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 403 - Dialogo interiore / 3

 

Per nascita, siamo degni

Gandhi diceva che non può essere nonviolento chi non crede in Dio. Quindi si poneva in quella morale tutta oggettivistica, esterna, non costruita storicamente dall'uomo, negata da certo pensiero morale contemporaneo?

Traduciamo questo pensiero di Gandhi. Per lui «Dio» significava l'unità profonda di tutti gli esseri. Diceva che non si può essere nonviolenti se non si coglie e non si rispetta la sacralità inviolabile di tutto ciò che è, almeno di tutto ciò che vive. Poi sappiamo che Gandhi non era un assolutista: riconosceva il caso sciagurato in cui per evitare un male peggiore può essere doveroso, fino ad uccidere, fare un male più limitato. Muller corregge Gandhi: non si tratta di un dovere, ma di una tragica necessità: «la necessità di uccidere non sopprime affatto il comandamento di non uccidere».

Allora, l'unità tra noi, impegnativa e obbligante, vera difesa e vera sicurezza, è riconosciuta come un “principio” che precede e regola le nostre azioni, oppure è “costruita” nel nostro progressivo civilizzarci, nel farci “cittadini” gli uni degli altri? Un altro autore citato da Fortuna è Rorty, secondo il quale «l’obiettivo primario della solidarietà fra uomini – il non infliggersi vicendevolmente dolore – non può sperare di fondarsi su un “dover essere” intrinseco a una supposta essenza umana, ma semmai su un consenso intersoggettivo che si crea nel “gioco” delle circostanze storiche».

Intanto, possiamo osservare che farci concittadini pacifici è già un bel passo, è il passo degli stati democratici (in quanto sono anche eticamente universalisti, e non negano al di fuori dei confini i diritti umani che affermano all'interno), eppure è qualcosa di meno del riconoscerci «membra gli uni degli altri» in tutta intera la famiglia umana (come insiste l'antica sapienza richiamata dalla Pacem in terris). La democrazia nonviolenta non si limita al «decidere contando le teste invece di tagliarle»: è molto di più! Ora, se la regola del non offenderci è tutta e solamente “costruita” dobbiamo temere che possa essere allo stesso modo “decostruita”, smontata, distrutta! Una democrazia, relativamente buona, come la Repubblica di Weimar, si suicidò con l'uso forzato degli stessi mezzi democratici, e distrusse il patto di cittadinanza “costruendo” l'ideologia delle due specie: i super-uomini e i sotto-uomini, la razza con diritto e la razza senza diritto. Contro questa ideologia della «costruzione etica limitata e selettiva» reagì, dopo il 1945, la stagione storica dei «diritti umani», non costruiti, ma riconosciuti e affermati come spettanti a tutti per nascita, cioè per natura: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» (Dichiarazione Universale dei diritti umani, 1948).

Allora, una buona volta, perché non possiamo farci del male?

Perché, direi, entriamo nell'esistenza con una finalità identificata con l'esistenza stessa, non ad essa sovrapposta: esistiamo col fine di favorire in tutti i suoi valori e sviluppi ciascuno l'esistenza dell'altro, degli altri. Siamo «autentici» tanto quanto cerchiamo e perseguiamo questo scopo. Così direi io.

Albert Schweitzer sintetizzava l'etica nel «rispetto per la vita» (venerazione, nell'originale tedesco).

Mi pare poco intelligente l'obiezione di Christoph Türcke, che sono vita anche quei batteri patogeni all’annientamento dei quali Schweitzer ha dedicato gran parte della sua esistenza. La difesa di una vita umana a più ricche dimensioni può dovere, per necessità, eliminare altre vite: è il problema (comunque non tranquillo) già visto in Gandhi.

Perché dici poco intelligente?

L'intelligenza grande è sapienza: è assai più che analisi, argomentazione, dimostrazione. Questo è lavoro minuto e prezioso dell'intelletto (che rischia di “trapanare” la realtà, ridurla a concetto univoco, più che abbracciarla e lasciarsi abbracciare, dice Panikkar), ma l'intelligenza legge intimamente la realtà plurale quando si fa sapienza, quando raccoglie tesori essenziali, riconducibili a un nucleo di luce, da tutto il pensiero, da tutta l'intuizione umana, e da tutte le attese e le domande umane. Ho visto da ultimo un maestro di questa «sapienza alunna di sapienze», in Pier Cesare Bori, dopo gli altri più noti sapienti della storia umana.

 Perché, dunque, chiediamocelo sempre di nuovo, perché non posso fare il male, e neppure restituire male per male?

Arriverei a questa che mi pare una traccia verso una possibile risposta: perché siamo costituiti dal Bene per il Bene. Lo scrivo maiuscolo perché è il barlume di ciò che non sappiamo dire, ma possiamo cogliere come qualità, tensione, compimento essenziale e profetico dell'esistenza. Noi, più che pensarlo, respiriamo il Bene, senza il quale soffocheremmo rapidamente. E lo respiriamo anche solo come ricerca e desiderio costitutivo, nonostante tutte le cadute, le contraddizioni, le smentite, le falsità, i tradimenti, le malvagità che ci sono nel mondo e di cui tutti portiamo qualche responsabilità.

Appunto: il male. Il male non inficia questa prospettiva dell'essere nati dal Bene per il Bene?

Il male è la grande domanda, legata a quella postaci qui, su cui ci stiamo arrabattando. Supponendo che io abbia un po' capito perché non posso farti del male, rimane il male oggettivo: quello (come insisteva Bobbio) patito da Giobbe il giusto, non quello compiuto da Caino fratricida per invidia; quello della natura, non quello fatto da noi. Tutta la fatica umana, di mente e di vita, non riuscirà a rispondere alla domanda sul male. Forse una giusta strategia, nel vivere e nel pensare, è non farsi risucchiare nelle sue spire, sia pratiche sia teoriche. Non opporsi al male col male, non entrare nel suo gioco: in questo senso il «non resistere al malvagio (o al male)» era per Tolstoj il cuore del vangelo. Non bloccare il pensiero su questa domanda, ma aggirarla come un nemico da vincere con l'astuzia: capire il male senza capirlo; scavalcarlo col patirlo senza accettarlo; non subirlo ma non combatterlo a modo suo; resistergli con un altro linguaggio di lotta che lui non sa capire. Questa è, appunto, la lotta e la forza della nonviolenza, come pensiero e come azione. E intanto, nella vita vissuta, mettere bene dove c'è male. Seppellire il male nella misericordia e nel perdono, anche politico. Non solo non posso farti del male, ma devo, quanto mi è possibile, darti bene senza attendere restituzione. Più che capirlo, il male è da vincere col bene. Il bene è favorire e sostenere la tua libera vita, la libera vita di tutti. Qui comincio a intravvedere perché non posso farti del male, anche quando mi sarebbe possibile e utile: la ragione è che sono occupato a fare il tuo bene, che è pure il mio, e tu altrettanto a me, che è pure il tuo bene.

Enrico Peyretti

 

Le precedenti due puntate della serie sono state pubblicate sui numeri 401 e 402 della rivista.

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