il foglio 
Mappa | 41 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  etica
 402 - Dialogo interiore / 2

 

Prima di ogni accordo, siamo degni

 

Nel recensire il mio libretto Il bene della pace (apparso in una collana di etica della editrice Cittadella) Massimiliano Fortuna, amico severo, scrive (il foglio n. 400) che io riterrei la verità (qui si tratta della verità morale) una “scoperta”, quindi data nella realtà esterna all’essere umano, e non una “costruzione”, dunque fondata su delle convenzioni, interna al linguaggio e alle culture degli uomini, come ritengono vari filosofi oggi.

In quel libretto io sarei convinto dell’esistenza di «valori inscritti, per così dire, nella natura, che rappresentano dei binari imboccando i quali l’umanità si muove in direzione di un progressivo aumento del bene della pace nella storia». Così sottovaluterei «la storicità delle culture umane» e adopererei «in termini assoluti, e dunque astorici, un concetto come “coscienza”». Abbiamo ripreso in altri momenti una riflessione non così rigida sulla “natura umana”, anche a proposito del linguaggio e del significato della Pacem in terris.

Dobbiamo proprio opporre così tanto natura stabile e convenzione storica?

Merita pensarci un po' di più. La pura convenzione, se non sbaglio, non difende dal male che possiamo farci. Infatti, leggi, diritto umanitario, accordi internazionali, non evitano del tutto delinquenza, corruzione, violenza, guerre, perciò dolori tanti e vari. Rafforziamo la cultura della parità di valore, il valore delle convenzioni, e certamente sarà un bene per la buona convivenza. Ma l'obiezione, anche filosofica, non è superata: perché, potendo, non posso violare l'accordo? Se non devo rispondere ad altri, ad un “principio” che non pongo io, ma solo a me stesso, perché non potrei? Hans Küng, citato in quel libretto (p. 37), scrive: «Perché un delinquente (nel caso che non corra alcun rischio) non deve uccidere i suoi ostaggi? Perché un dittatore non deve fare violenza a un popolo? Perché un gruppo economico non deve sfruttare il proprio paese?». È la stessa nostra domanda. Küng risponde: «L'incondizionatezza del dovere non può essere giustificata dall'uomo, in molti modi condizionato, ma soltanto da qualcosa di incondizionato».

Allora, dobbiamo ricorrere a un concetto di natura umana fissa, non evolutiva? Alla volontà di Dio? A un principio categorico della ragione? Solo un'idea metafisico-religiosa della nostra umanità ci può salvare dalla nostra disumanità?

Non so. Vedo però che, per esempio, nel linguaggio di Giovanni XXIII nella Pacem in terris, il riferimento alla natura umana («un ordine voluto da Dio»), ben più che un'affermazione teorica anti-evoluzionismo, è un appello a ciò che accomuna gli esseri umani. Così si può interpretare, al di là del linguaggio: vuol dire l'unità umana, fondamento necessario della pace. Ha una funzione analoga al convenzionalismo, ma più forte, più impegnativa, più rassicurante contro violenze e guerre: siamo tutti esseri umani, tutti uguali per dignità naturale. Questo concetto di dignità è molto ricco: non è un puro dato di fatto, non è una convenzione, ma una dinamica, un movimento; è un obiettivo che ha una vera base di realtà eppure va continuamente cercato e raggiunto. Essere degni implica sia un fatto reale, sia un diritto da realizzare. È un concetto e un linguaggio dinamico, evolutivo. La dignità si ha già, e non si ha ancora nei fatti se non viene onorata. Eppure, se viene offesa, non è distrutta, permane al di là dell'offesa. Tu sei degno del mio rispetto, ma se ti offendo, sei degno come prima. La dignità è una inviolabilità morale, anche nell'ucciso. La violenza è inutile contro la dignità.

Vedo che, nella sua recensione, Fortuna cita (per tenere aperto il dibattito) Telmo Pievani per il quale la specie umana è un frammento di natura che all’interno dell’evoluzione ha elaborato, o meglio sta provando a elaborare, un esperimento di fratellanza democratica e di giustizia sociale, del quale non trova una matrice preformata in una “natura” originaria che lo precede. Secondo Pievani «autentico è l’uomo che in questa condizione di consapevolezza [la radicale contingenza della nostra presenza] vive per la giustizia, per l’uguaglianza nei diritti, per il bene e la solidarietà, e proprio nel fare unilateralmente questa scelta rinuncia all’idea che l’essere naturale presupponga in quanto tale l’etica». Dunque l'etica è tutta costruita, non trovata.

