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Più cose insegna il fico

 

Per due volte, nei capitoli finali del suo vangelo, Marco evoca il fico come segno profetico della venuta del regno e come maestro di quanto di positivo o di negativo può fare il credente in attesa.

Nel capitolo undicesimo narra un episodio che si colloca nei giorni della salita a Gerusalemme: «La mattina, mentre usciva da Betania, ebbe fame. Avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi non trovò altro che foglie. Non era, infatti quella la stagione dei fichi. Gli disse. “Nessuno possa mai più mangiare dei tuoi frutti”. E i discepoli lo udirono» (11,12-14). Già sappiamo che il giorno seguente, trovando l'albero ormai secco, i discepoli si meravigliarono e Gesù ne trasse occasione per esortarli a muovere le montagne con la fede e la preghiera (11,20-25). Il rimando al fico diventa “parabola” due capitoli dopo nel “Discorso escatologico”: «Dal fico imparate questa parabola: quando il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così quando vedrete accadere queste cose sappiate che Egli è alle porte» (13,28-29).

 

Virtù profetiche degli alberi

Per tentare di interpretare la presenza del fico nei capitoli che in Marco precedono la passione, bisogna innanzitutto mettere a fuoco la sua funzione nella dinamica simbolica della via biblica alla salvezza. Insieme alla vite, alle messi, all'ulivo e al melograno, esso è uno degli elementi costitutivi del paesaggio mediterraneo, ma anche di quello messianico. Illustra infatti la fertilità della terra promessa: «paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele» (Deuteronomio 8,8). Dà volto di gioia all'abbondanza e alla pace dei tempi escatologici: «Non temere terra ma rallegrati / perché i pascoli del deserto hanno germogliato / perché gli alberi producono frutti / e la vite e il fico manifestano il loro vigore.» (Gioele 2,21-22). La dà non solo con la dolcezza dei frutti, ma anche con la frescura ombrosa delle foglie: «Siederanno ognuno tranquillo all'ombra della vite e del fico / e più nulla li spaventerà» (Michea 4,4). Al tempo stesso la devastazione dei campi biondi di messi, delle vigne, dei frutteti, dei fichi abbattuti e scortecciati (Gioele 1,7) è segno dei mali che colpiscono Israele per l'infedeltà al Dio del patto.

Come dal germogliare dell'occhio delle viti e dal farsi tenero del ramo del fico si presagisce l'arrivo della primavera, così la scarsità e la mancanza dei loro frutti al momento del raccolto preannuncia la drammaticità della carestia invernale. Basti per tutti ricordare Michea: «Ahimè sono diventato come uno spigolatore d'estate, / come un racimolatore dopo la vendemmia! / Non un grappolo da mangiare, / non un fico per la mia voglia» (7,1).

 

Tra le foglie non c'era frutto

Nella quasi totalità dei casi in cui questo tema viene evocato, in termini di abbondanza o di assenza di frutto, tale stato di cose viene riferito al tempo naturale della maturazione. Solo in Marco 11,12-14 l'albero a cui ci si accosta per cercarvi fichi, benché già ricoperto di foglie, non offre un solo frutto, in quanto «non era quella la stagione dei fichi». Notazione singolare che, per quanto adeguata alla vicinanza temporale dell'episodio con la Pasqua, rende per lo meno ingenua la pretesa di Gesù di gustare la dolcezza di qualche primaticcio e del tutto immotivata la sua maledizione. Tant'è vero che Matteo ripete Marco, ma non fa cenno alcuno a tempi e a stagioni (21,18-19), mentre Luca rimodula l'intera vicenda, presentandola come una parabola sulla misericordiosa pazienza di Dio: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Taglialo”. Ma quegli rispose: “Lascialo ancora un anno”» (13,6-9).

Giustamente è stato osservato che se in Luca la vicenda del fico sterile ben difficilmente può essere letta in chiave antigiudaica, ancor meno proponibile è una lettura siffatta nella versione di Marco, a causa del rapido ma risolutivo cenno alla «stagione dei fichi». Il che rende davvero problematico ogni tentativo di interpretare in chiave teologico-pastorale la breve e insolita pericope.

