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 389 - ETTORE DE GIORGIS A 20 ANNI DALLA SCOMPARSA / 2

 

L’eredità di un testimone sulla scia di Mounier

 

Dopo il quadro del cattolicesimo torinese preconciliare, presentiamo ora un ritratto di De Giorgis a partire dalle sue carte presentato da Giovanni Avonto, presidente della Fondazione Vera Nocentini, durante il convegno a lui dedicato il 4-5 novembre scorso a Torino e Lanzo.

 

 

Ettore De Giorgis (1931-1991), insegnante negli istituti tecnici e filosofo, militante nelle associazioni cattoliche e viaggiatore del mondo pacifista, mistico, amico dei monaci camaldolesi, collaboratore di numerosissime rivista, tra cui il foglio e la francese «Esprit», adottò come maestro di vita Emmanuel Mounier, fondatore di quel personalismo di comunità o comunitario che concepisce la costruzione della propria persona non come individualismo solitario e tranquillo di sé, ma come unità fra sentimento, ragione, attenzione all’ascolto degli altri e una vocazione inquieta a vivere dentro la storia. Ho cercato di raccogliere in questa sintesi il programma a cui Ettore restò fedele per tutta la vita, trovando nelle dimensioni del personalismo mounieriano gli spazi di libertà e di protezione rispetto agli opposti estremismi, cioè integrismo e ideologia. Vorrei guardare all’esperienza di De Giorgis con l’attenzione della contemporaneità, anziché descriverlo solo con la sensibilità del ricercatore storico. Certo non è consentito estrapolarlo oltre il suo tempo, ma è lecito ricercare quello che possiamo trattenere per il nostro arricchimento dalla vita di un testimone eccezionale come Ettore è stato.

 

Un monaco laico

Un’immagine con cui possiamo guardare all’esperienza di Ettore De Giorgis, sempre dal punto di vista della nostra contemporaneità, riguarda il suo stile di vita. Oggi anche questo tema ritorna di attualità, un po’ sotto l’incubo del precipitare degli equilibri su cui si è retta finora la nostra società; ma anche perché in certi settori della vita civile viene riproposto il tema dell’austerità accanto a quello delle compatibilità e delle qualità che deve manifestare un operatore pubblico.

Ettore era un monaco laico per scelta di vita: ma non viveva, come dice don Carlevaris, «nell’isolamento dei propri libri e nella cerchia ristretta dei propri “discepoli”», ma a contatto ogni giorno con i ragazzi del suo istituto tecnico di Ciriè, con la gente semplice del suo paese (come operai, contadini, negozianti, artigiani), e in un rapporto ricercato con tante personalità che esprimessero cultura e sapienza (come teologi, pastori, preti operai, monaci domenicani e camaldolesi).

Il monachesimo e lo spirito di povertà, che lui aveva conosciuto a partire dalla Comunità di Bose, era quello libero dalle rigidità istituzionali, in cui si respirava il calore e la semplicità della famiglia. Il suo stile di vita era quello che gli consentiva di coniugare la rigidità delle convinzioni sui valori con la flessibilità necessaria per immergersi nei problemi concreti, interpretarli e cercare l’elaborazione intellettuale di una soluzione di mediazione.

La sua educazione personalista (si considerava un italiano di formazione francese) gli permetteva questa libertà di pensiero e di collocazione fra radicalismo e realismo. Certo questa sua testimonianza gli costò sul piano ideale, almeno soffrì certa solitudine quando il fallimento di speranze di rinnovamento lo costrinsero a non più riconoscersi nella sinistra demo-cristiana, perché fede e scelta politica non rappresentavano un punto d’approdo possibile. Dovette ricercare in una scelta socialista libertaria non un’adesione, ma un possibile luogo di ricerca, con l’affermazione della laicità dell’impegno politico e della libertà rispetto alle dottrine consacrate.

 

Un intellettuale umano

Un’altra immagine è quella dell’intellettuale, nella forma più pura e completa, dove si combinano – come osserva Enrico Peyretti – l’intelligenza o conoscenza delle cose e dei problemi con l’intelletto espressione dello spirito che li illumina e ne scopre i segreti. Per Ettore la misura della sua intellettualità era rappresentata dalla sua umanità che gli consentiva di tradurre le trame delle sue conoscenze in valori umani da condividere nel colloquio, con modestia e umiltà, con la gente semplice delle sue frequentazioni. Innanzitutto i giovani della scuola, affascinati dalle sue molteplici conoscenze e dalla dolcezza del suo parlare che indirizzava la sua azione educativa non in occasione di potere, ma in strumento di critica severa e propositiva. Si potrebbe dire oggi un sollecitatore della ribellione (o indignazione) per ricercare una speranza politica terrena, certo influenzata da suggestioni utopiche.

Si comprendono bene le dimensioni della sua intellettualità analizzando il patrimonio della sua biblioteca, ora depositata presso il monastero di Camaldoli. Subito dopo il trasferimento per lascito di Ettore di quei suoi 2834 volumi nel 1992, i monaci hanno provveduto a un’attenta catalogazione e soggettazione di quei volumi: si tratta di una biblioteca organica nella sua composizione, dove Ettore appare principalmente come un umanista di lettere, completato però da un poderoso bagaglio di cultura teologica, storica e filosofica.

Questo patrimonio bibliotecario supportava anche la sua seconda dimensione di intellettuale pubblicista, attività iniziata ancor ventenne prevalentemente sul terreno politico; fino a diventare poi lo specifico del suo impegno culturale-civile.

