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 407 - Il discorso della montagna / 2

 

«È STATO DETTO, MA IO VI DICO…»

 

 

In Matteo 5,21-48 abbiamo le cosiddette antitesi: «È stato detto… Ma io vi dico…».

Probabilmente le parole di Gesù non si devono intendere come una contraddizione rispetto alla vivente torà giudaica. Anzi si inscrivono in questa vitalità della torà. I comandamenti biblici si mutano in torà vivente e divengono, nel regno di Dio, l’incondizionata volontà di Dio.

 

Liberaci dall’omicidio quotidiano

Anche altri maestri giudaici avevano detto qualcosa di simile a quanto detto da Gesù. L’elemento nuovo delle antitesi è l’amore. La serie delle antitesi è incorniciata dal comandamento dell’amore, dell’amore per il nemico (25; 44) e culmina con tèleios: perfetto, completo, parola chiave che dà senso a quanto precede: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (48).

«Non uccidere… Chiunque si adira (orghizòmenos) con il proprio fratello…». Ma in che cosa consiste questa ira equivalente all’omicidio? Gesù stesso (Marco 3,5) guarda con ira (met’orghès) i farisei. «Adiratevi (orghìzesthe), ma non peccate. Il sole non tramonti sopra la vostra ira», consiglia la lettera agli efesini (4, 26). Quando allora l’ira è peccato, omicidio?

Potremmo dire: quando è espressione di odio. «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (I Giovanni 3,15). Vogliamo che il fratello sia colpito, ferito, distrutto nella sua esistenza esteriore e interiore: questo è omicidio. Se non mettiamo in pratica questa intenzione di morte è solo perché, egoisticamente e vilmente, ne temiamo le conseguenze sociali. Le guerre (e le pulizie etniche) sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, come se non fosse un uomo. Solo allora è possibile ucciderlo senza subire conseguenze sociali negative. Anzi diventiamo eroi.

Occorre anche aggiungere che in alcuni manoscritti si cerca di attenuare la radicalità del testo inserendovi l’espressione eike: «chiunque si adira senza motivo…». Ma questa paroletta non è originaria. Già Girolamo la giudica da cancellare: radendum est.

«Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello…». Prendendo queste parole alla lettera, quanti resterebbero in chiesa, subito dopo l’inizio del culto? Il loghion lascia totalmente imprecisato di chi sia la colpa. Colui con cui ci si deve riconciliare ha qualcosa contro di te, a torto o a ragione. E non conta neppure il risultato dell’operazione. Gesù non dice, come in Romani 12,18, «per quanto dipende da te e per quanto è possibile»; ma dice «Va’ prima a riconciliarti», in ogni tempo e con chiunque, senza «se» e senza «ma».

 

Antidivorzio e durezza di cuore

«Chiunque guarda una donna per desiderarla…». Così la seconda antitesi. Come nel caso dell’ira che conduce all’omicidio, anche in questo caso viene presa in considerazione l’intenzione, più che la conseguenza.

Il detto evangelico si colloca nella corrente di pensiero comune nell’ellenismo (stoicismo) come nel giudaismo d’impronta ellenistica. Ma la messa in guardia di Gesù si colloca su di un piano diverso coerentemente con la sua concezione totalizzante dell’uomo che non permette una distinzione tra interno ed esterno, tra ciò che è punibile a norma di legge e i semplici pensieri. Nel mondo d’oggi, al contrario, è più che mai vincolante il comandamento opposto: «Desidera tutto. Desidera le donne di tutti, desidera quello che credi abbiano tutti, desidera le risorse di tutto il pianeta».

Ovviamente i casi “normali” di adulterio sono fuori discussione se la sacralità del matrimonio viene già compromessa da uno sguardo concupiscente.

Ma, stranamente, viene presa in considerazione nella terza antitesi anche la possibilità di un adulterio sanzionabile ai sensi del diritto. Diversamente dalle prime due antitesi, in Deuteronomio 24,1 non si tratta di un comandamento. Il certificato di divorzio viene ricordato solo in rapporto al divieto per l’uomo di sposare per una seconda volta la sua ex moglie ripudiata.

Il detto evangelico così recita: «Chiunque ripudia la propria moglie… la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata commette adulterio». Il ruolo della donna è perciò puramente passivo: nel matrimonio, nel divorzio e persino nell’adulterio. In questo passo, diversamente da altri, un nuovo matrimonio del marito non viene preso in considerazione. Nel giudaismo il divorzio regolare intendeva precisamente rendere possibile un nuovo matrimonio per la donna. Al contrario il divieto di sposare una divorziata non è assolutamente nell’interesse della donna svantaggiata.