Nel commento offertone da Piero Stefani in una recente puntata di “Uomini e profeti” (il 27 febbraio su Radiotre) viene presa in considerazione la possibilità di accostare la sorte del fico e quella del Nazareno a partire dalla considerazione che Gesù, come il fico, muore innocente. Egli propone così di fare di questo episodio, ormai prossimo alla condanna di Gesù, una icastica prosecuzione del terzo preannuncio della passione (10,32-34). Interessante ipotesi che, se dovessimo approfondire, ci porterebbe a concludere che, come il fico è stato fatto secco per aver dato, col germogliare delle foglie, l'impressione di poter, anzitempo, offrire fichi al viandante, così Gesù va incontro alla morte per aver dato a credere di poter soddisfare l'attesa messianica prima della pienezza dei giorni.

Il che mal si concilia con l'indirizzo di questo vangelo, che sempre enfatizza la crucialità dell'ora nell'annuncio della prossimità del regno, mentre più volte sottolinea, prima e dopo l'inizio della passione, l'incomprensione, la tiepidezza e l'infedeltà dei discepoli nella sequela del Nazareno.

Non il Maestro, dunque, ma i suoi discepoli sarebbero chiamati in causa dalla sterilità del fico per la loro incapacità di dare integrale testimonianza evangelica, anticipando nella prassi della vita terrena la prassi dei tempi escatologici. Infatti vero segno della presenza del regno, destinato a crescere come «il più grande degli arbusti» a partire da «un granello di senape, il più piccolo dei semi», non può essere l'abbondante raccolto, che ne sarà il coronamento. Segno, se segno deve essere, sarà, sempre e solo, il dare «frutti fuori stagione» (cfr. Il vangelo delle meraviglie, Cittadella 1996, p. 160).

 

Vangelo, parola che sfida i tempi

Come ben sappiamo Marco inizia con la «voce di uno che grida nel deserto» (1,3), ed è dunque quasi inascoltabile, e termina con la fuga spaventata e muta delle donne al sepolcro, che destina al silenzio tombale l'annuncio dell'angelo (16,6-8). La buona novella, il suo vangelo, chiuso a tenaglia tra la Scilla dell'inudibilità e la Cariddi dell'indicibilità, suona davvero come parola che sfida il suo tempo e invita chi la accoglie a sfidare il proprio di tempo. L'ora del regno è venuta, ora della pace, della giustizia, della liberazione da ogni male e schiavitù, ma chi vuole vedere tutto ciò all'opera deve essere lui a renderlo presente con la propria vita.

L'assoluta imminenza dell'escaton, come insegna il fico che preannuncia l'estate ricoprendosi a primavera di foglie, si accompagna all'invito pressante a cambiar vita e a realizzare il vangelo in prima persona, così che esso possa manifestarsi in pienezza. La delusione di Gesù per l'entusiasmo dei suoi e dei gerosolamitani al suo ingresso nella città, prodigo di palme osannanti ma avaro di gesti concreti di conversione, si somatizza nell'incontro col fico, carico di foglie ma privo di frutto.

Gesù sarà il solo ad affrontare il rischio di dar frutto fuori stagione, offrendo la sua vita al servizio del Regno. I suoi lo tradiranno, per timore di entrare in conflitto coi poteri religiosi e politici del tempo, e come il fico si destinano alla sterilità, all'incapacità di capire che la resurrezione è frutto della croce e dunque di uno scontro frontale con lo spirito del proprio tempo.

Non per nulla tutti i finali aggiunti al finale marciano sottolineano l'incredulità dei discepoli all'annuncio della resurrezione e uno di essi giustifica tale mancanza di fede con queste parole: «Questo mondo d'iniquità e d'incredulità è sotto il dominio di Satana che non permette che chi è ancora nella presente impurità comprenda la verità di Dio. Perciò tu porta a compimento la tua giustizia». Il che è come dire che la vita dei giorni presenti, caratterizzati dall'esercizio della violenza, dalla sete di denaro, dall'ingiusto dominio dei prepotenti sui miti, dei ricchi sui poveri, non consente a chi attende il regno di dare i frutti che esso promette, se il regno stesso non è già giunto a pienezza. Ma così concepita la fede si riduce a semplice, fiduciosa attesa, a «fede a poco prezzo», all'invocazione: «Signore, Signore», mentre essa è anche sempre sforzo di obbedienza alla volontà di Dio, che non altro ci chiede se non di contribuire a dare attuazione alle promesse delle beatitudini. Promesse che la natura non è in grado di soddisfare e che rimettono in discussione ogni esito della cultura, così da anticipare nel mondo presente quel rovesciamento di valori che dovrà caratterizzare il compimento evangelico del regno con la conseguente redenzione della natura e della cultura.

Aldo Bodrato

 


 
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