Quest’impegno lo manifestò in varie riviste e periodici italiani (un’ampia selezione degli oltre 400 scritti di Ettore fra il 1965 e il 1991 si ritrova nel libro Semi gettati nel solco del mondo di Teodora Caglio e Giancarlo Chiarle), ma in particolare lunga e attenta fu la sua collaborazione con «Esprit» fra il 1970 e il 1988, con 19 scritti pubblicati, una parte dedicata alla recensione di eventi.

Interessante l’articolo La victoire des metallurgiste italiens con cui De Giorgis apre la sua collaborazione nel febbraio del 1970. Nel dettagliato racconto delle lotte del 1969 Ettore esprime la sua speranza nei sindacati per il rinnovamento della democrazia in Italia e anche nel ministro del Lavoro Donat-Cattin che aveva dichiarato di non essere un arbitro ma un sostenitore della parte sociale più debole.

Scegliendo nella raccolta di «Esprit» dalle origini, trovo tra i suoi scritti una breve riflessione sulla fuga permanente di Pier Paolo Pasolini alla ricerca disperata di un equilibrio momentaneo (novembre 1976). Alcuni articoli sono di informazione per i francesi e di approfondimento su particolari momenti della vita politica e sociale italiana: come la vittoria referendaria della legge 194 sull’aborto (settembre 1981); uno scritto sulla lunga marcia dei comunisti italiani con la vittoria nella competizione elettorale del giugno 1975 per il rinnovo delle amministrazioni locali e la proposta di Berlinguer del compromesso storico (settembre 1975). Ancora una ricostruzione dell’esperienza dei “cattolici democratici” in difesa del diritto di divorzio con il “no” nel referendum promosso dalla destra clericale, e i problemi aperti sul futuro di questo movimento; unitamente c’è una vivace polemica senza attenuanti al movimento “cristiani per il socialismo”, definiti «neo-cristiani vetero-marxisti»: egli contrappone il suo personalismo anti-ideologico alla idolatria politica che ambiguamente pone una primazia del “materiale” sullo “spirituale” (settembre 1974). E poi una penetrante e severa analisi del crollo dell’«ideologia cristiana» e del partito «ecclesiastico» che la interpretava (cioè la Dc) in Italia, alla luce della profezia mounieriana, ossia che il rischio e la speranza diventeranno l’attitudine della nuova cristianità al cui cambiamento contribuiranno nuovi strati sociali e nuovi innesti extra-europei (novembre 1976).

L’ultimo intervento di De Giorgis su «Esprit» è dedicato all’Italia di Craxi: è un’analisi del successo del Psi nelle elezioni del 1987, a scapito di Dc e Pci, come espressione di una novità nella strategia di potere del craxismo, alla ricerca di un’alternativa alla Dc e di un’egemonia della sinistra (maggio 1988).

 

Un cristiano adulto

Il termine «cristiano adulto» non appartiene all’epoca di De Giorgis, ma al nostro tempo, in cui – come commenta Enzo Bianchi – alcuni cattolici che hanno tentato di respingere gli integralismi della gerarchia cercando di restare ispirati dalla propria fede, «sono stati irrisi come “pretenziosi cattolici adulti” considerati inadeguati alla strategia in atto se non addirittura presenze nocive nel necessario confronto con la polis».

De Giorgis rimprovera alla gerarchia ecclesiastica (e con essa il Vaticano) di essere stata nel nostro paese l’unico arbitro della moralità privata dei cattolici e dei non cattolici (e cita l’esempio più altisonante del veto all’introduzione del divorzio nella legislazione civile); non solo, ma di essere stata anche la garante della moralità pubblica dei politici. Il tutto in nome del potere sulle istituzioni e sulle coscienze, mascherati col terrore del pericolo comunista. Il che ha spinto l’episcopato italiano alla conservazione senza prospettiva storica ed evangelica; mentre i laici, a partire dal periodo fascista, sono stati educati all’obbedienza passiva rispetto alla gerarchia.

Sono osservazioni demistificanti, che inizialmente Ettore inseriva nei suoi scritti con l’illusione che la sua attività di intellettuale disinteressato potesse avere efficacia, seppur in tempi lunghi, di un rinnovamento della vita della Chiesa e della politica. Sostiene che la politica dell’integrismo non ha prospettive (e lo scopre attraverso il rigore dei «gruppi spontanei») e che il legame tra fede e politica non si colloca a livello istituzionale ma nella ricerca profetica – di cui parla Mounier – delle motivazioni profonde (e scopre quest’impegno nelle «comunità ecclesiali di base»). Queste motivazioni erano ricercate attraverso una teologia che aveva anche delle inclinazioni sociali. Si spiega così la sua prolungata amicizia con un teologo del lavoro come padre Chenu, ma anche il suo inserimento nell’associazionismo delle Acli avvenuto in epoca precedente al noto convegno di Vallombrosa del 1969 che dette poi il via alla scelta socialista: indubbiamente ebbe un riflesso anche sulle sue scelte.

L’impressione che io conservo di lui è quella di un ricercatore in positivo, cioè un “altromondista”, come si va affermando oggi in alternativa al semplice antiglobalismo, e quindi un pacifista preoccupato di quale fosse la nuova società da contrapporre alle scelte violente e disgreganti del capitalismo.

Giovanni Avonto

 

 

Bibliografia: un’ampia scelta degli articoli pubblicati da De Giorgis su varie riviste unita a testimonianze di chi l’ha conosciuto si trova in: T. Caglio e G. Chiarle (a cura di), Semi gettati nel solco del mondo. Brani scelti degli scritti di Ettore De Giorgis, Ed. Esperienze, Fossano 2000.

 

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