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 402 - Racconto filosofico

 

Una gita in montagna

 

La distesa di neve vergine del Colle del Colombardo cede sotto i miei piedi, ancora abbastanza ghiacciata dal rigelo notturno e dall’azione del vento, che negli spazi aperti del Colle è sempre più accentuata. Il panorama è superbo, considerato anche che ci si trova a soli 1.900 metri, l’occhio si muove dalla guglia del Monviso ai ghiacciai del Rosa.

 

Mille anni fa

Il deserto d’alta quota, una volta smesso di camminare, fa precipitare in una condizione di rumore primordiale: solo la voce del vento ha parola. Anche il paesaggio affiora intatto da un mondo remoto. Guardando in direzione del Gran Paradiso non scorgo alcun visibile segno umano, e penso che quel che vedo io in questo momento avrebbe potuto vederlo identico un uomo di mille anni fa nel percorrere questa antica via di passaggio tra la Val di Susa e la Val di Viù. Questa percezione, forse più ancora che il trovarmi di fronte a monumenti e utensili sopravvissuti ai secoli o il leggere pagine scritte da migliaia di anni, costituisce per me l’esperienza principale che favorisce l’immedesimazione con gli uomini che furono, e magari con quelli che saranno. L’immedesimazione non potrà mai essere completa e assoluta, è inutile precisarlo, ma, se la si sa ricercare, concede di avvertire la continuità al di là del tempo e dei modi particolari nei quali casualmente ci siamo trovati a essere. Si tratta di pensieri che incontro abitualmente, ma ogni volta ne scaturisce una piccola vertigine accompagnata da un’insinuante malinconia.

L’io è una costruzione così forte e, al tempo stesso, così labile. Nel contornare questa labilità il legame con le vite degli altri è destinato ad affiorare, oltre la distanza assoluta della morte, oltre gli abissi delle differenze culturali e la materialità della vita. Trovarsi nella pelle degli altri, guardare le cose dalla prospettiva di altri, relativizzare le abitudini della nostra identità può assumere la veste di un esercizio spirituale, non limitarsi alla suggestione di un istante. E non vale solo per la “forma” umana: potrei trovarmi a essere io quel gallo forcello che, appena sotto il Colle, si è alzato, un po’ goffamente, in volo al mio passaggio, e lui me. L’animismo non è uno stadio infantile e superato dell’evoluzione dell’umanità, lasciamolo credere a chi non sa pensare la conoscenza altrimenti che nella figura di un progresso lineare.

La temperatura si alza, sulla via del ritorno la neve è assai più cedevole. Dai piedi si passa all’auto e all’asfalto, si ritorna ai segni che contraddistinguono la nostra epoca. Due o tre chilometri oltre Viù le macchine e le moto rallentano sino a ricompattarsi in una coda. C’è stato un incidente. Un grave incidente.

 

Un corpo steso sull’asfalto

I carabinieri fanno defluire con passaggio alternato, prima una corsia poi l’altra. La coda ora si muove, un passo alla volta. Sulla destra compaiono un auto ribaltata sul fianco e una moto a terra. Poco più in là un corpo è steso sull’asfalto, sotto il lenzuolo che lo ricopre si intuisce una tuta da motociclista. La carreggiata è stretta, le macchine circumnavigano lentamente quell’uomo senza vita, quasi sfiorandolo. Mentre gli passo accanto e scorgo il tondo senza capelli della sua testa penso che le persone della sua famiglia (una moglie e due figli, scoprirò il giorno seguente leggendo un articolo sull’incidente) forse ancora non sanno quel che è successo, sono magari impegnate in faccende ordinarie, dentro a una giornata simile a mille altre, ignare del fatto che la loro vita è già cambiata, sottoposta a una devastazione di cui da lì a poco avranno notizia. In questo spazio vuoto che separa quel che di esiziale è già avvenuto dalla conoscenza che ne avremo mi paiono quasi addensarsi, nel rapido istante in cui fisso quel corpo immobile, tutte le possibili minacce del mondo.

Questo accade sempre, ripetutamente, esistenze strappate in pochi secondi fanno da contrappunto ad altre segnate da interminabili agonie. Quella continuità della vita che poco prima tra la neve mi è parso quasi di toccare è fondata in primo luogo su questo ininterrotto tributo di vite, di dolore a volte inaudito. Un’osservazione elementare, un’ovvietà. Anche se un’ovvietà sulla quale non si può posare troppo a lungo lo sguardo. In ogni caso nessun benintenzionato teologo, nessun mistico orientale potranno mai convincermi che si possa guardare a tutto questo con animo pacificato.

 

Massimiliano Fortuna

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