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 404 - SOFFRIRE IN SOLITUDINE

 

BEATI GLI ESCLUSI, PERCHÉ SARANNO GLI INVITATI

 

«È infinitamente più facile soffrire comunitariamente che in solitudine» (Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline 1989, p. 71). La fortissima dichiarazione di Bonhoeffer ci costringe a una profonda riflessione partendo dalla Scrittura per portarci al mondo d’oggi coinvolgendoci nell’intimo del nostro essere.

 

Disabili scartati e reintegrati

«Il lebbroso… andrà gridando: Immondo! Immondo!… È immondo, se ne starà solo» (Levitico 13,45-46). Gesù tocca e guarisce il lebbroso (Marco 1,40-45), reinserendolo nella società.

Ancora più significativa è la guarigione dei cosiddetti indemoniati (Marco 1, 21-28; 5, 1-20), non solo emarginati ma anche messi in catene. In alcuni episodi si attribuisce all’azione di spiriti immondi la causa di svariate malattie e invalidità: mutismo (Matteo 9,32); cecità e mutismo (Matteo 12,22); epilessia (Marco 9,17ss); deformità (la donna curva in Luca 13,10-13). Anche la febbre (invalidante solo temporaneamente) viene da Gesù guarita come fosse uno spirito: «intimò alla febbre» (Luca 4,39). In un caso la liberazione dal demonio avviene a distanza, grazie alla «parola» non di Gesù ma della madre pagana (Marco 7,24-30).

Lo scopo di quello che la Scrittura chiama «demonio, Satana, serpente» è la frammentazione del genere umano fino all’isolamento di ogni individuo (Genesi 3; 4; 11). Ma Gesù vede «Satana cadere dal cielo come la folgore» (Luca 10,18) e il segno della sua messianicità, annunciato ai discepoli del Battista, è proprio la liberazione da tutto quello che condanna l’uomo all’esclusione, alla solitudine sociale: malattie, pregiudizi, povertà. «I ciechi vedono, gli storpi camminano…» (Matteo 11,5).

Certamente, in alcuni casi, il malato viene aiutato. Tipico il paralitico di Cafarnao. Ma spesso il perbenismo religioso ostacola l’opera di Gesù. Si direbbe che il grande ostacolo che Gesù incontra non sia la malattia in sé o l’opera di un gruppo di “sfruttatori”. Il “nemico” è la mentalità corrente, guidata da pregiudizi e dalla paura del “diverso”. Questo si verifica anche in casi di emarginazione non legata a malattie: i peccatori, le prostitute, gli impopolari esattori delle tasse, Zaccheo.

Interessante e, direi, “moderna” (aiutare ad aiutarsi) è l’integrazione del Vangelo degli Ebrei, citata da Girolamo (In mat. 90), circa la guarigione dell’uomo dalla mano secca (Matteo 12,9-14). L’uomo era «un muratore che si guadagnava da vivere con le proprie mani» e prega Gesù di impedire che fosse costretto «a mendicare il pane con disonore».

In Luca 14 abbiamo dapprima un appello: «quando offri un pranzo o una cena non invitare i tuoi amici… ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi» (12-14). Segue la famosa parabola della grande festa (16-24). Al rifiuto dei primi invitati, il padrone si rivolge agli esclusi «poveri, storpi, ciechi e zoppi». L’entrata dei primi esclusi produce una “moltiplicazione di posti”: c’è ancora posto per gli esclusi più esclusi: «esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare». Purtroppo quello che è una “dolce violenza” per vincere la naturale meraviglia e ritrosia di chi non sa neppure cosa sia un invito, si trasforma in un’ulteriore feroce e subdola forma di esclusione, grazie alla perversione degli esegeti. Le strade e le siepi diventano “eresie e scismi” e la chiesa ha il dovere di costringerli ad entrare nell’ortodossia (Agostino, De correctione Donatistarum).

 

La solitudine del profeta

Gli esempi suddetti si riferiscono a persone emarginate a causa di malattie e di pregiudizi, indipendenti dalla loro volontà. Tuttavia ci sono anche coloro la cui solitudine è conseguenza di una loro scelta, o meglio di una chiamata da parte di Dio.

Consideriamo le beatitudini. In una serie, l’accento viene normalmente posto sul termine che sta alla fine e come al vertice della enumerazione; è là che possiamo attenderci di trovare l’intenzione espressa nel modo più chiaro. Matteo e Luca tendono perciò a interpretare le beatitudini precedenti a partire dall’ultima: «Beati voi quando vi insulteranno… per causa mia… Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Matteo 5,11-12, Luca 6,22-23). Ai loro occhi i poveri e gli afflitti sono probabilmente i cristiani perseguitati a motivo della loro fede (Dupont, Le beatitudini, Paoline 1992, vol. II, p. 121). Il credente è per il mondo un “corpo estraneo”: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Giovanni 15,19). Il riferimento ai «profeti prima di voi» è illuminante: «Il profeta è esperto in solitudine, in disprezzo, in martirio. Il rifiuto è il suo destino» (comunità di Bose); «Spinto dalla tua mano sedevo solitario» (Geremia 15,17).

Secondo Bonhoeffer (Sequela, Queriniana 1975, pp. 67, 68, 76, 83), «il discepolo è discepolo solo se patisce e viene respinto» come il suo Signore. Ma «patire ed essere respinti non è lo stesso. Gesù anche nella sua passione poteva essere il Cristo festeggiato. La passione poteva essere ancora causa di profonda compassione e ammirazione da parte del mondo. La passione nella sua tragicità potrebbe ancora avere un valore intrinseco, una gloria e dignità intrinseche. Ma Gesù è il Cristo respinto nella passione. Il fatto di essere respinto toglie alla passione ogni dignità e gloria. Deve essere una passione infame… La chiamata di Gesù fa del discepolo un uomo isolato. È Cristo a isolare colui che egli chiama. Sgomentato da questo isolamento l’uomo cerca protezione presso gli uomini e le cose attorno a lui… Ma né padre né madre, né coniuge né figlio, né nazione né storia lo possono proteggere. Cristo vuole che l’uomo sia isolato, non deve vedere nessuno tranne colui che lo ha chiamato». Ma il destino del singolo non è senza via d’uscita. C’è un modo nuovo di essere in comunione. «Ognuno entra come singolo al seguito di Gesù, ma nessuno resta isolato seguendo Gesù. Chi ha abbandonato il padre per amore di Gesù trova sicuramente un altro padre, trova fratelli e sorelle, per lui sono pronti persino campi e case». Ma quello che ritrova, «lo possiede tramite il mediatore; ciò, però, vuol dire “insieme a persecuzione”».

Secondo Lohfink (Per chi vale il discorso della montagna?, Queriniana 1990, pp. 38, 54, 57), «per gli individui isolati il discorso dalla montagna è, in ultima analisi, inattuabile. Lo stesso dicasi per l’umanità nel suo complesso. Attuabile lo è in una chiesa che si mette sulla via della sequela come popolo di Dio, che crede nel Regno di Dio… Gesù pretende dai suoi discepoli un modello di comportamento completamente diverso da quello che è normale nella società. Ciò significa che egli richiede una contro-società o, forse meglio, una società alternativa… Se fosse così, con la pura e semplice esistenza di queste comunità, il mondo cambierebbe e la chiesa diverrebbe città sul monte e luce del mondo». Ma l’autore si domanda (provocatoriamente?): «Le comunità che abbiamo oggi sono veramente comunità nel senso di Gesù? Sono veramente una società alternativa, in cui può risplendere l’affascinante alterità del Regno di Dio?».

 

A quando l’invito?

Per quale motivo, secondo quel che afferma Bonhoeffer, è infinitamente più facile soffrire comunitariamente che in solitudine? Quando si soffre “insieme”, se ne parla, ci si incoraggia, ci si consola. Banalmente, «mal comune, mezzo gaudio». Il «lo dicono tutti» è rassicurante, che sia vero o falso. Certi timori e certe speranze sono ben radicate nel nostro inconscio collettivo, il quale, proprio in quanto collettivo, ci accomuna. Questo anche quando timori e speranze hanno la loro radice in tipi di rapporti umani che non ci appartengono più. Inoltre (ed è questo il fattore più importante) se un problema è sentito e dibattuto tra molte persone, tanto più ci si può organizzare, protestare, far valere i propri diritti. È infatti impensabile un corteo, un sindacato, un movimento, un partito composto da persone sole, da lebbrosi, da malati di mente, da disabili, da mendicanti, da donne curve e con perdite di sangue.

Così Bonhoeffer prosegue: «È infinitamente più facile soffrire nel corpo che nello spirito». E’ naturale, è relativamente facile, parlare delle malattie del corpo, anche se spesso l’ascoltatore non ha nessun consiglio da impartire. Delle patologie della mente è meglio tacere. Noi, figli dell’illuminismo, esitiamo a parlare di qualcosa che mal si presta ad analisi più o meno scientifiche. Nutriamo un malcelato timore di fronte a punti oscuri che scopriamo non solo nel prossimo, ma anche nell’intimo della nostra psiche. Non per nulla le malattie mentali erano vissute ai tempi di Gesù come opera del demonio, qualcosa di inquietante e inspiegabile.

«È infinitamente più facile soffrire pubblicamente e ricevendone onore, che appartati e nella vergogna». L’opinione corrente distribuisce, secondo i suoi criteri, titoli di «eroe, martire» e di «malfamato, indesiderabile». L’etichetta applicata condiziona, spesso in modo decisivo, la percezione soggettiva della sofferenza.

Le considerazioni del teologo protestante (morto da eroe!) mettono in crisi una certa concezione di «ingiustizia sociale» fondata su differenze di classe, tra chi ha il potere economico, politico e militare e chi ne è privo. Per millenni la storia è stata vista come «storia di lotte di classi». Senza negare questa affermazione, occorre battere anche altre strade per andare alla radice di tutte le ingiustizie e le sofferenze umane.

Ma, se è difficile combattere contro le ingiustizie economiche e sociali, sarà mai possibile cancellare le differenze stridenti che fanno sì che ci sia chi soffre da isolato e chi soffre molto meno in quanto sostenuto da una moltitudine di persone pronte a solidarizzare con lui? Le chiese, le comunità cristiane sono la «società alternativa» che esercita su tutti un fascino tale da produrre un cambiamento radicale del mondo? E se l’esperienza delle chiese istituzionali ci porta a sorridere amaramente, non più incoraggianti risultano le esperienze di gruppetti di sedicenti santi, illusi di potere essere germi di un mondo nuovo.

Eppure le chiese dovrebbero offrire al mondo l’immagine gioiosa di un grande banchetto. A quella festa gli invitati d’onore saranno «poveri, storpi, zoppi, ciechi», persone sole, pietre scartate, personaggi malfamati, malati di mente… Nessuno potrà mai più «soffrire in solitudine», in quanto tutto sarà condiviso, anche la sofferenza. La sofferenza solidale costituirà per tutti il rasserenante sollievo di avere reso ogni dolore «infinitamente più facile» da sopportare. Ma quando?

 

Dario Oitana

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