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 337 - DEMITIZZARE L’APOCALISSE

 

DALLA TERRA AL CIELO, DAL CIELO ALLA TERRA

 

Fatta salva quella che Metz chiama «riserva escatologica», ossia l’auspicabile salvezza finale operata da Dio soprattutto nei confronti di tutte le vittime della storia, per quanto concerne sia l’escatologia (cioè, grosso modo, quel che apparentemente si presenta come un discorso sulla «fine del mondo» e della storia, e/o sul futuro avvento del Regno di Dio con potenza) e sia l’apocalittica (vale a dire quel genere letterario che tratta il tema escatologico come “rivelazione” di segreti relativi in gran parte alla «fine», e spesso esternamente con tratti sconvolgenti, traumatici o catastrofici), occorre demitizzare, ossia interpretare liberando il mito dalla sua scorza esterna per coglierne il nucleo più profondo, in genere di tipo etico, esistenziale e teologico.

 

Dall’altro mondo a un mondo altro

In parole povere quel che si presenta con visioni, concetti e categorie sovra e ultrastoriche, va letto e ricondotto, salvo possibili ma rarissime eccezioni, a considerazioni infrastoriche e intramondane; se si parla della cosiddetta «fine del mondo», bisogna pensare principalmente al nostro mondo con tutti i suoi problemi, e quindi in linea di massima non a un altro mondo (sovraterreno) bensì ad un mondo altro, cioè diverso e decisamente migliore. Ad es. il giudizio finale, espresso in termini apocalittici, sottolinea ed esprime in prima istanza l’urgenza del Regno, l’importanza della responsabilità umana e la non-procrastinabilità della decisione relativa al Vangelo e alla conversione; le esigenze etiche di Gesù costituiscono le condizioni di ingresso al Regno (cfr il bellissimo libro, corredato addirittura di esercizi come un testo scolastico, di G. Theissen - A. Merz, Il Gesù storico, Queriniana 1999; d’ora in avanti Th).

Sulla stessa linea sopra delineata occorre quindi un’interpretazione prevalentemente infrastorica pure del Regno. Gesù non ha mai presentato né spiegato a dovere, se non in forma parabolica, il concetto di Regno di Dio; l’unica visualizzazione portata è quella del convito festivo (pranzo di festa, o di nozze), come nel caso del banchetto dei pagani coi patriarchi, in Lc 13,28s e Mt 8,11s: «Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e si siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli…». Non si parla né di Gerusalemme, né di Sion, e la separazione rituale tra pagani e giudei non ricopre qui alcun ruolo (anzi gli interlocutori ebrei di Gesù «saranno cacciati fuori»); inoltre il dislivello di potere e di condizione sociale viene eliminato. Questo passo costituisce un ottimo esempio per il metodo interpretativo: con la dichiarazione solenne che i pagani si uniranno ai patriarchi d’Israele (morti ormai da secoli) al banchetto, Gesù indica che tal evento non è solo futuro, ma pure in un certo senso discontinuo rispetto al mondo presente. Si tratta appunto della riserva escatologica: ossia si alimenta la speranza in una vita eterna oltre questo mondo, una trascendenza sulla morte stessa con una nota di universalismo. Nel pensiero di Gesù si va comunque al di là di qualsiasi regno politico intramondano; si allude cioè a un regno in grado di superare le barriere di tempo e di spazio del nostro mondo mortale.

Ma, dato che usare categorie sovrastoriche per esprimere speranze infrastoriche è una caratteristica specifica del genere dell’apocalittica (come pure dell’escatologia più in generale), tale anelito alla comunione, alla pace, alla giustizia, alla fratellanza e all’uguaglianza, il più possibile universali, costituisce anzitutto un grande ideale da realizzare nella storia. Dai detti sul regno di Dio futuro apprendiamo ben poco sulla vita in esso; sorprende l’assenza di dati. Teologicamente possiamo affermare l’identificazione del Dio crocefisso (e risorto) con tutti i crocefissi della storia, anelando a una vittoria prima di tutto sulla morte simbolico-metaforica facendo fiorire la vita e la giustizia del Regno, e poi anche tenendo la porta aperta al superamento di quella biologica nella sopravvivenza della coscienza. Gesù comunque non sogna liturgie eterne dinanzi a Dio nella gloria del cielo e dei celesti. L’esaudimento delle aspettative consiste appunto in un gran banchetto, in un pasto festivo non sacrificale nella cerchia dei padri di famiglia.

Gesù stesso, pur conservando “miticamente” i detti sul Regno al futuro, spesso di stampo escatologico e apocalittico, li ha uniti con i detti sul Regno al presente (sin da ora fra di voi, in voi); secondo i discepoli di Bultmann già Gesù avrebbe demitizzato l’attesa del futuro e l’avrebbe interpretata come esperienza della prossimità urgente di Dio.

 

Testi imbarazzanti

Bisogna quindi demitizzare nel senso suddetto quel che “ingenuamente” e “cronologicamente” si presenta all’incirca nei termini seguenti: «Gesù avrebbe atteso l’irruzione del regno per un futuro imminente e avrebbe inviato i suoi discepoli con questa speranza. Sarebbe stato convinto che prima ancora che i discepoli fossero riusciti a percorrere tutte le città d’Israele, il figlio dell’uomo sarebbe venuto (Mt 10,23). Dopo il ritorno dei discepoli (una prima “dilazione della parusia”) in Gesù sarebbe maturata la decisione di provocare la fine addossandosi volontariamente le doglie messianiche che, secondo la comune convinzione apocalittica, avrebbero dovuto precedere la fine del mondo» (A. Schweitzer, riportato in Th 303).

