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Il ritardo della sinistra

 

I movimenti di sinistra sono nati internazionalisti. Durante tutto l’Ottocento e all’inizio del Novecento le internazionali socialiste, comuniste ed anarchiche si sono susseguite.

 Certo la loro vita è stata movimentata, ma non c’erano dubbi: i movimenti che rivendicavano la fine dello sfruttamento dei lavoratori dovevano essere internazionali, come i comunisti di tutti i paesi cantavano: «l’Internazionale futura umanità». Non c’è bisogno di lunghi ragionamenti per spiegare questa tendenza profonda: la libertà, l’uguaglianza, la dignità, i diritti o sono di tutti o non sono. Fino a che una parte di lavoratori o qualche popolazione, anche marginale, vive in condizioni di sfruttamento, in miseria, senza dignità né diritti, anche tutti gli altri sono in pericolo; se la solidarietà non si estende a tutta l’umanità, non è vera solidarietà.

Questo afflato internazionalista, però, dall’inizio del Novecento si è andato via via affievolendo, e alla fine è stato abbandonato, prima da una parte dei partiti socialisti e socialdemocratici che hanno deciso di partecipare alla prima guerra mondiale a fianco dei gruppi nazionalisti e militaristi, poi dal partito comunista dell’Urss, che ha deciso di edificare il comunismo in un solo paese, infine, dopo la seconda guerra mondiale, il movimento dei lavoratori si è frantumato, ciascuno tentando di vincere le elezioni e di mantenere il potere nel proprio paese. Allo sfaldamento dei regimi comunisti, anche quel simulacro rappresentato dall’Internazionale comunista, già messo in crisi dagli scontri tra paesi comunisti, si è sgretolato. Ora, di fronte alla globalizzazione finanziaria, i tradizionali partiti di sinistra sono in una profonda crisi di identità e di obiettivi e i movimenti alternativi sono costretti a ricominciare a tessere solidarietà ripartendo da zero.

 

Spinte divergenti

Questo lascia l’umanità in grande pericolo, perché solo la sinistra e un suo ritrovato e vigoroso internazionalismo è in grado di comporre in unità gli interessi e le spinte altrimenti divergenti della società mondiale e di dare risposte adeguate, anche se difficili, alla crisi in cui ci dibattiamo sempre sul punto di deflagrare distruttivamente. Infatti la destra, anche se grida forte e sembra vincente, non ha le risorse culturali e politiche necessarie. Non quella nazionalista ed etnica che con le sue politiche isolazioniste trascinerebbe il mondo nel caos degli egoismi localistici e infine allo scontro di civiltà; non quella liberista, ideologicamente incapace di proporre regole e programmi per imbrigliare il capitale finanziario, per la difesa dell’ambiente e l’utilizzo oculato delle risorse, e per riequilibrare il divario sempre crescente tra ricchi e poveri.

Il ritardo della sinistra dunque è molto grande. Si pensi che solo oggi si parla timidamente di un partito unito di centrosinistra europeo, capace di portare finalmente a compimento l’unità del continente e solo a causa della crisi i partiti di sinistra inseriscono nelle campagne elettorali  qualche cenno alla politica europea. Ben altro sarebbe invece necessario per darci speranze di sopravvivenza: un movimento dei lavoratori mondiale, in grado di immaginare una civiltà globale e di elaborare programmi per affrontare i problemi politici, sociali, economici ed ecologici che ci sovrastano.

Il compito che ci sta di fronte è dunque immane ma esaltante. Tornando alle ragioni ed all’entusiasmo internazionalista delle origini, la sinistra mondiale deve abbandonare la perniciosa idea di creare un uomo nuovo e una società perfetta che le ha causato infinite divisioni ideologiche e l’ha portata, contraddicendo la sua stessa ragion d’essere, a commettere efferatezze orribili e a coprirsi di vergogna e discredito. Affidandosi invece solo ai sentimenti di solidarietà, la fraternité della rivoluzione francese, e alla ragione, può tentare di realizzare obiettivi più modesti quali quelli di ridurre progressivamente e in prospettiva liberare l’umanità dalla miseria, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, dalla paura, dal servaggio e dalla guerra.

 

Angelo Papuzza

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