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La sinistra in guerra

 

La Francia socialista in guerra è una delle ultime prove (ce ne sono state tante, ne verranno altre) che la sinistra al governo non è una garanzia sufficiente di una politica di pace. D’altra parte il discrimine teorico tra destra e sinistra non è «la destra per la guerra, la sinistra per la pace»: agli scrittori di sinistra si devono non poche pagine di esaltazione della guerra e della violenza, a partire da Marx, per non parlare di Lenin e di Trotsky. La retorica della violenza non appartiene solo a Sorel e al sindacalismo rivoluzionario ma lambisce anche i nostri Gramsci e Gobetti.

Pur avendolo negato ripetutamente, il Presidente socialista François Hollande ha messo il Parlamento francese, l’Ecowas (Comunità dei Paesi dell’Africa occidentale), l’Unione africana, l’Onu, di fronte al fatto compiuto, anteponendo la guerra alla ricerca di una soluzione pacifica nella ex colonia, il Mali, preoccupandosi di avvisare Washington, Londra e Berlino ma non Roma, benché l’incaricato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel sia Romano Prodi, l’ex Presidente del Consiglio italiano.

Prodi ha affermato che «bisognava agire», che l’intervento «ha ricevuto l’approvazione di tutti i grandi paesi perché nessuno vuole che il Mali e le zone circostanti diventino il presidio di un nuovo terrorismo che si espanda in tutta l’Africa», esprime la speranza che la guerra (ma Prodi non usa questa espressione) «non dilaghi in una delle tante tragedie senza controllo». Ma si è mai vista una guerra che non sia dilagata in una tragedia?

La Francia socialista in guerra non è una buona notizia né per la sinistra né per la pace: può essere il preludio a una possibile Italia del centrosinistra in guerra. Intanto l’Italia tecnica si è fatta trovare pronta e prima ancora che ci venisse richiesto dalla Francia, per bocca del Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa, Gianpaolo Di Paola ha assicurato il sostegno logistico all’operazione, che consisterà nell’invio di addestratori militari nel Paese africano e nella messa a disposizione delle basi militari italiane per il trasporto delle truppe francesi in Mali.

L’alternativa tra trattativa e intervento, che nel Sahel si è risolta ancora una volta a favore dell’intervento unilaterale di una piccola-grande potenza, potrebbe riproporsi, certamente si riproporrà se non si interviene, diplomaticamente se non con forze nonviolente, prima che i focolai di guerra si trasformino in guerre combattute sul campo.

Il rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione – «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» – è dirimente per gli amici della nonviolenza nella scelta elettorale come nel giudizio sull’azione dei governi. Ebbene, la sinistra che c’è, quella che si presenta alle prossime elezioni politiche, ha da questo punto di vista le carte in regola?

La lettura della Carta d’Intenti della coalizione «Italia bene comune» dal punto di vista degli amici della nonviolenza è sconfortante.

Il Manifesto «Io ci sto» di Ingroia, candidato premier di Rivoluzione civile tra le ragioni-guida «per un serio governo riformista e democratico» lega la pace al tema dello sviluppo: «Vogliamo che lo sviluppo economico rispetti l’ambiente, la vita delle persone, i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini e la scelta della pace e del disarmo sia la strada per dare significato alla parola “futuro”. Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese».

Più articolata la posizione di Sinistra Ecologia Libertà. Nel programma del partito è forte il richiamo alla pace come disarmo, come costruzione di una società giusta, come nonviolenza: «La sinistra che serve è quella della pace. La non violenza (sic nel testo!) è la pratica concreta di questo valore universale». Inoltre nel Manifesto approvato da questo partito al suo primo congresso (Firenze 22-24 ottobre 2010) la pace e la nonviolenza sono indicati tra i principi fondamentali insieme al lavoro, alla giustizia sociale, al sapere e alla riconversione ecologica dell’economia e della società. Un paragrafo del Manifesto s’intitola: La pace è l’unica soluzione. Qui si sostiene che l’occupazione dell’Iraq e il conflitto afgano «sembrano inverare in forma paradossale la predizione minacciosa della “guerra infinita”»; si aggiunge che la guerra non è un mezzo per sconfiggere il terrorismo anzi lo alimenta ulteriormente in una spirale senza fine; si condanna «l’aggressione sistematica del governo israeliano nei confronti del popolo palestinese»; si stigmatizza che l’unica voce di bilancio in costante crescita è quella degli armamenti. Solennemente si afferma: «Siamo contro la guerra e contro il terrorismo, stretti tra loro da un indissolubile vincolo di morte. Aderiremo ad ogni iniziativa pacifista, per la prevenzione dei conflitti e per la loro negoziazione pacifica. Siamo per il disarmo e per un rigoroso rispetto dell’articolo 11 della Costituzione. Siamo per un sistema di difesa su scala europea, che bandisca ogni forma di interventismo a sostegno delle politiche seguite fin qui dall’Ue e dalla Nato». Di recente il leader del partito, Vendola, con una formula suggestiva, ha rivendicato la possibilità di un “radicalismo di governo”. Che cosa significa? Vuol dire che i principi possono e debbono essere difesi e affermati sia stando al governo sia stando all’opposizione. Una sfida al principio di realtà che può risolversi nell’affermazione di ciò che è ideale su ciò che è reale?

L’esperienza induce al pessimismo e conferma nella convinzione che la pace è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei governi e degli uomini politici, anche se sono di sinistra o stanno a sinistra. Essere di sinistra o stare a sinistra non è la stessa cosa.

Pietro Polito


 
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