È bene che il ventaglio del dibattito sia aperto, e muova l'aria a tutti i venti, sicché ognuno possa trovare quello che lo fa meglio respirare. E possa anche proporlo agli altri, se convince, se (più mitemente) persuade. Proporre, in libertà di pensiero, non è predicare dall'alto, anche se Fortuna ritiene di trovare nel libretto recensito un tono «parenetico e omiletico, vale a dire di esortazione alla rettitudine e di ammonimento morale». Ora, se in un pensiero come quello di Pievani «l'essere umano naturale non presuppone l'etica», cioè se l'uomo vivente non riconosce un principio di dovere e non-dovere, a lui precedente, da seguire, realizzare, e anche affinare, correggere, sviluppare (l'etica di Aristotele è stata corretta senza rinnegarne il nocciolo), e se l'etica invece è tutta costruita successivamente e mutevolmente, allora (è questo il mio timore, vedete se è giusto) un principio così debole del nostro cammino morale avvicina la fine del cammino morale stesso. Senza un principio non derivato, un postulato all'origine delle conseguenze, non ci sarebbe alcuna morale, alcuna regola comune di comportamento. Ci sarebbero dei comportamenti soggettivi, con regole soggettive, non valutabili. Se quel mio comportamento ti fa male, non hai una ragione comune a noi due per denunciarlo. Si può chiedere: perché, per Pievani, sarebbe «autentico» l'uomo che, nel corso dell'esperimento morale, «vive per la giustizia, l'uguaglianza, il bene, la solidarietà?». Sono più che d'accordo con lui (col quale feci anni fa un sereno dibattito nel Palazzo Ducale di Genova), ma devo chiedere: se non c'è un criterio previo per dire autentica una scelta, non sarebbe «autentico» uomo anche quello che fa scelte del tutto opposte (non giustizia, non uguaglianza, non solidarietà)? «Autentico» è l'uomo che realizza più veramente, nel modo migliore, un modo di essere con gli altri? Ma se non c'è un modo più vero, misurato su un metro non improvvisato a posteriori, allora non è «autentico» anche l'ingiusto, chi disconosce l'uguaglianza e la solidarietà? La pura convenzione mi obbliga davvero se riconosco nell'altro, col quale mi impegno, un valore precedente alla mia volontà e libertà: è la sua dignità inviolabile, che io lo voglia o meno. Mi torna martellante la domanda: perché non posso farti del male? Perché non posso essere ingiusto con te, durante questo esperimento morale tutto aperto? Oppure hai già dei criteri di «autenticità» (almeno alcuni, essenziali)?

Enrico Peyretti

(continua)

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 457 - Demitizzazione/1: 50 anni di Humanae vitae 
 :: 448 - La legge sul fine-vita, Dat e fiduciario 
 :: 437 - L’etica come possibilità 
 :: 437 - Kant: «cielo stellato sopra di me e coscienza morale dentro di me» 
 :: 429 - La dittatura del denarismo 
 :: 420 - “COME STAI? TUTTO BENE” 
 :: 420 - Al lettore benevolo 
 :: 415 - Preludio e fughe sul bene e sul male.  
 :: 409 - Rileggendo La banalità del male di Hannah Arendt / 1 
 :: 407 - Saper piangere 
 :: 406 - Storie di dubbi e libertà 
 :: 405 - BREVI AVVERTENZE PER EVITARE INCIDENTI DI DISCORSO 
 :: 403 - LA PROBABILITÀ DEI MONDI / 4: LEGGE NATURALE INUTILIZZABILE AI FINI MORALI 
 :: 403 - Dialogo interiore / 3 
 :: 402 - Dialogo interiore / 2 
 :: 401 - Dialogo interiore / 1 
 :: 394 - Credere è fidarsi / 1 
 :: 386 - PACIFISMO E NAZISMO 
 :: 374 - In morte di Raimon Panikkar (Barcellona 1918 – Tavertet 2010) 
 :: 372 - I CREDENTI SONO MASOCHISTI? 
 :: 373 - OLRE LA RECIPROCITÀ 
 :: 367 - Cilici, auto-flagellazioni e vangelo 
 :: 366 - Escatologia ed economia / 2 
 :: 365 - Escatologia ed economia / 1 
 :: 364 - NON GIUDICARE 
 :: 359 - Aiuto, l’integralismo! 
 :: 352 - VERITÀ E LIBERTÀ, TRA UNITÀ E MOLTEPLICITÀ 
 :: 346 - SPIRITUALITÀ 
 :: 340 - OLTRE I PACS/DICO 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml