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 389 - Memoria

 

Domenico Sereno Regis

 

L’Italia, questo Paese, la nostra democrazia hanno bisogno di idee concrete e di valori vissuti, di nuove esperienze che generino idee e valori, di uomini e donne aperti al futuro e che vivano i valori con coerenza.

Diceva Gobetti: «C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza». Domenico Sereno Regis è stato uno di questi uomini. Insieme ad altri – soli ma non isolati – ha animato esperienze significative che non sono alle nostre spalle, ma sono il punto di partenza per proseguire il cammino perché quelle esperienze hanno formato altre persone che a loro volta possono dare un contributo alla formazione di altre persone e così via. Penso all’impegno per una Chiesa rinnovata e per un cristianesimo evangelico, al lavoro per la partecipazione, la pace, la nonviolenza, l’obiezione di coscienza, per la creazione di un nuovo modello di sviluppo. In ogni esperienza Sereno Regis è stato intransigente: intransigente nella scelta dei mezzi rigorosamente nonviolenti, intransigente nel perseguimento della giustizia che è tanto più sicura quanto più la violenza si riduce nel mondo.

Chi scrive ha avuto la fortuna di lavorare con lui tra il 1979 e il 1984, l’anno della morte, e di essere stato uno dei tanti obiettori di coscienza di cui egli è stato amico. Da lui, dal suo esempio, ho appreso la differenza (abissale) tra la tolleranza negativa che si risolve nella pura sopportazione dell’errore altrui e la tolleranza positiva che è la comprensione delle ragioni degli altri, in particolar modo degli avversari, anche dei nemici. Quando si spinge oltre la convenzione, la tolleranza si trasforma in «apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere» (Aldo Capitini).

 

L’obiezione di coscienza spezza il circolo vizioso

Mi sono chiesto spesso per quale motivo Domenico “spendeva” ore e ore del suo tempo in interminabili discussioni con noi (allora) giovani nella mitica “cantina” di via Venaria, annessa a quella che è stata la prima casa della nonviolenza a Torino e che per molti anni, grazie a lui che come si diceva nel gergo degli obiettori ci «copriva», è stata la sede della Loc (Lega degli obiettori di coscienza). Discussioni franche, anche accese, non sempre convergenti, sempre leali. Più di una volta sono andato con lui a parlare di obiezione di coscienza qui a Torino, anche in provincia, dove si recava con una macchinina che lo conteneva appena: per la sua mole immensa egli doveva occupare il posto alla guida e anche quello alle spalle del guidatore.

Pensando e scrivendo queste righe, mi pare di avere trovato la risposta alla domanda che poc’anzi mi sono posto: perché l’obiezione di coscienza è stato forse il suo impegno fondamentale? La ragione è questa: in ogni giovane obiettore egli vedeva una possibilità, un inizio, la possibilità dell’inizio di una vita sulla strada del bene. Che cos’è l’obiezione di coscienza? Ecco la sua risposta: «L’obiezione di coscienza – nella sua forma più pura – è una scelta di vita che spezza il circolo vizioso per cui al bene si risponde con il bene, al male con il male». Come i profeti, Domenico pensava che il fuoco si accendesse da un punto e credeva che, perché il fuoco divampasse, non occorresse essere in molti. Era persuaso della forza dei piccoli gruppi, ancor più della forza personale di ciascuno, quella forza che lo portò in Africa, insieme all’amico Riccardo Lizier, dove diede prova di coraggio e si distinse per l’abilità mostrata nel lavoro di apertura di una pista nella boscaglia. L’amico Lizier ha ricordato una sua frase, quando la morte era prossima: “Questa è la strada. Io sono qui fermo al suo inizio”. L’obiezione di coscienza è «l’atto di gettare qualche cosa contro» (Capitini), ma io penso che sia soprattutto un inizio, l’inizio di un nuovo cammino. L’obiezione alla guerra e alla violenza è una direzione, un indirizzo che uno dà alla propria vita.

La sua vita è stata una prova, una prova formidabile perché concreta, che siamo in cammino lungo la strada che può condurre a una società autogestita in cui le persone vengono prima e valgono più delle cose. Per lui, gli istituti su cui si regge la realtà attuale non sono da riformare ma da reinventare.

 

Il talismano di Gandhi

Martedì 24 gennaio, come amici di Domenico, ci siamo riuniti con la signora Maria nella sala Gandhi del Centro Sereno Regis per ricordare l’anniversario della sua scomparsa (24 gennaio 1984) e della sua nascita (7 dicembre 1921). Oggi egli avrebbe novant’anni compiuti. Gli amici hanno ricordato episodi della sua partecipazione alla Resistenza con uno schioppo che se ha tirato qualche colpo non è mai stato per colpire l’avversario; il suo attivismo a favore dei lavoratori attraverso la Gioventù operaia cristiana (Gioc); l’impegno per una democrazia di base negli anni ’70; la lotta costante per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, conquistato nel 1972 in una forma parziale e limitata; il lavoro per l’istituzione, l’organizzazione e la valorizzazione del servizio civile. Inoltre gli amici coetanei hanno parlato del suo cristianesimo ribelle che mai lo portò a disconoscere la propria appartenenza alla Chiesa. Quando gli amici cristiani hanno recitato una preghiera, quando tutti insieme abbiamo letto Il talismano di Gandhi, si è creato un momento di commozione.

 

Ti darò un talismano.

Ogni volta che sei nel dubbio

O quando il tuo “io” ti sovrasta,

fa questa prova:

richiama il viso dell’uomo più povero e più debole

che puoi aver visto

e domandati se il passo che hai in mente di fare

sarà di qualche utilità per lui.

Ne otterrà qualcosa?

Gli restituirà il controllo

sulla sua vita e sul suo destino?

In altre parole,

condurrà all’autogoverno

milioni di persone

affamate nel corpo e nello spirito?

Allora vedrai i tuoi dubbi

E il tuo “io” dissolversi.

Pietro Polito

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