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 397 - Sacco e Vanzetti a 85 anni dalla morte / 2

 

La lunga strada dei diritti

 

Nell’America del primo dopoguerra, funestata da un aumento della criminalità ordinaria, prende corpo e si diffonde la paura di una rivoluzione anarchica e comunista, posizioni spesso considerate alla stregua di un indistinto nucleo di ribellione contro l’ordine costituito.

In questo clima alimentato da posizioni xenofobe (in primo luogo contro gli italiani, la cui colonia anarchica era cospicua) e odio di classe trova origine la vicenda di Sacco e Vanzetti. Rivendicazioni sindacali e lotte finalizzate a migliorare le condizioni lavorative degli operai, nelle quali Sacco e Vanzetti s’impegnarono, per il fronte più reazionario sono intese alla stregua di azioni sovversive e come tali vengono contrastate.

 

33 morti a Walll Street

Non si può negare del resto che atti di violenza provennero anche dalla fazione “contestatrice”, il più grave fra questi fu compiuto da Mario Buda, se non amico conoscente di Sacco e Vanzetti, che nel settembre del 1920 fece esplodere a Wall Street un carretto carico di dinamite causando la morte di 33 persone e il ferimento di altre 200. John Dos Passos, il celebre autore del 42° parallelo, così descriverà quel periodo quarant’anni dopo: «È difficile far rivivere il delirio dell’ondata di arresti, scatenata da Palmer [Mitchell Palmer, l’allora procuratore generale degli Stati Uniti]. Radicali, stranieri e nostrani furono denunciati e gettati in carcere, in tutto il Paese, da rappresentanti della legge e da organizzazioni non governative come l’American Legion. I persecutori dei “rossi” avevano anch’essi le loro giustificazioni. La strage dei loro avversari, sulla quale i rivoluzionari russi avevano fondato il potere dei soviet, era ancora fresca nella memoria della gente. Certe imprese anarchiche come l’esplosione di Wall Street e l’attentato dinamitardo contro la casa del ministro della Giustizia, a Washington, fecero crollare le tesi secondo cui gli anarchici e comunisti sarebbero stati soprattutto teorici del dissenso» (Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti, Lettere e scritti dal carcere, a cura di Lorenzo Tibaldo, Claudiana 2012, p. 305, d’ora in poi LSC).

Quegli anni furono segnati da una sostanziale sospensione di alcuni diritti civili e la vicenda giudiziaria di Sacco e Vanzetti ha finito per diventarne il caso per antonomasia. Felix Frankfurter, professore di diritto a Harvard, è stato forse il primo ad argomentare con nettezza che ai due furono negati dei diritti costituzionali e che per questa ragione il loro processo resta una macchia indelebile nella storia giudiziaria degli Stati Uniti.

Si può certo notare come una paura capace di esplodere in forme incontrollate sia un sentimento che alligna nella cultura profonda degli Stati Uniti. Questo, per limitarci alla loro storia interna, ha dato periodicamente luogo a momenti caratterizzati da cacce alle streghe e sindromi reazionarie. Isolare però questo aspetto e vedere nell’America unicamente una società spietata e criptofascista sarebbe ingeneroso, come d’altra parte suonerebbe quale idealizzazione retorica quella di intenderla solo come un inesauribile ricettacolo di libertà e di opportunità. Nella storia statunitense sembrano invece convivere in un corpo a corpo continuo entrambi questi aspetti: una reale conquista di libertà civili e una tendenza all’esasperazione del senso di minaccia, cifre di una terra di sogni che facilmente si convertono in incubi, ma anche caratterizzata dall’impegno e dalla volontà di immaginare il nuovo.

 

La violenza ammissibile

Oltre a quanto detto sinora, il caso di Sacco e Vanzetti ci fornisce anche l’occasione di affrontare la questione dei metodi di lotta violenti o nonviolenti in rapporto al potere costituito. In generale può essere sufficiente ricordare che esiste una tradizione anarchica nonviolenta e una che non ripudia la violenza come strumento di affermazione politica. Questa accettazione della violenza tuttavia possiede sfumature differenti, per alcuni va intesa come una sorta di legittima difesa contro gli abusi del potere e può portare a colpire obiettivi mirati che rappresentano l’autorità e la violenza statale (re, capi di stato, ecc.), in altri casi invece è stata praticata una violenza cieca e stragista che ha ucciso senza distinzioni.

Nello specifico vediamo cosa emerge dalle pagine di Vanzetti e Sacco. In quest’ultimo, che come ricordato ha scritto assai meno, si trovano un paio di luoghi nei quali il ricorso alla violenza come reazione all’inumanità del potere non è escluso, anzi quasi esaltato come strumento di rigenerazione sociale: «E dovremmo noi inorridire, disapprovare, anatemizzare se il piombo o il pugnale proletario trova la via nelle carni dei satrapi arroganti? Se lo schianto della dinamite smonta la carcassa a qualche illustre istrione del grande palcoscenico sociale?» (LSC, p. 75).

Più articolato è il discorso che si può fare a proposito di Vanzetti, in ragione delle maggiori testimonianze scritte. Innanzitutto in Vanzetti, come del resto in Sacco e nell’essenza del pensiero anarchico, l’impegno politico è diretto alla costruzione di una modalità di convivenza umana non edificata sull’oppressione, “l’obiettivo supremo” scrive Vanzetti “è la completa eliminazione della violenza dalle relazioni” (LSC, p. 119). L’anarchia dunque possiede un’anima integralmente pacifista, che guarda con orrore e condanna le guerre di conquista e i continui tributi di sangue derivati dai conflitti tra stati sovrani. In Vanzetti possiamo leggere, ad esempio, pagine documentate e incisive contro le imprese belliche dell’Italia e le sue ambizioni coloniali. Ma anche in Vanzetti il ricorso alla violenza come strumento finalizzato alla transizione a una società meno brutale e oppressiva non sembra del tutto escluso. È escluso, esplicitamente, l’uso di una violenza stragista volta a colpire in modo indistinto, ma non l’azione individuale, come si ricava dall’ammirazione per Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise Umberto I. Alla fine dei conti per Vanzetti la violenza ammissibile è quella che si configura come una sorta di atto di autodifesa: «Non possiamo negare che atti di violenza siano stati commessi da uomini che si dicono anarchici, e a volte anche da uomini che hanno il diritto di chiamarsi anarchici. Ma è stata la persecuzione ad indurli a ciò. Hanno agito così per autodifesa oppure perché erano istigati dalla violenza, dalla repressione e dall’intolleranza, sempre esercitata da coloro che detengono il potere» (Lorenzo Tibaldo, Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Claudiana 2008, p. 168).

È vero che in uno scritto del 1923 a firma sia di Sacco che di Vanzetti, Dateci o libertà o morte, sembra trovarsi un invito un po’ ambiguo alla violenza, ma non è meno vero che se prendiamo in considerazione l’insieme degli scritti dal carcere di Vanzetti si direbbe che nell’anarchico piemontese a prevalere sia un temperamento quasi nonviolento e un carattere poco propenso alla vendetta: “Più vivo, più soffro, più imparo, più sono incline a perdonare, a essere generoso e a pensare che «la violenza in quanto tale non risolve i problemi della vita» (LSC, p. 118).

 

Democrazia, terrorismo e lotta nonviolenta

L’avvocato Thompson riporta che nel corso del loro ultimo incontro disse a Vanzetti «come dalla storia risultasse che la verità non ha alcuna probabilità di affermarsi dove la violenza è seguita dalla contro-violenza» (LSC, p. 302). È vero? Non è vero? Ognuno è libero di fare le proprie valutazioni naturalmente, non si può peraltro evitare di notare che le cornici storiche e culturali non rimangono sempre identiche a se stesse, ma tra epoca e epoca possono variare profondamente.

Se ci accostiamo alla nonviolenza con un approccio laico e non fondato su assoluti morali, viene comunque da dire che la lotta nonviolenta in uno stato dai connotati democratici sembra una soluzione conveniente. Gandhi distingueva tra una disobbedienza civile “difensiva” e una “offensiva”. Quella offensiva ha di mira un regime tirannico e autoritario il cui ordine si intende sovvertire radicalmente, quella difensiva uno stato con un ordinamento democratico ritenuto nelle sue fondamenta complessivamente legittimo, dal quale però si vogliono eliminare storture e leggi considerate ingiuste. Nulla è scritto in partenza ovviamente e nulla è scontato, e soprattutto nulla è indolore, ma in questo secondo caso, e sul lungo periodo, le possibilità di riuscita di una forza di contestazione nonviolenta sembrano piuttosto alte.

È evidente che bisogna interrogarsi su quale, alla resa dei conti, possa considerarsi uno stato effettivamente democratico. L’America in cui Sacco e Vanzetti sono stati arrestati e processati lo era? Non vi è dubbio che in essa agisse un’indiscutibile forza antidemocratica e una sorta di immaturità democratica, perché una democrazia matura di fronte a atti terroristici, pur gravi, deve essere capace di rispondere, come di recente ha fatto il primo ministro norvegese rispetto alla carneficina perpetrata da Anders Breivik, che al male si risponde con più democrazia non con meno, con l’intangibilità dei diritti civili riconosciuti in un sistema liberale non con il loro indebolimento, con leggi ordinarie non con leggi speciali (a meno di casi veramente eccezionali). Tuttavia la palese violazione dei diritti riconosciuti dall’impianto democratico della Costituzione americana ha finito per essere la chiave di volta. Le vite di Sacco e Vanzetti non sono state salvate, ma il loro calvario laico durante i sette anni di attesa dell’atto conclusivo della morte e, alla fine dei conti, la loro compostezza morale hanno finito per rivelarsi un’arma nonviolenta ben più efficace delle bombe degli anarchici più intransigenti. Tutto questo ha indotto una nazione, o se vogliamo una parte di essa, a interrogarsi sulla validità delle istituzioni giudiziarie del proprio Paese e ha finito per condurre a un ripensamento critico nei successivi anni del New Deal. È soprattutto per questo che Sacco e Vanzetti occupano un posto imprescindibile nella storia americana del Novecento; ma quel che accade nella storia difficilmente è archiviabile a mero ricordo del passato, e siccome le democrazie liberali sono quasi costantemente attraversate da ondate, più o meno insidiose, di tendenze antidemocratiche e illiberali, Sacco e Vanzetti non stanno soltanto dietro di noi ma anche davanti a noi, come una possibilità e un pericolo che bisogna essere preparati ad affrontare.

Massimiliano Fortuna

 

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