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NON SIATE ANSIOSI

 

Cercherò di affrontare un testo tra i più conosciuti, tra i più affascinanti, tra i più sconcertanti, tra i più discussi. Si tratta di Matteo, 6, 25-34 e Luca, 12, 22-31. «Non preoccupatevi per quello che mangerete o berrete… per quello che indosserete… Guardate gli uccelli del cielo... Guardate i gigli… Di tutte queste cose si preoccupano i pagani… Cercate piuttosto il regno di Dio». Si commenterà inoltre la parabola del ricco stolto che, in Luca, precede il testo sulle «preoccupazioni». Tra gli autori consultati, in particolare Bovon, Rossé, Ernst, Gnilka, Luz, Moltmann. Ben lontano dal pretendere di avere sviscerato ogni aspetto di un testo così impegnativo, mi sono limitato a proporre alcuni spunti di riflessione che saranno approfonditi in un secondo articolo.

 

I ricchi dovrebbero preoccuparsi

C’era un uomo ricco (Luca, 12, 16-21). Non aveva cercato affannosamente di arricchirsi: era stato solo favorito da una buona annata. Non possedeva un bene ingiustamente ottenuto, la sua condotta non era immorale. Voleva solo godersi la vita. Intraprende un soliloquio, rivolgendosi alla propria anima, come in uno specchio. Non collega il benessere sperato con Dio, con gli altri, neppure con il suo proprio essere, ma soltanto con quello che la propria anima possiede. Non comprende che, ripiegandosi su se stesso e rinunciando a un confronto vero, resta nella falsità, nella inautenticità. È intento a programmare ogni particolare sulla sistemazione dei suoi raccolti. Si dimentica solo di fare i conti con la propria morte.

Già la Bibbia ebraica ammonisce che «solo un soffio è ogni uomo che vive… accumula ricchezze e non sa chi le raccolga» (Sal 39, 6-7). Nel Qohelet, il pensiero della morte, della precarietà dell’uomo, è un invito a godere, un carpe diem: «Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace… perché non ci sarà né attività, né ragione, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare» (Qo 9, 9-10). Nella parabola invece, un tale comportamento viene detto insensato, stupido (àphrōn). La conclusione è severa: «Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce dinanzi a Dio». Lo stolto si sarebbe arricchito per Dio se avesse dato i suoi beni a disposizione dei poveri, come Luca dirà più avanti (12,33): «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi… un tesoro inesauribile nei cieli».

Troviamo un significativo commento alla parabola in Basilio di Cesarea (PG 31, 261ss). «Chi non proverebbe compassione (eleēseie) per un uomo così ossessionato?… Non diversamente dai pazzi (ypò manìas paràphoroi) che vedono non i fatti (pràgmata) ma ciò che viene rappresentato dalla infermità (tà ek tou pàthous phantàzontai), così la tua anima, prigioniera dell’avarizia, vede solo oro e argento… Se diamo il nome di ladro di vestiti (lōpodýtēs) a chi spoglia uno che è vestito, daremo forse un altro nome a chi non veste un ignudo, pur potendolo fare? Il pane che conservi per te è dell’affamato».

Il ricco si ritiene onesto e previdente. È invece ladro e stupido. L’opposto del «ricco stolto» non è un modello di onestà, ma l’amministratore infedele della parabola (Luca, 16, 1-8). Egli sa di essere stato disonesto e incosciente, ma si riscatta facendosi amici con l’iniqua ricchezza (mamōnã tēs adikìas) e viene lodato per la sua intelligenza.

 

I poveri non dovrebbero preoccuparsi

Ma se la cupidigia porta il ricco alla rovina, l’ansietà per la vita, più che la ricchezza, rischia di dominare i discepoli, coloro che hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Così infatti inizia il brano preso in esame: «Poi disse ai discepoli: per questo io vi dico, non preoccupatevi per la vostra vita, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, come lo vestirete…». Rifiutando di poggiare la sicurezza su ciò che passa, il discepolo può vedere sorgere in lui l’inquietudine per il necessario (nutrirsi, vestirsi), proprio per quel bisogno naturale di sicurezza innato in ogni uomo. L’insegnamento di Gesù trasmette al discepolo la fiducia totale in Dio: l’autentica sicurezza poggia su Dio, sulla fiducia nella sua paterna sollecitudine.

Il binomio anima-corpo (psychē-sōma) non ha il valore greco di anima opposta al corpo. L’anima corrisponde a ciò che è più interiore, ciò che fonda la nostra vita; il corpo è la nostra persona sotto l’aspetto esteriore. Il cibo e il vestito sono ciò che sostengono provvisoriamente anima e corpo, non ciò che dà senso alla nostra vita.

Non preoccupatevi (mē merimnãte): il significato è chiaro: liberatevi dal peso dell’ansia. Luca usa anche (v. 29) il curioso termine meteōrìzesthe. Non siate come meteore, non siate sospesi, non fatevi sballottare da tutte le parti. Cioè «siate coi piedi per terra», in un significato diametralmente opposto a quanto suggerirebbe il “buon senso” realista.

Ma, se il cibo è necessario per sostenere la nostra vita, il vestito ha anche il significato di apparire, di attenuare il disagio di fronte agli altri, imbarazzo assente nella nudità adamitica, prima del peccato, assente anche nei bambini. Il Vangelo gnostico di Tommaso (nn. 36, 37 o, secondo una diversa numerazione 41, 42) può comunicarci qualche suggerimento in tal senso: «Non datevi pensiero dal mattino alla sera e dalla sera al mattino di che cosa vestirete… Quando vi spoglierete senza provare vergogna, vi toglierete gli abiti e li deporrete ai vostri piedi come i bambini e li calpesterete… Allora vedrete il Figlio dell’Essere Vivente e non avrete paura».

La differenza tra la proposta di Gesù e l’ideale di liberazione dalle emozioni dei sapienti greci è fondamentale, così come il messaggio evangelico si distanzia dalla letteratura sapienziale ebraica.

Il desiderio di arrivare a una calma interiore e a una pienezza di vita ha un nome: è una ricerca, una domanda, un itinerario, un movimento, «cercate» (zēteĩte)! L’oggetto di questa ricerca è il «regno», il Regno di Dio, Padre vostro. La preoccupazione deve trasformarsi in «occupazione», impegno concreto. Non viene impartita una lezione di imprevidenza, ma di ricerca del solo Regno, vivendo per il resto nella fiducia filiale verso Dio. Potremmo dire che solo liberandoci dalle preoccupazioni possiamo cercare il Regno e, parallelamente, solo la ricerca appassionata del Regno ci purifica dall’ansia.

 

Guardate gli uccelli… i gigli… gente di poca fede!

«Guardate gli uccelli del cielo» (oppure i corvi, secondo Luca)… «guardate i gigli». Pochi passi del vangelo hanno suscitato tante perplessità. Gesù sarebbe contraddetto da ogni passero affamato, dalla lotta feroce per la vita, da carestie e guerre. Ma Gesù non intende accettare l’esistente. Gli uccelli non sono presentati come esempi di comportamento da imitare. Il centro del messaggio riguarda la condotta di Dio: se Dio si prende cura degli uccelli, a maggior ragione si cura del discepolo. Ciò che uccelli e fiori devono far capire ai discepoli non è per nulla che essi non devono lavorare, ma che la vita dipende da Dio.

Ma uccelli e fiori qualcosa ci dicono. Lutero così si esprime: «Se un uccello potesse parlare, ci deriderebbe tutti e direbbe: Eh, vi servirebbe una fiera di Francoforte per avere i vostri vestiti; voi non volete il Padre che noi abbiamo; dovreste quindi avere il denaro e servirlo». Kierkegaard osserva: «Chi è preoccupato ha, nella distrazione costituita dagli uccelli, qualcos’altro cui pensare che non sia la preoccupazione; potrebbe arrivare giustamente a pensare come sia bello lavorare, come sia bello essere uomo. Nel caso se ne dimenticasse di nuovo durante il lavoro, allora forse gli uccelli gli faranno ricordare ciò che ha dimenticato».

Ma la visione che Gesù ci schiude va al di là di un messaggio sapienziale ed etico. Il Regno viene a restituire alla creazione e alla provvidenza quanto la caduta aveva loro sottratto. La fede giudaica nel Dio creatore viene collegata al presente. La creazione minacciata geme non per lamentarsi ma per prepararsi (Rom 8,22). La condizione del creato non rappresenta più lo stato originario descritto nel primo capitolo del Genesi; ma non è neppure lo stato definitivo. La rievocazione dell’ordine della creazione di Dio prima che essa sia guastata dal peccato si trova anche altrove nell’insegnamento di Gesù, in particolare riguardo alla questione del matrimonio e del divorzio: «Da principio non fu così» (Mt 19,6). Il Regno futuro (e già presente) porterà a compimento le intenzioni originarie di Dio per la sua buona creazione. Il creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rom, 8,21). «Il lupo dimorerà insieme all’agnello» (Isaia, 11,6). Perciò Gesù ci porta a guardare uccelli e fiori con la mente e il cuore rivolto a Dio che creò un mondo buono e bello e che vuole fare nuove tutte le cose.

«Gente di poca fede, holigòpistoi!». Non si tratta dell’ignoranza dei contenuti della fede ma della carenza di fiducia. Gente di poca fede sono proprio coloro che sono soffocati dalle preoccupazioni, come indicato nella parabola del seminatore (Mc 4,19).

«Di tutte queste cose si preoccupano i pagani». In ciò sembra consistere la differenza, la contrapposizione coi pagani. Un’espressione simile (riguardo a peccatori e pubblicani) è stata usata a proposito dell’amore dei nemici e della disponibilità a dare in prestito senza sperare nulla. Sono i pagani che si preoccupano del sostentamento e del vestito. Essi non conoscono la cura del Padre celeste per gli uomini, anche per loro stessi. Dunque si direbbe che, se c’è una distinzione tra credenti e non credenti, questa è la discriminante. Non sono gli articoli del Credo, ma la fiducia nella provvidenza e la ricerca del Regno.

Ci sono cristiani di diverse confessioni, cristiani e seguaci di altre religioni, cristiani e atei. Le dispute tra le varie confessioni e tra le varie religioni sono centrate sull’essere o non essere ansiosi? Sull’amore verso i nemici? Sul prestare senza pretendere la restituzione, sulla gratuità di ogni azione?  Possiamo almeno qualche volta affermare che sono soprattutto i cristiani a testimoniare, con il loro comportamento quotidiano, la fiducia nel Padre che è nei cieli? E che perciò non si preoccupano, non si affannano, non si tormentano più di tanto per il loro cosiddetto benessere materiale? Ma, al contrario, vedono nella corsa alla ricchezza e al potere un ostacolo al compimento della loro stessa vita? È in questo atteggiamento di fiducioso abbandono che i credenti in Gesù sono riconoscibili e suscitano interrogativi tra i non credenti?

(continua)

Dario Oitana

 

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