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L’evento Jobs

 

5 ottobre 2011, muore Steve Jobs.

Se vi interessasse la cronaca, sarei arrivata tardi. Forse sono però ancora in tempo per fare qualche considerazione rispetto a quanto è avvenuto intorno all’“evento”. Evento, e non semplice morte, come poco di ordinario c’è stato nella vita di Jobs. Evento, anche quando apparentemente non c’è stato, perché i funerali sono avvenuti a porte chiuse.

Eppure gli elementi caratteristici dell’evento ci sono stati tutti: il cordoglio delle più note personalità del mondo, la manifestazione pubblica di dolore da parte dei fan (davvero le code per acquistare il nuovo iPhone sono così diverse dai pellegrinaggi per portare i fiori davanti a Buckingham Palace alla morte di Lady Diana?), l’inondazione degli instant books nelle librerie e nelle edicole. Qualcosa però ha interferito con la celebrazione del lutto dei fedeli del mondo Apple: nei giorni successivi alla morte di Jobs, su alcuni profili di Facebook si sono lette frasi come: «Si è spento all'età di 92 anni l'americano Wilson Greatbatch, ingegnere e inventore del pacemaker... Sbaglio o nessuno ha messo un pacemaker come foto profilo? E sì che quest'uomo ne ha salvate di vite! Ah... ma lui non ha inventato l’iPod... allora chissenefrega. Non doveva essere poi un granché come uomo... metti un mi piace e copialo sulla tua bacheca se la pensi come me». Un messaggio simile è circolato su Dennis Ritchie, padre di Unix e del linguaggio C, fondamentali per lo sviluppo delle tecnologie informatiche.

Le morti sono messe in competizione – vale più Greatbatch o Jobs?, neanche stessimo parlando di azioni in borsa o di quale sia il migliore sistema operativo – invece di essere accumunate dalla commemorazione e dallo smarrimento che ogni morte porta con sé. Quasi non fosse possibile interrompere la faziosità Mac-Pc o valutare il senso di una vita in termini diversi dal pragmatismo strumentale.

Non sappiamo se i libri di storia dedicheranno più righe a Greatbatch, Ritchie o Jobs (o, meglio, io qualche idea ce l’ho, ma non mi voglio sbilanciare). Quello che però sappiamo e viviamo è che le invenzioni di Jobs sono così pervasive – anche in chi non le adopera – non solamente perché sono buone macchine che permettono di lavorare e comunicare in modo efficiente, ma soprattutto perché hanno intaccato il concetto abituale di tecnologia, hanno imposto un approccio estetico e non solo strumentale, hanno aperto nuove strade di socializzazione e comunicazione. Altri in seguito si sono preoccupati di ridurre i costi e ampliare il mercato, Jobs ha disegnato un nuovo immaginario, gettando le basi della nascita di una «comunità immaginata», nella quale i membri non sono persone che si conoscono o si frequentano, ma persone accumunate da una serie di pratiche, da una filosofia comune, da un forte senso di appartenenza (seguendo la definizione dello storico Benedict Anderson). Quelli che usano il Mac (e l’iPod, l’iPhone, l’iPad…). Quelli che sono accumunati dall’utilizzo di oggetti che non sono semplicemente tali, ma racchiudono «tutta una serie di aspirazioni, di sogni e di sentimenti di appartenenza… un totem della primitività moderna» (come ha scritto l’antropologo Marco Aime sulle pagine di «Wired» 32/2011).

Questo è, in verità, il vero evento Jobs. E non si concluderà con le immagini mancate del suo funerale.

Simona Borello

 

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