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 405 - BREVI AVVERTENZE PER EVITARE INCIDENTI DI DISCORSO

 

«Sono convinto» non significa «Taci»

 

 

Capita di avere discussioni in cui si finisce a riaffermare il proprio punto di vista, al punto che qualcuno sbotta: «Mai un dubbio?». Capita anche in redazione, sia quella settimanale in carne e ossa sia nel vorticoso giro di mail tra noi redattori. Di qui la riflessione quasi “lirica” di Peyretti: essere persuasi della bontà dei propri convincimenti non significa, o non dovrebbe significare, rifiutare di porsi in gioco in un vero dialogo. Il dialogo non presuppone l’esistenza di tabulae rasae. (a. r.)

 

 

Ora ci si intende, ora si fraintende. Il discorso è un percorso da una bocca a due orecchie e una mente, e ritorno. Come in ogni percorso, nel discorso possono avvenire incidenti.

 

Quando abbiamo opinioni differenti, ciascuno degli interlocutori può dire: 1) non condivido, ma riconosco; 2) non condivido e non riconosco; 3) affermo altro da te, senza disconoscere il tuo. Intendiamoci su quale è, tra queste, la differenza tra le nostre opinioni. Il primo caso è un incontro nella differenza, il secondo è uno scontro tra incompatibilità, il terzo è un non-incontro tra linee parallele.

 

Bisognerà reimparare (maestro è Panikkar, specialmente La torre di Babele. Pace e pluralismo, 1990) che la struttura intima della realtà è armonia: non unità, ma armonia; non unità, né dualismo, ma pluralismo. Il quale è la serietà, la difficoltà, il valore delle differenze. Come restituire al cosmo plurale l'armonia perduta? Cominciare da se stessi, interiormente, poi con opere e rimedi pratici nelle relazioni esterne, anzitutto col disarmo culturale: «Disarmare la ragione armata».

 

In questo apprendimento dialogico, sostengo che avere una convinzione non significa fissare una conclusione.

Essere “con-vinto” vuol dire: ciò che dico “mi vince” in quanto mi appare vero; solo la verità vince-convince, senza distruggere né offendere. La “vittoria” della verità è associativa, unitiva, armonica, olistica, non separativa, non dominativa e distruttiva come le nostre vittorie di una “parte” sull'altra.

Posso affermare una convinzione con passione e calore, come ciò che vale e appassiona, ma non pretendo che sia tutta la verità, l'unica verità. Non si tratta di “avere” ragione, ma di seguire la ragione-facoltà verso la ragione-essenza.

Perciò una convinzione non è una con-clusione (cioè una chiusura: il discorso è chiuso; Roma locuta, causa soluta). «Sono convinto» non significa «Taci».

Non esiste l'ultima parola (Qohelet 1,8). È sempre possibile o necessaria un'altra parola, pur col rischio delle troppe parole (avvertimento evangelico, Matteo 6,7 e del saggio Qohelet 5,2; 6,11).

Questo vedo vero, ma non chiudo qui il cammino nella verità. E anche questo punto del cammino può ben aver bisogno di modifiche, ripensamenti. Delle sue convinzioni più profonde Michele Do diceva che erano per lui «dubitose irrinunciabili chiarezze»: chiarezze, non certezze, non fissate, eppure da non perdere. C'è un dubbio demolitore, e c'è un dubbio indagatore, esploratore di nuovo cammino.

 

La verità esiste. Niente lo dimostra, ma lo suggerisce il fatto che niente ci basta. Come la felicità, come il bene, come la santità: poiché non li raggiungo mai, essi sono là. È molto reale ciò che si fa desiderare, più di ciò che si lascia possedere. Il desiderio inesauribile indica la pienezza della realtà, che nell'esperienza è sempre limitata. Sarebbe arbitrario e non intelligente limitare la realtà all'esperienza.

Esiste il bene. Se io ti distruggo, questo non è bene, questa non è verità, questo è male. Il male c'è perché c'è la verità. Il male è male perché abbiamo il criterio del bene-verità. Altrimenti nulla sarebbe male: neppure romperti il muso, neppure negarti la vita. Noi nasciamo nella memoria del bene-verità, come e più che da nostra madre, anch'essa figlia. Il male, il dolore, l'offesa, indicano dal rovescio la verità. Perciò sono i poveri, non i sapientoni, i primi che la conoscono.

La verità esiste, perciò tendiamo ad essa. Esiste anche quando ne siamo traditori, o rinunciatari. Non dipende dal nostro sapere, vedere, afferrare, dire, dimostrare, fare. «Io so di non sapere». La verità è ciò che non sappiamo, perciò la cerchiamo. Il cercare verità è verità.

