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 399 - Un silenzio da capire

 

E IL VERBO SI FECE NAZARENO

 

«Gesù, il nazareno, il re dei giudei»: questa l’iscrizione sulla croce, questo il nome “anagrafico” del crocifisso.

Nei sinottici si mette in rilievo l’accoglienza negativa riservata a Gesù nella sua patria da dove, secondo Nataniele, «non può mai venire qualcosa di buono» (Giovanni 1,46). Eppure, per circa trent’anni, il Figlio dell’Altissimo, il Salvatore, il Cristo visse a  Nazaret, piccolissimo borgo malfamato. Milioni di esegeti si sono sforzati di trovare il significato di questa vita nascosta. Più che mai ora la nostra mentalità assetata di «azioni efficaci e risultati concreti» sente il bisogno di comprendere qualcosa sull’incomprensibile silenzio di  Nazaret.

 

Gesù plasma uccellini di argilla

Un ragazzo disturba Gesù nel suo gioco con l’acqua? Gesù lo rende secco come un albero. Un altro osa urtare la spalla del ragazzino Gesù? Cadrà morto. Così racconta il Vangelo dello pseudo-Tommaso (III, IV). Per fortuna, nella maggior parte dei casi, il fanciullo Gesù distribuisce miracoli positivi: guarisce malati, risuscita morti. Restituisce fattezze umane a un uomo che era diventato un mulo (Vangelo Arabo Siriaco XX, XXI). Forma (profanando il sabato) uccellini d’argilla, batte le mani e i passeri volano via (Vangelo dello pseudo Tommaso II). Quest’ultimo miracolo di Gesù (Isa ibn Maryam) è riportato anche dal Corano (Sura III,49): «Per voi sono capace di modellare nell’argilla un uccello, poi soffierò dentro di lui e la statua inanimata diverrà viva, col permesso di Dio».

L’adolescente Gesù è dotato di un sapere enciclopedico: enumera «tutto il complesso delle sfere e dei corpi celesti, con la loro natura e i loro influssi, le loro opposizioni e le loro congiunzioni a triangolo, a quadrato e ad esagono, il loro moto in progressione e in regressione, la durata di questo moto in minuti e in sessantesimi di minuto… la fisica, la metafisica, l’iperfisica e l’ipofisica e anche la natura del corpo umano e i suoi umori e le sue proprietà» (ibidem LI, LII)

Con sorpresa, verso la fine di questi “vangeli dell’infanzia”, troviamo riportato, quasi con le stesse espressioni di Luca 2,41-50, l’episodio di Gesù dodicenne nel tempio. L’unica differenza riguarda i complimenti che i dottori rivolgono a Maria: «Beata te che hai messo al mondo uno così!» (Vangelo dello pseudo Tommaso XIX; Vangelo arabo Siriaco LIII). Luca, giustamente, ha scartato tutti i racconti infarciti di prodigi spettacolari. Ha riportato l’unico episodio in cui il miracoloso cede il posto a un messaggio altamente cristologico. Gesù a  Nazaret è il Figlio del Padre.

 

Dio impara dall’uomo le cose dell’uomo

Ma perché Gesù ha “sprecato” tanto tempo a  Nazaret, ci si può domandare? «Stava sottomesso… Cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Luca 2,51-52). Quasi nulla i Vangeli ci raccontano. Come i libri nulla o quasi raccontano della vita quotidiana di tutti gli uomini.

Eppure è a  Nazaret che il Signore ha imparato «a toccare e parlare, a giocare, camminare e lavorare, condividere le ore, i minuti, le notti, i giorni, le feste, le stagioni, gli anni, le attese, le fatiche e l’amore dell’uomo. Nel silenzio, nel lavoro, nell’obbedienza, in comunione con Maria, Giuseppe e i suoi parenti. Dio ha imparato dall’uomo tutte le cose dell’uomo. Il mistero di Gesù a  Nazaret è il grande mistero dell’assunzione totale della nostra vita da parte di Dio: ci ha sposato in tutto, facendosi un’unica carne con la nostra situazione concreta.  Nazaret redime la creaturalità dall’insignificanza del suo limite» (Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca, EDB, p. 74, il corsivo è mio).

