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 396 - Sacco e Vanzetti a 85 anni dalla morte / 1

 

Nicola and Bart, un processo esemplare

La vicenda, nelle sue linee di fondo, è nota. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano due italiani di credo anarchico emigrati negli Stati Uniti. Arrestati . Arrestati nel maggio del 1920, con l’accusa di rapina e duplice omicidio, vengono condannati alla pena capitale. Nonostante molti dubbi sulle modalità processuali comincino a farsi strada in una porzione dell’opinione pubblica americana e nella stampa (persino in quella quasi reazionaria), e nonostante il moltiplicarsi di manifestazioni di protesta in varie parti del mondo e di appelli in favore della loro liberazione, le mozioni per l’apertura di un nuovo processo non vengono accolte. Il 23 agosto 1927 i due anarchici salgono sulla sedia elettrica. Passati cinquant’anni esatti il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, li riabiliterà ufficialmente.

Sacco e Vanzetti sono diventati quasi un mito pop del Novecento: cantati da Joan Baez, ricordati in film e documentari, paradigma delle battaglie contro la pena di morte e l’ingiustizia delle istituzioni statali. In occasione dell’ottantacinquesimo anniversario della morte Claudiana ha pubblicato un libro, curato da Lorenzo Tibaldo (già autore, nel 2008 sempre presso Claudiana, di un volume che ricostruiva la loro storia: Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, d’ora in poi SCS): Lettere e scritti dal carcere (d’ora in poi LSC). Una buona occasione per incontrare i due uomini al di là dei simboli che sono diventati. Proprio Vanzetti, in una delle sue lettere, scrive: «poche pagine di un uomo dicono molto più di una voluminosa biografia» (LSC, p. 166).

 

Non solo un caso giudiziario

Gli scritti di Sacco, sovente circoscritti in un’atmosfera intima e legata all’ambito familiare, sono assai meno numerosi di quelli di Vanzetti, il quale, invece, quasi impressiona per le sue capacità di comunicazione e, ancor più, per la sua consistenza intellettuale e la vastità di interessi e di letture fatte, nonostante una vita vissuta spesso in condizioni disagiate e all’insegna della fatica del lavoro. Le sue pagine sono contrappuntate da analisi politiche e sociali, considerazioni filosofiche e religiose, note storiche; leggendolo si è portati a condividere l’impressione che il suo avvocato William Thompson mise sulla carta nel ricordo del loro ultimo incontro, e cioè che in lui nulla ci fosse del fanatico o dell’indottrinato incapace di ascoltare e vagliare posizioni diverse dalla sua. Ad ogni modo una cosa sembra emergere con chiarezza sia dalle pagine di Sacco che da quelle di Vanzetti, e cioè una sincera dedizione agli ultimi, ai più poveri, a quanti rotolano ai bordi della vita sociale, in conformità con il loro credo anarchico, che si può condensare nel rifiuto appassionato di ogni forma di sfruttamento perpetrato dagli uomini ai danni di altri uomini e nella ricerca di un modo di vivere che consenta la maggiore uguaglianza possibile di opportunità.

Se torniamo al fatto che li ha visti protagonisti, possiamo individuare diversi nuclei di discussione che si implicano e in un certo senso scaturiscono uno dall’altro. Questa storia, infatti, può essere considerata perlomeno sotto tre aspetti: la si può seguire, in primo luogo, come evento processuale a sé; in secondo luogo come un caso giudiziario che permette un’analisi della società e della giustizia statunitensi dell’epoca; infine come una storia emblematica che induce a riflettere sull’intreccio fra il potere e la protesta, sull’ordine costituito e la contrapposta volontà di modificarlo, e sui metodi con i quali ci si propone di farlo, vale a dire se ispirati alla violenza o meno.

In prima istanza ci troviamo dunque di fronte a un processo, a un’inchiesta giudiziaria, al cui svolgimento ci si può quasi appassionare come se si trattasse di un abile racconto poliziesco. Sacco e Vanzetti erano colpevoli o innocenti rispetto alle accuse che vennero loro rivolte? È opportuno ricordare che fra quanti, nei decenni successivi, si sono occupati del caso non si dà perfetta uniformità di vedute. Accanto a una letteratura innocentista, ormai maggioritaria, se ne trova una colpevolista, a propria volta suddivisa in due filoni: nel primo si contano coloro che considerano entrambi colpevoli, nell’altro quanti ritengono colpevole il solo Sacco, o quantomeno molto più informato sui fatti di quanto abbia lasciato intendere.

Sta di fatto che i molti dubbi relativi alle testimonianze oculari e alla perizia balistica, oltre al modo sbrigativo con cui furono sottovalutati o non presi in considerazione i testi a favore degli imputati (compreso Celestino Madeiros, reo confesso della rapina che portò al duplice omicidio, che dichiarò Sacco e Vanzetti estranei ai fatti) inducono a ritenere molto alte le probabilità di un errore giudiziario.

 

La paura della rivoluzione

Se però la vicenda di Sacco e Vanzetti si riducesse a questo, cioè a un processo sfociato in una condanna a morte dubbia, non si distinguerebbe da tanti altri casi giudiziari controversi saliti all’onore delle cronache. Casi che vanno a rafforzare un argomento di quanti – anche a prescindere da precise convinzioni morali sull’intangibilità della vita umana – si oppongono alla pena capitale, vale a dire che la sua irreversibilità non si concilia con la possibilità che il condannato possa rivelarsi in seguito innocente.

Ma, appunto, Sacco e Vanzetti non furono i protagonisti di un semplice caso giudiziario, bensì di un caso giudiziario che si incastona in una cornice politica e sociale e che si rivela essere, come l’affaire Dreyfus in Francia una ventina d’anni prima, una sorta di cartina di tornasole e di cassa di risonanza di tensioni e contrapposizioni profonde diffuse nelle società teatro degli avvenimenti. Al centro del caso Dreyfus stava l’antisemitismo, qui la paura di una rivoluzione anarchica e comunista. In considerazione di questo l’effettiva innocenza o colpevolezza dei due italiani passa in una certa misura in secondo piano, perché anche nell’eventualità in cui fossero stati effettivamente colpevoli, il verdetto a cui si è giunti è stato il frutto di una volontà di condanna data in partenza e radicata in pregiudizi politici e razziali. Le parole del giudice della Corte suprema William O. Douglas, scritte una trentina d’anni dopo l’esecuzione, riassumono perfettamente i termini della vicenda: «Leggendo il resoconto del processo dopo tanti anni, si rimane convinti che Sacco e Vanzetti, accusati di omicidio, furono invece condannati perché pacifisti, antimilitaristi, sovversivi. Forse erano colpevoli, forse non lo erano: questo non è il punto più importante. Ciò che pesa sulla coscienza americana è il fatto che Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti morirono il 23 agosto 1927 al termine di un processo che, in retrospettiva, appare non essere stato condotto con onestà e giustizia» (SCS, p. 235).

 

Massimiliano Fortuna.

(continua)

 

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