 

Meglio che convinto mi dico (con Capitini) «per-suaso», cioè soavemente condotto; non forzo la verità che vedo e dico; non forzo te a consentire; non forzo me ad affermare; ma seguo ciò che si mostra e intimamente tocca, con mitezza. (Tutt'altra cosa è il “persuasore occulto”, la pubblicità, o il demagogo, l'imbonitore, perché in questi la “soavità” è strumento per ingannare dolcemente). Mitezza è «lasciare essere l'altro quello che è» (Mazzantini citato da Bobbio in Elogio della mitezza). Ciò che mitemente mi persuade mi fa diventare me stesso, mi dà la verità di me.

 

Perciò non gradisco che tu mi intenda come apodittico perché dico ciò che vedo, che mi per-suade: ciò che vedo è qualcosa che posso e devo sempre proseguire, sviluppare e correggere. Apodittico (oggi si dice integralista, assolutista) è l'accusa che si fa a chi afferma qualcosa che lo convince-persuade. L'accusa è giusta quando l'affermazione è un cortocircuito di sicurezza, una con-clusione per paura di guardare oltre. Ma non è giusta accusa se chi afferma sta nel dis-corso, nello scambio vicendevole (dialogo inter e dialogo intra).

 

Un pensiero intelligente non è conclusivo (alla lettera, “inconcludente” non è un difetto); ma neppure è necessariamente scettico-sospensivo. Intelligente è un pensiero immaginante: suppone sempre altro da e oltre ciò che vede e che sa: è finestra aperta e non quadro chiuso. La possibilità è più grande della realtà. La realtà è più grande della mia conoscenza. Ma tutta la realtà è più piccola della possibilità. «Bisogna dire le cose premature. Essere realisti è essere creativi» (Johan Galtung).

È intelligente il pensiero desiderante: solo aspirando oltre, vedi e vai oltre. (Ciò valga contro il dogma bloccante micro-realista). Essere nella realtà è bene, è vita, stare fermi nella realtà è morte. Perciò il pensiero utopico (accusato dai micro-realisti di fuga nel vuoto) vivifica la realtà, genera realtà.

È intelligente il pensiero sperimentale: proviamo a vedere dove ci porta questa interpretazione delle cose: se regge alla prova, se l'esperienza la conferma, se le conseguenze sono accettabili, cioè se danno bene alla vita, a noi, a tutti.

È intelligente il pensiero esplorativo, migratore: intuizione, intuire (andare dentro) e non solo intelletto, leggere guardando dentro. Andare è amare, più che conoscere. Filosofia e sapienza procedono nell'amare (ancora maestro Panikkar). L'intelletto è un gradino sotto il desiderio, la ricerca, l'amore.

Se nella tua scheda personale trovi scritto «intellettuale», sentiti onorato meno che se trovassi «intelligente ricercatore».

 

Queste non sono “regole” di un'unica logica (la logica non è unica: quella del partecipare non è quella del vincere; quella qualitativa non è quella quantitativa, eccetera), ma sono piccole avvertenze utili sempre per evitare “incidenti di discorso” che avvengono anche sui monitor dei nostri computer nei mail-dibattiti quasi continui entro il nostro gruppo redazionale.

Con un pensiero meno definitorio e più immaginativo (saranno tuttavia leciti punti di sosta, dove sedere un momento, fin quando si può proseguire), riesci a intendere di più, a fraintendere di meno (che è includere il senso dell'altro nel tuo senso), ad andare (domani, se non oggi) oltre la prima interpretazione.

 

Voglio elogiare il pensiero approssimativo, più della pretesa esattezza esauriente: ahinoi, se siamo esatti, siamo finiti, non c'è un prossimo passo, non c'è più da avvicinare nulla. Approssimative sono queste note – esattamente! − o appunti frammentari, non un “sistema”. Approssimativo è ogni “dis-corso”, che non è l'oratio dell'oratore: da os, oris, prodotto di una bocca, non di due bocche, quattro orecchie e due menti, come è invece la “con-versazione”, cioè il “venirsi incontro” l'un l'altro.

«Lontano è il reale, ed estremamente profondo. Nessuno ne verrà a capo», ci dice ancora Qohelet 7,24. Dunque (un dunque ben provvisorio, poiché Pascal ammonisce, vista una verità, di ricordarci della verità opposta), citeremo ancora, senza perdere di vista la fantasia, un altro richiamo di Qohelet: «Meglio vedere con gli occhi che vagare con la fantasia, il che è vanità, e occupazione senza scopo» (6,9). Facciamo così: vediamo con gli occhi, e anche vaghiamo con la fantasia. Sono le due gambe della conoscenza: sempre una gamba deve superare l'altra, per camminare.

Enrico Peyretti

 

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