Ma allora, ci si può chiedere:  Nazaret è una specie di “prologo” della vita pubblica di Gesù, il semplice momento preparatorio della sua missione? Come sostiene Sequeri (Charles de Foucauld. Il vangelo viene da  Nazaret), «nell’immaginario spirituale di fratel Charles, Gesù di  Nazaret è sin dall’inizio l’uomo dell’Incarnazione.  Nazaret è la vita di Gesù, non semplicemente la sua prefazione. È l’identificazione con Dio che passa per lo più inosservata, e proprio perciò rivelazione clamorosa.  Nazaret è già per il figlio la kénosi lunghissima − una vita! – di un’identificazione con l’umanità perduta e sperduta, irriconoscibile e dimenticata. Al di fuori di ciò, la rivelazione evangelica rischia infatti a ogni momento l’assorbimento nella proiezione ideologica della sua predicazione e nell’enfasi esibizionistica dei suoi gesti… Il punto non è tanto quello della “durezza” dell’ascesi richiesta, quanto piuttosto quello di una imitazione “reale” di  Nazaret che deve trovare le condizioni del proprio rigore nella normalità del contesto in cui quelle condizioni sono già date come umane, e non artificiosamente cercate e ricostruite come religiose».

Ma, come sostiene lo stesso De Foucauld, «devo essere certo che è una grande grazia l’abitare a  Nazaret. Appena perciò questo cessasse di essere la volontà di Dio, dovrei gettarmi a corpo morto, senza uno sguardo indietro, ovunque e a qualunque cosa la sua volontà mi chiami». Infatti Charles de Foucauld è stato un viaggiatore, da una “ Nazaret” all’altra, teso solo a compiere la volontà di Dio. Come Gesù. Spinto al Battesimo, poi nel deserto, poi a predicare la Buona Novella del Regno.

 

Maria, una tapina come noi

Ma chi ha vissuto anche lei quasi sempre nascostamente a  Nazaret? È stata la madre di Gesù, Maria, una ragazzina di circa 13 anni (era quella l’età in cui le ragazze si fidanzavano), che riceve un annuncio eclatante da parte dell’Angelo Gabriele. Da vergine concepirà e il figlio sarà chiamato Figlio di Dio! Dopo essersi recata (come “badante”?) dall’anziana parente Elisabetta, intonerà il Magnificat: «Ha guardato l’umiltà (tapèinosis) della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…».

Poi partorirà a Betlemme. Non si parla più di verginità. I pastori riceveranno l’annuncio: «Oggi vi è nato un salvatore, che è il Cristo Signore». Segue il «Gloria» della corte celeste. I pastori riferiscono ciò che del bambino era stato detto a loro: «Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Luca 2,18). Tutti si stupirono, dunque anche Maria. Si era dimenticata dell’annuncio dell’angelo? Dopo il Nunc dimittis di Simeone, di nuovo «il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui» (Luca 2,33). Nuova amnesia di Maria. Ma la totale ignoranza della straordinaria esperienza dell’Annunciazione e del concepimento verginale risulta particolarmente clamorosa in occasione dell’episodio del fanciullo Gesù al tempio. «“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole» (Luca 2,49-50). Ma come ha osato Maria rimproverare il Figlio dell’Altissimo che essa ha concepito verginalmente in totale obbedienza a ciò che Dio voleva? L’unica cosa evidente è che quella di Maria era una «fede», non una «certezza», una «visione», non un fatto palpabile e verificabile. Questo non per un dogmatico rifiuto rispetto a qualsiasi fenomeno soprannaturale. Si tratta solo di credere alla testimonianza di Luca.

Quando poi, nel corso del ministero pubblico, i parenti di Gesù lo giudicano «fuori di sé», è probabile che anche Maria, delusa e frustrata, si sia unita al clan. Volevano «prenderlo, arrestarlo» (Marco 3,21). È la stesso verbo (kratèo) usato in seguito per descrivere l’arresto di Gesù. Maria e i fratelli chiedono almeno di vederlo. Vengono invece tenuti fuori. Gesù, impietosamente, girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti intorno, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Marco 3,34-35). In particolare in questa drammatica occasione Maria probabilmente avrà provato su di sé la tragica profezia di Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Luca 2,35).

Eppure Maria continuerà ad essere una fedele discepola di Gesù. La vedremo in Atti 1,14, insieme agli apostoli e ad alcune donne. Maria, infatti, dimenticava, si inquietava, capiva quasi niente. Come noi, come qualunque persona di fede. Ma, come noi, «serbava tutte queste cose nel suo cuore»: non nell’intelligenza, debole e confusa, ma nel suo cuore. Così Maria di  Nazaret appare davvero come un modello di fede. Non la «Madonna», irrigidita in una nicchia, e ancora di più, disumanizzata da una mariologia che vorrebbe onorarla, ma che in realtà la sottrae al nostro sguardo, la allontana dalle nostre preghiere. E così la madre del Signore siamo noi. Siamo noi «fratello, sorella e madre» nella misura in cui, saltuariamente e confusamente, come Maria, cerchiamo di fare la «volontà di Dio».

Dario Oitana

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