsi, in meno di 300 quella industriale sta raggiungendo tutto il mondo. La rivoluzione industriale consiste nell’applicare la scienza, attraverso la tecnica, alla produzione aumentandola considerevolmente: possiamo perciò individuare il suo compito storico nell’eliminazione del bisogno dalla terra. Occorre infatti riconoscere che, nonostante le diseguaglianze, le ingiustizie e anche gli orrori di cui stiamo parlando, mai tanti esseri umani hanno vissuto così a lungo con così tanti beni e servizi a disposizione, godendo di così tanta cultura e informazione come oggi.

La rivoluzione industriale si è realizzata principalmente attraverso un sistema produttivo che è stato chiamato capitalismo. Questo sistema ha molti punti di forza ma anche alcune criticità. Due, presenti fin dal suo inizio, sono: il lavoro salariato e la tendenza latente alla sovrapproduzione.

Nell’impresa il lavoro viene trattato come tutti gli altri mezzi di produzione e sottoposto agli stessi criteri di calcolo economico razionale. Ciò determina quell’effetto che è stato definito reificazione del lavoro e produce resistenze e rivolte. L’altra contraddizione è inerente al modo di sviluppo del capitalismo, che è un sistema molto dinamico. La capacità produttiva tende ad aumentare continuamente in modo molto vivace, il potere d’acquisto generato dai redditi distribuiti come profitti e salari non fa altrettanto e non riesce quindi a sostenere la domanda di beni di investimento e di consumo che sarebbe necessaria. Da qui le periodiche crisi di sovrapproduzione. Avviene come per una persona che sta imparando ad andare in bicicletta, per restare in equilibrio aumenta continuamente la velocità, ma alla fine cade e deve ripartire. Questa causa di crisi si è aggravata dopo la prima guerra mondiale man mano che nei paesi sviluppati venivano saturati i bisogni primari e anche parte di quelli secondari.

Contro queste tossine si sono sviluppati nel tempo degli anticorpi. I lavoratori, organizzati prima in società operaie, poi in sindacati e partiti hanno recuperato, almeno a livello collettivo, la soggettività che l’organizzazione dell’impresa tende a negargli e hanno spinto per un continuo miglioramento e controllo delle condizione di lavoro e per la redistribuzione della ricchezza prodotta. Molteplici sono i meccanismi che contrastano la sovrapproduzione. La già citata opera dei sindacati, l’intervento dello stato, l’utilizzo del credito per anticipare i consumi, la finanziarizzazione e altri. Quello che però ha permesso al capitalismo di prosperare e svilupparsi è stata fin dall’inizio la conquista di sempre nuovi mercati. È allargando continuamente gli imperi coloniali che i paesi industriali hanno potuto usufruire di quel potere d’acquisto aggiuntivo che gli era necessario, oltre che lavoro e materie prime a basso prezzo. Senza contare che la stessa guerra è una fonte di domanda inesauribile. Tutti i paesi che si sono industrializzati, hanno inondato con i loro prodotti i mercati esteri, per primi Inghilterra, Francia e Usa, più tardi la Germania, ancora più tardi Italia e Giappone e ora Cina, India, Brasile e altri.

 

La fase finale del capitalismo?

Molti economisti, soprattutto marxisti, fin dall’inizio del ‘900, avevano individuato nell’imperialismo una necessità vitale per il capitalismo, in particolare Lenin nel 1905 col suo famoso «l’imperialismo fase suprema del capitalismo». Lenin pensava che l’imperialismo sarebbe stata l’ultima fase del capitalismo perché, una volta colonizzato tutto il mondo, sarebbe cassata la spinta allo sviluppo. La sua previsione non si è avverata perché il capitale nel ‘900 era ancora legato alle potenze nazionali: c’era un capitale inglese, francese, americano, tedesco ecc. che cercavano spazio nel mondo per arricchire la madrepatria. Lo scontro di questi imperialismi, con la corsa agli armamenti, le distruzioni e le ricostruzioni ha mantenuto alta la domanda. Tutto il ‘900 è stata una continua lotta tra potenze imperialiste, con le vecchie, Inghilterra, Francia e Usa che cercavano di mantenere le posizioni raggiunte e le nuove, Germania nella prima, affiancata da Italia e Giappone nella seconda, che cercavano di soppiantarle. L’ultimo scontro imperialistico è stato quello tra Usa e Urss. Con il crollo dei regimi comunisti si è aperta una fase nuova: la globalizzazione. Il capitale si è spersonalizzato e ora, libero da vincoli nazionali, da barriere e frontiere si è lanciato a colonizzare tutto il mondo ancora sottosviluppato, ne realizzerà così l’unificazione definitiva. Potrebbe essere proprio questa la sua fase finale. Ogni sito promettente sarà sviluppato, avendo a disposizione una domanda potenziale di oltre 6 miliardi di consumatori in rapida crescita.

Questa fase sarà molto lunga, assolutamente imprevedibile nei suoi risvolti, a volte drammatici a volte esaltanti, e il lieto fine non è per nulla scontato. Man mano che il potere d’acquisto mondiale sarà saturato e le risorse diventeranno scarse e care, i problemi per il capitalismo aumenteranno. Intanto la scienza progredirà creando nuove possibilità. Nello sforzo di aumentare l’energia a disposizione e di contrastare il degrado ambientale si svilupperanno nuove tecnologie. L’informazione e la comunicazione in tempo reale e il venire alla ribalta di popoli fin’ora assenti dalla storia, cambieranno la politica. Tutto questo porrà all’umanità nuove domande e sfide e gli proporrà un modo diverso di guardare a sé stessa. Alla fine di un lungo travaglio, se nel frattempo non ci sarà una rottura, nascerà un mondo molto diverso dall’attuale, economicamente, politicamente, socialmente e anche spiritualmente.

 

Angelo Papuzza

(continua)

 

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