Ma c’è ancora da tener presente che, nelle due antitesi precedenti, i divieti dell’ira e dello sguardo seduttivo non potevano essere imposti giuridicamente e verificati. Spesso non erano neppure riconoscibili. Qualcosa di simile si potrebbe dire delle successive antitesi, sulla veracità, la nonviolenza e l’amore dei nemici. Il divorzio invece può essere regolamentato o vietato, anche giuridicamente. Abbiamo una stonatura rispetto alle altre antitesi? Forse bisogna fare riferimento a Matteo 19,8: «Al principio non fu così» e a Marco 10,6: «all’inizio della creazione». Quale dunque era, è e sarà la volontà di Dio come espressa «al principio»? Un rapporto tra l’uomo e la donna basato sulla pari dignità. Solo dopo il peccato l’attrazione tra uomo e donna diventa strumento di dominazione. Solo dopo il peccato il sesso diventa qualcosa di cui si prova «vergogna» in quanto fonte di gelosia, angoscia, di qualcosa che difficilmente si riesce a dominare. E l’amore di coppia esige di essere contraccambiato, diversamente dall’amore di Dio. Tanto meno c’è posto per le persone sole che non devono neppure volgere uno sguardo nei confronti delle persone sposate.

Secondo i sinottici e Paolo, le prime comunità cristiane si trovano a dover gestire una situazione ambivalente, di «non ancora», proponendo a persone dure di cuore quello che potrà irrompere solo con l’avvento del Regno.

 

Credo nell’amore verso il mio nemico

«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra… Amate i vostri nemici…». Se la prima regola per vincere il male è non restituirlo, la seconda è la disponibilità a portarne il doppio pur di non raddoppiarlo. E la terza è di amare proprio quelli che ti sono nemici. Le richieste di Gesù ricevono una loro speciale forza dal fatto che non descrivono casi straordinari ma sono prese dalla realtà quotidiana. Si tratta dell’esperienza della gente semplice che può venire picchiata e sulla quale incombono processi di pignoramento e che soffre per l’occupazione straniera.

Manca un elemento di rassegnazione: «Cedi, tanto non puoi farci nulla». Manca un calcolo ottimistico: «Attraverso l’arrendevolezza farai dei tuoi nemici degli amici». Manca qualsiasi considerazione che dimostri avvedute e sagge queste richieste. L’amore che Gesù propone al discepolo non è un amore collegato a uno scopo “missionario”, per convertire i nemici. Un amore finalizzato a qualcosa non è affatto amore ma rischia di essere un mezzo di affermazione di sé: non è questo che ha inteso Gesù. E non è detto che l’amore riesca a rimuovere l’odio. Potrebbe anche accadere che il violento alzi ancora una volta il braccio per colpire, che il povero debba congelarsi senza mantello e che la potenza occupante divenga ancora più ostile. Il discepolo deve rimanere cosciente della possibilità di un fallimento, considerando che Gesù, nel suo amore per i nemici, dovette finire sulla croce.

L’unico motivo che deve indurre il discepolo alla rinuncia alla propria difesa e alla provocazione nonviolenta è seguire il comando di Gesù, seguire il suo comportamento fino alla croce sapendo che attraverso di essa è stato condotto alla risurrezione. La sede del comandamento di amare i nemici è la teologia, ma appunto la teologia di Gesù. «Siate figli del vostro Padre celeste».

Sappiamo che, nell’età postcostantiniana, si produce una svolta significativa: i sostenitori di un’interpretazione letterale vanno cercati solo nelle cerchie dei cosiddetti eretici, nei gruppi minoritari. Già Agostino parla di guerra «giusta», «da condurre con misericordia» e di punizioni da eseguirsi «senza odio». Anche l’interpretazione riformata adatta le richieste di Gesù alla situazione di ognuno in relazione con altri: «Se sei un principe, un giudice, un marito, una moglie…allora non devi interrogare Cristo» (Lutero). Al contrario, Bonhoeffer così si pronuncia: «Gesù non fa distinzione tra persona privata e pubblico funzionario… Non sono, anche nel mio ufficio, sempre io stesso, io che mi trovo di fronte a Gesù come singolo?…L’azione cristiana non si situa all’interno delle situazioni normali, naturali, ma va al di là di esse: non fanno la stessa cosa anche i pubblicani? … Che cosa fate di straordinario? La cosa naturale è tò autò (la stessa cosa) per pagani e cristiani. La vita cristiana comincia con il perissòn (lo straordinario)».

Per la chiesa cattolica, invece, il problema sembra non porsi. I cristiani erano divisi tra «perfetti» (i monaci) e la massa dei fedeli. Solo i primi erano tenuti a seguire i «consigli» del discorso della montagna. Ricordo che don Rosadoni aveva definito questa divisione come «il primo grande scisma» nella Chiesa.

Ora viviamo in un’epoca di transizione. I cristiani si devono vedere come minoranza, come in epoca precostantiniana. Il mondo, dentro e fuori le chiese, è un mondo non salvato, segnato dalla violenza. Al fine di contenere la violenza occorre testimoniare l’amore per il mondo, amore che ha la libertà di riflettere sulle sue conseguenze. Forse, per rispondere alla richiesta di rinunciare all’uso della forza e di amare il nemico, basterebbe introdurre nella società lo spirito del discorso della montagna, onde ridurre al minimo l’uso della violenza. Ma ciò può riuscire solo fino a quando il mondo lo permette! Sarebbe necessario che un intero popolo, il «popolo di Dio», diventasse segno di assoluta nonviolenza. Uno dei principali articoli del suo Credo sarebbe: «credo nell’amore verso i miei nemici. E non chiedo nulla in cambio».

Dario Oitana

(continua)

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