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 396 - QUATTRO «RIBELLI PER AMORE DELLA VERITÀ»

 

QUANDO SI ANDAVA IN MONTAGNA

C’è stato un tempo in cui si saliva in montagna da padre Davide Maria Turoldo a Fontanella (nella Bergamasca, vicino a Sotto il Monte, il paese di papa Giovanni), da don Michele Do a S. Jacques ai piedi del Monte Rosa (in val d’Ayas, Valle d’Aosta), da Benedetto Calati a Camaldoli, da Ernesto Balducci alla Badia Fiesolana.

Come sull’Horeb c’era il mormorio della leggera brezza divina, così in questi luoghi risuonava la voce dello Spirito, ma come un rombo di tuono nel caso di padreTuroldo, tra entusiasmi e collere (faccio riferimento, in occasione del ventennale, alla bella conferenza di Mariangela Meraviglia, storica della chiesa, in San Lorenzo a Torino il 14 settembre scorso, e più in generale al mio profetico maestro Sandro Spreafico nella sua monumentale opera storica sulla Chiesa di Reggio Emilia a partire dalla rivoluzione francese, Cappelli editore).

Mentre oggi viviamo nello stallo della speranza e della resistenza, allora c’era invece l’entusiasmo della speranza e la collera (simile all’ira di Dio nell’AT) della resistenza: una speranza gioiosa nella scia della Gaudium et spes e una resistenza al male nella sua declinazione socio-politica, non più solo come un breve capitolo di storia bellica bensì come una perenne categoria dello spirito. Speranza/resistenza erano come due facce della stessa medaglia; e così pure pace/liberazione: un messaggio, come diceva padre Davide, «per gli uomini di ogni religione, e di nessuna religione». Col Concilio infatti, caduti i bastioni come se fossero crollate le mura di Gerico nell’espressione di Turoldo, era iniziata l’era del dialogo.

Uno dei motti-chiave era «rivoluzione cristiana»: il cristianesimo doveva essere sale della terra, con un’efficacia anche politica. E secondo i nostri quattro pionieri, la cinghia di trasmissione di tale afflato evangelico («il regno di Dio», ossia, tradotto in parole comprensibili per l’uomo odierno, «un mondo nuovo possibile») non era e non doveva essere costituita dalla Democrazia cristiana: poiché da una parte concordavano con Dossetti circa la non conciliabilità della logica del potere con lo status di credenti (o cristiani o animali politici); e dall’altra solo uomini autenticamente convertiti (alla Parola-fede, non alla polis religiosa) sono capaci d’incommensurabile valenza politica.

La modalità d’incidenza nel mondo era quella delle comunità cristiane parrocchiali e di base, dei mezzi di comunicazione (le riviste Servitium e Testimonianze, rispettivamente di Turoldo e Balducci), dei corsi biblico-teologici (come quelli estivi a Fontanella), delle settimane di formazione, e anche del cinema: come il film Gli ultimi di padre Davide che ha anticipato di decenni, e in modo più profondo, L’albero degli zoccoli di Olmi, allora ferocemente censurato, oggi distribuito dalle Paoline. Turoldo è caduto in disgrazia ed è stato emarginato alla fine degli anni Cinquanta, dopo essere stato per più d’un lustro il predicatore «straordinario» (non nelle cerimonie liturgiche) nel Duomo di Milano con un folto gruppo d’ascoltatori (comprese le sorelle Pirelli, con le cui donazioni finanziava la Nomadelfia di don Zeno; il denaro nelle sue mani era solo di passaggio, poiché veniva subito girato ai poveri e bisognosi).

Non è un caso che abbiano ripreso questa consuetudine il card. Martini, il quale ha di nuovo riempito il medesimo duomo spiegando la Bibbia in prima serata, e mons. Luciano Monari (altro biblista che ha riempito le sue cattedrali), vescovo prima a Piacenza e oggi a Brescia, originario di Sassuolo (provincia di Modena ma diocesi di Reggio Emilia), esattamente come il principe della polis religiosa, il card. Camillo Ruini. Si vociferava di Monari quale successore di Tettamanzi a Milano, poiché avrebbe assicurato la continuità con i due precedenti episcopati ambrosiani. Ma si è preferito ri-normalizzare la diocesi più grande d’Europa tornando alla tradizione consolidata; di fronte alle novità dello Spirito Roma spesso s’indurisce Pietri-ficandosi: «…E su questa pietra io, non tu, edificherò la mia chiesa, non la tua» (Turoldo in un’omelia). Martini fra l’altro ha pubblicamente riabilitato padre Davide nel 1991, poco prima che morisse, come Papa Giovanni nel 1959 con Mazzolari; don Primo visse gli ultimi tre mesi come Pietro disceso dal Tabor.

