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Meditando sulla politica italiana, tra le elezioni primarie e le politiche, ci chiediamo se il verbo che rimbomba di più, quasi un grido di gente che affoga e non vede scampo, è «cambiare!» (già meglio del rozzo «rottamare», che qualifica l'autore e gli ascoltatori). Entrambi i verbi rimbombano di vuoto. «Cambiare» – appello frequente in tante politiche, non solo da noi – non significa nulla: cambiare in cosa? Verso dove? Per trovare cosa? Cercando e volendo che cosa?

La miseria della politica è quando l'aspetto (che è solo uno dei suoi aspetti) di competizione tra idee e programmi, affidata alla decisione democratica, prevale su tutti gli altri, e la politica allora si riduce a gara, corsa, compresi tranelli, sgambetti, e vere e proprie truffe e menzogne, e diventa nichilismo urlato e forzuto. Il massimo (finora) di questa politica come inganno spregiudicato e pubblicità del falso, è stato il berlusconismo. Ora che il caimano perde i denti, ricordiamoci dell'avvertimento saggio che a bassa voce ci davamo: il peggiore berlusconismo è quello che è in noi.

Le primarie del Pd hanno dato un segno di volontà di partecipazione, buon segno contrario all'astensionismo maggioritario e mafiosamente attendista delle votazioni siciliane, che è un voto per chiunque vinca. I concorrenti nel Pd hanno chiesto di essere candidati a governare. Chi votava poteva vedere sfumature considerevoli tra l'uno e l'altro: per l'Italia non c'è altro che l'agenda-Monti? Si devono tagliare i servizi o le folli spese militari? Prima le grandi opere (e grandi profitti) o le tante piccole opere di manutenzione diffusa del territorio e sviluppo ecologico, che creano lavoro utile e pubblico risparmio? Ma ciò che rimane ancora sfocata è una riflessione culturale che produca saggezza politica, sia di sinistra, sia di centro: la giustizia, cuore della Costituzione (art. 3 e collegati) e di una civiltà decentemente umana, verrà dallo sviluppo quantitativo, caso mai ci si arrivasse, o dal primato degli ultimi? Salvaguardare la natura non è forse il primo prodotto per la vita? La società deve garantire chi è capace o chi non può? Deve dare spazio ai forti o ai deboli? È priorità il lavoro che giustamente va difeso, o la liberazione dei più poveri dalla sudditanza al bisogno, che impedisce lo sviluppo umano?

Queste sono le domande a cui ogni cittadino in coscienza, e la politica decentemente umana devono cercare, anche con fatica, di rispondere, in vista delle elezioni politiche, ma soprattutto per avere sufficiente dignità.

 

e. p.

 


 
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