I testi da demitizzare ci sono (oltre al già citato Mt 10,23), e non si può far finta che non esistano: «Vi sono alcuni qui presenti che non moriranno senza aver visto il Regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1). «Non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute» (Mc 13,30 e par.: e il contesto precedente parla degli sconvolgimenti cosmici, del sole e della luna che si oscureranno, degli astri che cadranno dal cielo, del Figlio dell’uomo che verrà sulle nubi). In tale ambito la predicazione di Gesù è predicazione penitenziale, ossia un invito deciso e urgente di conversione al vangelo nella logica/prospettiva del Regno; se annuncia la sventura (caratteristica tipica dell’apocalittica relativamente al peirasmos finale), è proprio perché vuole evitarla…: la sciagura del male e della violenza è appunto evitabile grazie a un grande afflato etico e a una sollecitazione estrema e urgente della volontà dell’uomo. Demitizzare il mito apocalittico significa quindi essere posti di fronte a una decisione ultima, o comunque urgente, qui e adesso, nell’attesa di un cambiamento del mondo in un futuro prossimo. La sostanza dell’apocalittica è un nuovo mondo, è l’attesa di un mondo inedito in cui Dio porta a compimento il suo piano con Israele e con la creazione; non è l’altro mondo, ma un mondo altro.

Naturalmente quanto detto sino a ora non significa che bisogna rinunciare all’escatologia; anzi, seppur demitizzata, una concezione escatologica è necessaria, soprattutto per impedirne una teocratica: la teocrazia significa infatti una sovranità attuale e prepotente di Dio, massicciamente presente nel proprio impianto sacrale e cultuale. In tale ambito teocratico quale spazio ci potrà mai essere per un futuro di novità, se la salvezza si risolve nell’agganciare ritualmente il presunto “divino” del mondo di sopra? Proprio l’escatologia tiene aperta la speranza e alimenta la militanza per il nuovo mondo, che è l’essenza dell’apocalittica.

 

Guerre stellari

Non dimentichiamoci che Gesù attendeva una futura, e tutto sommato imminente venuta del Regno di Dio, e ciò sino alla fine della sua vita. Cioè, demitizzando, il Regno può abbracciare la storia come un tutto, e in particolare può sempre venire soprattutto dall’oggi in avanti. La parusia o la «fine del mondo» (che hanno uno statuto biblico e teologico di gran lunga inferiore a quello del Regno) vanno invece dilatate nel futuro all’infinito per quanto riguarda il tempo cronologico (kronos), ma vanno teologicamente accorciate per quanto riguarda il tempo esistenziale (kairos), nell’urgenza di cogliere i segni dei tempi per la dedizione al Regno. E tutto ciò sia nell’esperienza della presenza spirituale e salvifica di Dio, ma anche nell’eventuale esperienza quasi disperata della sua assenza.

Proprio l’irrompente signoria di Dio fa cadere un accento pressante sulla vita quotidiana. Nei detti di Gesù più in generale la signoria regale di Dio è pertanto espressione di un’energia etico-spirituale enorme: i detti di lotta evocano il conflitto fra le potenze del vecchio e del nuovo mondo; i detti di compimento prospettano il fatto che il presente debba essere una realizzazione di attese primordiali; i detti al futuro annunciano l’irrompere del mondo nuovo; i detti sull’irruzione del Regno garantiscono che esso inizia già ora, annunciano il suo avvento in un relativo nascondimento (Th 325ss). Ripetiamo, la presunta «fine del mondo» va cronologicamente dilatata in avanti quasi all’infinito, ma va esistenzialmente e teologicamente accorciata nell’urgenza della decisione e della conversione al Vangelo. Il Regno può (e dovrebbe) sempre venire nella storia. Per Gesù, Dio e il suo Regno costituiscono una forza etica e spirituale inaudita per il fiorire della vita e della giustizia.

Come ci ha insegnato Bultmann, la consapevolezza che il tempo per la decisione urgente dell’uomo è limitato si trasforma miticamente, si riveste e si esprime nella convinzione che il tempo è limitato per il mondo intero (la fine sta arrivando; c’è uno spostamento mitico dall’uomo a tutto il mondo ed alla storia cosmica). È la trasposizione dalla terra al cielo, che però noi dobbiamo riportare sulla terra: nella letteratura apocalittica ad es. le «stelle» e i «monti» rappresentano spesso gli angeli (anche quelli malvagi e decaduti); la duplicità del simbolo presuppone che ogni avvenimento sia vissuto a due livelli, quello celeste (le stelle) e quello terrestre (le montagne). I due piani si sviluppano in parallelo: così ad. es. alle guerre terrene corrispondono guerre angeliche, ovvero (chiedo venia) “guerre stellari”. Passando dal linguaggio mitico (cielo e terra si toccano, come le stelle e le montagne) a quello demitizzato, ciò significa che il Regno rientra nel nostro ambito d’esperienza, per cui siamo posti di fronte all’eternità, in un confronto-incontro con l’eterno! (Th 433). Un ulteriore aspetto di demitizzazione odierna potrebbe essere il seguente: la dilatazione, dilazione cronologica all’infinito deve portare a pensare Dio non più solo sui tempi brevi degli eventi umani, bensì sui tempi lunghi del cosmo, dell’evoluzione, e della vita, che è comparsa sulla Terra ben 10 miliardi (!) di anni dopo il big bang.

 

Mauro Pedrazzoli

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