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 338 - gennaio 2007

 Sul caso Welby, dato per acquisito tutto quel che di giusto e sacrosanto è già stato scritto, potremmo sottolineare la necessità di una maggior chiarezza sia nella legislazione italiana che nella teologia morale cattolica. Per quanto concerne il diritto, a nostro parere non c’è bisogno di una legge nuova, ma solo di un aggiornamento, o meglio di una chiarificazione esplicita di quanto già si trova, spesso a livello implicito, nelle leggi: da qui il timore di molti medici di incorrere in sanzioni; sarebbe quindi auspicabile un’interpretazione autorevole, chiarificatrice, esplicita e univoca da parte degli organi preposti (cassazione? corte costituzionale...?). Per quanto riguarda invece la teologia morale, essa, pur rifiutando l’eutanasia attiva, ha sempre sostenuto il principio del doppio effetto: è legittimo cioè perseguire un fine buono, voluto e intenzionale, anche se ci può essere un effetto collaterale secondario negativo, non voluto ma a volte molto pesante (è il principio per cui continuiamo ad andare in macchina, nonostante i numeri spaventosi di morti e di feriti). Si può quindi sedare per togliere il dolore, anche se le dosi possono causare o accelerare la morte; ora, pur considerando quest’ultima lecita, anche se si fa qualcosa, stranamente la teologia morale cattolica non ha mai preso una posizione chiara ed esplicita sull’eutanasia passiva in cui ci si astiene solo: si è espressa forse contro l’accanimento terapeutico, ma ha mostrato reticenza sull’astenersi dalle cure, soprattutto quelle moderne super-tecnologiche (forse perché vige il terrore della parola «eutanasia», anche se passiva). Il rifiuto delle cure infatti non è sinonimo del rifiuto dell’accanimento terapeutico (come invece tende a fare il ministro della sanità, tutta concentrata solo sull’accanimento terapeutico e la sua definizione): ricordiamo il caso della donna ligure che ha rifiutato l’amputazione della gamba (piede) in cancrena; l’eventuale amputazione non sarebbe stato accanimento, ma solo terapia (anche se nettamente invasiva), mentre nel caso di Welby, oltre al legittimo rifiuto di curarsi, è in gioco anche l’accanimento terapeutico. Senza tale ricorso alle tecniche moderne (ventilatorie ma non solo), come succedeva mezzo secolo fa, la persona sarebbe morta già da tempo, lasciando fare, come si suol dire, alla natura. Ma, in modo contraddittorio, da una parte si proclama il tramonto naturale (Benedetto XVI, secondo cui bisogna assecondare la natura evitando appunto di «anticipare» intenzionalmente la morte), poi dall’altra lo si rifiuta costringendo all’uso delle tecnologie moderne per salvaguardare o ripristinare un presunto ordine naturale… fra l’altro non voluto dal paziente. Questo si configura come paternalismo medico, in auge nelle epoche passate autoritarie, in cui la funzione medica era sacerdotalizzata; e non vale invocare il giuramento di Ippocrate, proprio perché tale giuramento è paternalistico, in netto contrasto col principio moderno di autonomia, auto-determinazione, e consenso informato. Si invoca una cosa, il tramonto naturale, che fra l’altro non esiste più, oltre a risultare di fatto un misconoscimento se non una «offesa» al sapere e alla prassi medica. Per quanto poi concerne il rifiuto del funerale religioso, non vogliamo ripetere quanto di bello e di giusto è già stato scritto da molti, soprattutto sul primato della carità nei confronti della verità. Detto ancor meglio, sono «fede» sia la carità che la verità, o come si diceva una volta la fides qua (sott. creditur), ossia la fede con cui si crede (l’atteggiamento/dimensione personale e affettivo del credere che si esplica attraverso la caritas, l’amore a Dio e al prossimo) e la fides quae (creditur), la fede che si crede, vale a dire le verità credute, ma quelle profonde, costitutive del cristianesimo, diciamo pure le verità dogmatiche in senso positivo. Nel caso di Welby però abbiamo sì da una parte la fede-religione umanitaria, ma dall’altra non si tratta di una verità centrale del «credo», bensì solo di una presunta verità dogmatica, perché la dottrina catechistica proclamata è quanto di più vecchio, obsoleto e superato vi possa essere. Non esiste un’ora del morire/morte decisa da Dio, un procedimento che verrebbe trasmesso e messo in pratica dalla natura tramite un presunto tramonto naturale. Si venera così la dea natura, come nel caso dell’enciclica Humanae vitae (proibizione della contraccezione artificiale perché altererebbe i processi naturali). Ma Dio non coincide con la natura (a volte maligna), e, pur rivelandosi in essa, neppure con la storia (il famigerato «Non si muove foglia che Dio non voglia», in cui praticamente tutto l’accaduto veniva retroattivamente interpretato come volontà di Dio, o come sua permissione: in particolare, per quel che qui ci riguarda, la disgrazia, la malattia e la morte). Ci sarebbe anche da discutere sul «diritto al suicidio» (nel senso di moralmente lecito), inteso come un lucido por fine alla propria vita perché priva di senso, senza necessariamente essere in uno stadio terminale; ma anche senza arrivare a questi estremi, esiste il sacrosanto diritto di non curarsi, accelerando così di fatto il processo del morire. Quello di Welby non è propriamente un suicidio classico, ma la giusta decisione autonoma di voler morire in pace dopo 40 anni di tribolazioni (in ogni caso è meno grave del suicidio). Opposta è invece la valutazione del vicariato di Roma, che ha sì distinto tale decisione dal suicidio, ma considerandola più grave in quanto sono riscontrabili in essa quella piena avvertenza e quel deliberato consenso che invece non è dato riconoscere pienamente nel suicidio che ti travolge (quello non «lucido»). In altre parole, si tratta dell’antipaternalistico diritto moderno di autonomia, che rifiuta giustamente un disegno divino autoritario sulla nostra vita e la nostra morte, come non c’è stata una decisione divina specifica per la nostra nascita (non è stato stabilito da Dio che Mario Rossi sia nato ad es. il 10 maggio del 1960). Ma tutte le creature che vengono al mondo sono accolte e amate da Dio; e ciò costituisce un ultimo baluardo contro l’eventuale «soppressione» dei gravemente handicappati, di esseri umani le cui caratteristiche umane sembrano ridotte al lumicino, pressoché irriconoscibili. Questa (l’essere amato da Dio) è una delle motivazioni portanti, se non l’unica, al prendersi cura di loro (nella scia del «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», che ama tutti, compresi i nemici, i cattivi e gli ingiusti, e in particolare gli ultimi e i più deboli).  Naturalmente il prendersi cura e l’aver cura può arrivare, in condizioni estreme e come gesto d’amore che imita il Padre celeste, a lasciar morire o ad accelerare il processo del morire per non prolungare una tremenda agonia.


 

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