 

La magia del post-Concilio

In quegli anni magici in cui si andava in montagna, venne ricomposta la dialettica fra istituzione e carisma, fra tradizione e profezia, col recupero del kerigma (annuncio) e dei ministeri laicali, in un periplo sofferto ma entusiasmante. Tale ricomposizione è tuttavia naufragata ben presto col relativo pesante squilibrio tutto a favore dell’istituzione e della tradizione: questa è la colpa più grave del pontificato di Giovanni Paolo II.

Le giuste critiche ai vertici ecclesiastici non significano tuttavia lo smantellamento-dissoluzione della chiesa come istituzione. La frammentazione delle chiese protestanti c’insegna che una sobria struttura istituzionale, unitaria e moderatamente centralizzata è necessaria per conservare e trasmettere la fede da una generazione all’altra. Purtroppo l’istituzione che ha assicurato la continuità nei secoli è la stessa che spesso ha impedito di vivere il vangelo, nell’intreccio aggrovigliato di santità e peccato, profezia e tradimento.

Ci pare che la profezia oggi scorra, data anche la clericalizzazione dei preti giovani e dei diaconi permanenti, prevalentemente in chi dall’originario «interno» è stato costretto per causa di forza maggiore a uscire in parte «fuori»: i tanti preti sposati (parecchi accolti da Turoldo e aiutati in termini di casa-lavoro) e i laici prima impegnati e poi emarginati, in buona parte perché risposati. Gli «innalzati» allo stato laicale sono un profetico segno dei tempi, altro che lo spregiativo «spretati».

 

La Rivelazione non è innocua

Certo la Parola di Dio non può essere gestita individualmente: da qui la necessità di un corpus ecclesiale in koinonia (comunione). Tale Parola non sopporta esegesi astute di comodo (come quella di Costantino), né di essere spesa banalmente offrendo un cristianesimo che si conclude con l’ultima cena e dimentica la crocifissione per non offendere il nostro sistema nervoso già troppo scosso. La Parola quindi non tollera la pura e semplice «ordinaria amministrazione», in cui sono maestre le curie diocesane e le congregazioni vaticane. Si bruciano dunque coloro che s’imboscano in un’innocua, asettica e diplomatica chiesa che «non fa né male né bene», ma pure coloro che allungano le mani per sostenere, da soli, l’arca dell’alleanza, convinti d’essere gli unici depositari della verità (Spreafico, op. cit., vol. I, pp. 9 e 584).

Sono quindi necessari gli ordinamenti; ma ciò non avalla la secolare esagerazione dell’ipertrofico diritto canonico che, pur dovendo in teoria essere ispirato al messaggio evangelico, ad es. non parla mai di «poveri». Gli ordinamenti non significano solo vincoli, ma anche una «costituzione» che protegga i più deboli: essa è tuttavia assente nella chiesa. Quando la Congregazione per la dottrina della fede mette sotto processo qualcuno, la prima domanda da porsi è la seguente: costui è forse un profeta?

Dobbiamo essere quindi grati «alle generazioni di credenti che hanno giocato la propria vita per la crescita della nostra chiesa; ai santi rimasti sconosciuti, agli umili operai della vigna, agli eroi della carità e dell’obbedienza, ma anche ai ribelli per amore della verità» (Spreafico, op. cit., dedica iniziale; sottolineo la felice anomalia di un afflato profetico in uno storico in quanto storico). E oggi non è il tempo di tacere e di obbedire, ma quello di parlare, anzi di «urlare» come Davide, il quale, se fosse vissuto solo un paio d’anni in più, avrebbe tuonato col suo tipico vocione contro il «caimano», come prima aveva fatto contro il «bandito» (Craxi).

Mauro Pedrazzoli

 

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