il foglio 
Mappa | 24 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  etica
 401 - Dialogo interiore / 1

 

Perché non posso farti del male?

 

Perché non posso fare qualcosa che per te è un dispiacere, un danno, un male?

Ma è perché mi sei amico, mi vuoi bene.

D'accordo, ovvio. Ma se tu fossi per me uno sconosciuto, un estraneo, perché non potrei fare un'azione che per me è un vantaggio e per te è un male? Lasciamo da parte i casi estremi, di necessità, di impossibilità: siamo due naufraghi, c'è una sola tavola, l'afferro io prima di te, io mi salvo, tu no. Siamo in un locale incendiato: io arrivo all'uscita prima di te, perché cammino meglio, non torno indietro ad aiutarti, mi salvo io e tu no. In questi casi non voglio farti del male, soltanto non sono abbastanza coraggioso, eroico, salvando me non voglio la tua rovina. Ma la domanda è un'altra: se posso fare una cosa per me utile, vantaggiosa, piacevole, o anche banale, indifferente, ma per te dannosa e dolorosa, perché non posso farla? Niente mi lega a te se non la comune vita umana, un legame molto molto largo, a volte insensibile. Perché non posso farla?

Ma perché ci sono delle leggi, c'è un'etica civile.

Certo, ma supponiamo che io riesca a non essere scoperto e punito, supponiamo che io dica alla mia coscienza: “è un bene per me, io posso, e basta”.

Se sei religioso, credente, sai che Dio ti vede, e prima o poi ti chiede conto del male che fai.

Va bene, siamo intesi, ma supponiamo che io non creda in alcun essere più grande e giusto di noi. Non c'è un giudice, né umano né divino, delle mie azioni. Le decido solo io. Ora, in quello che faccio c'è un bene mio con l'effetto diretto di un male tuo. E non un effetto involontario: il mio bene è frutto del tuo male. Noi due pensiamo entrambi che non posso farlo. Ma perché? Per quale ragione?

Perché, a parte le leggi, la religione, la morale, abbiamo fatto un patto, almeno implicito, di convivenza umana, di non danneggiarci a vicenda, almeno nelle cose più importanti e gravi.

Infatti, c'è questo patto implicito, anche con lo sconosciuto, lo straniero, l'estraneo. «Pacta servanda sunt »: bisogna rispettare i patti. Bene. Ma se io ritengo che, per un mio vantaggio, posso violare i patti, anche se ciò porta direttamente a te un danno considerevole, e io non rischio nessuna sanzione, perché non posso farlo? Guarda, non parliamo di bazzecole, per es. attraversare col rosso quando non arriva assolutamente nessuno: violo una regola, ma non faccio male a nessuno. Parlo invece di cose grosse, gravi. Perché non posso? Perché?

Forse perché il male che fai a me è anche, in qualche modo seppure invisibile un male che viene anche a te, su di te.

Sì, questo è il principio che il pensiero morale, praticamente in tutte le civiltà umane, ha formulato nella “regola d'oro”, o anche ha espresso nel detto che “siamo nati gli uni per gli altri”, “siamo membra gli uni degli altri”. Ma se io decido di superare questa regola per una mia utilità, e ti faccio un male, perché non posso? Perché, se io posso farlo fisicamente, non accettiamo che possa farlo anche moralmente? Perché non accettiamo che quel principio di reciprocità sia superabile dalla mia volontà? Perché non accettiamo che quel che posso fisicamente, e mi serve, io lo faccio e basta? Accettiamo forse che non c'è un problema morale? Perché invece sentiamo o diciamo che c'è un limite alla mia volontà? Ma c'è davvero questo limite?

Lo mettiamo noi, questo limite, anche se non sempre lo rispettiamo, per poter vivere un po' meglio, con più tranquillità, minor pericolo e paura, in pace con gli altri umani, e chiamiamo umanità questo limite e direzione delle nostre azioni.

Va bene, ma così non usciamo dal problema. Se io voglio rischiare sfidando questo equilibrio, se voglio prendere una utilità per me anche togliendo ad altri, a te, e se ci riesco, posso o non posso? Il problema è questo: posso di fatto, perché sono forte e impunibile; ma posso anche moralmente? Che cosa è la morale? È una regola pratica, di prudenza, come il semaforo, che posso superare quando non fa male a nessuno? Oppure è una regola che mi ferma, mi chiede di fermarmi, quando faccio male a qualcuno? Ma ha un fondamento questa regola? Ha una ragione? Ha un valore? Ha una permanenza? Oppure si può spegnere o ignorare come il semaforo? Perché non posso farti del male, quando potrei? La regola di rispettarti, se non me la impongo da me stesso, per mia sola volontà, non esiste?

Non lo so. Cerchiamolo insieme.

Dunque, non può essere Dio perché non siamo tutti convinti che esista, che ci veda e ci giudichi, ci guidi. Può esserlo per i credenti, ma non può essere la regola comune: io posso dire che per me non esiste. Non può essere la legge posta dall'autorità nella società, perché posso eluderla. Né Dio né la legge mi fermano, se sono forte, se posso. Non può essere la regola della reciprocità, dell'uguaglianza di valore, perché se io non do all'altro il valore che do a me, posso fare di lui ciò che mi pare, ciò che mi serve. Può essere forse solo il bisogno che io ho degli altri, prima o poi, dunque la convenienza a non offenderli affinché non mi offendano.

Questa è già una regola pratica. Ma vale solo relativamente. Se io sono davvero forte e impunibile, e posso anche imporre agli altri ciò che voglio che facciano per me, io non devo nulla a loro.

Però questa è una situazione astratta, perché anche il tiranno dorme, e ha bisogno della protezione di guardie fedeli, obbedienti e servili, per essere davvero forte. La sua forza non è tutta sua, ha bisogno degli altri. Anche il violento è vulnerabile. Vedi nella storia la fine di tanti tiranni. Ma vedi anche quanti di loro hanno regnato e sono morti ricchi e sicuri nel loro letto. Eppure, parlando in generale, vediamo che l'unica regola pratica che resiste alle obiezioni è questo bisogno che ognuno ha degli altri. Una regola molto debole, però, perché lascia molto spazio al prepotente violento. Avendo come regola principe la propria volontà, e non la convenienza comune, il violento può fare all'altro il male che gli fa comodo. La regola della violenza, nonostante le sue falle che abbiamo visto, permette di fare il male, lascia tutti gli altri esposti al male. La regola della reciproca convenienza non regge davanti al violento fornito di forza.

Ci vuole un principio superiore alla forza usata come violenza.

E quale principio, se non basta Dio, non basta la legge, quasi non basta neppure la convenienza? Chiediamoci che cosa è un principio.

Direi che è qualcosa che ci precede: un inizio, e noi sappiamo di non essere l'inizio, ma iniziati, derivati, nati da altri, fisicamente e culturalmente. Un principio è qualcosa che non è derivato da una dimostrazione, da un ragionamento, e semmai imposta un ragionamento. Un principio è qualcosa che non pongo io, perché allora sarebbe un prodotto nostro: nel caso, sarebbe quella convenzione, alleanza, che abbiamo visto non garantisce appieno dalla forza prepotente.

E cosa può essere quel principio? Dio non basta, perché non è principio riconosciuto da tutti. Non basta la legge, perché si può eluderla. Neppure la convenienza, che è semmai un derivato, non un principio: siamo qui, vogliamo vivere, mettiamoci d'accordo su quel che ci conviene, riconosciamolo insieme, dunque non facciamoci del male. Ma poi, nel caso, la mia convenienza può essere nel danno tuo. La convenienza è ballerina. Sì, ci vuole un “principio”, un dato precedente alle nostre volontà, buone o cattive, egoiste o altruiste, moderate dalla convenienza o scatenate dall'interesse.

E cosa c'è di precedente? Andiamo nella metafisica? Siamo creati, nel senso che siamo fatti in quel modo, da cui non si esce, che un dio ha voluto e stabilito per noi?

 

Enrico Peyretti

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 448 - La legge sul fine-vita, Dat e fiduciario 
 :: 437 - L’etica come possibilità 
 :: 437 - Kant: «cielo stellato sopra di me e coscienza morale dentro di me» 
 :: 429 - La dittatura del denarismo 
 :: 420 - “COME STAI? TUTTO BENE” 
 :: 420 - Al lettore benevolo 
 :: 415 - Preludio e fughe sul bene e sul male.  
 :: 409 - Rileggendo La banalità del male di Hannah Arendt / 1 
 :: 407 - Saper piangere 
 :: 406 - Storie di dubbi e libertà 
 :: 405 - BREVI AVVERTENZE PER EVITARE INCIDENTI DI DISCORSO 
 :: 403 - LA PROBABILITÀ DEI MONDI / 4: LEGGE NATURALE INUTILIZZABILE AI FINI MORALI 
 :: 403 - Dialogo interiore / 3 
 :: 402 - Dialogo interiore / 2 
 :: 401 - Dialogo interiore / 1 
 :: 394 - Credere è fidarsi / 1 
 :: 386 - PACIFISMO E NAZISMO 
 :: 374 - In morte di Raimon Panikkar (Barcellona 1918 – Tavertet 2010) 
 :: 372 - I CREDENTI SONO MASOCHISTI? 
 :: 373 - OLRE LA RECIPROCITÀ 
 :: 367 - Cilici, auto-flagellazioni e vangelo 
 :: 366 - Escatologia ed economia / 2 
 :: 365 - Escatologia ed economia / 1 
 :: 364 - NON GIUDICARE 
 :: 359 - Aiuto, l’integralismo! 
 :: 352 - VERITÀ E LIBERTÀ, TRA UNITÀ E MOLTEPLICITÀ 
 :: 346 - SPIRITUALITÀ 
 :: 340 - OLTRE I PACS/DICO 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml