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 408 - Parola del vescovo di Roma

 

L’altro e il povero epifanie di Dio

 

«Buona sera! Sono il nuovo vescovo di Roma». Fin dal suo apparire alla celebre finestra, la sera della sua nomina, George Bergoglio ci ha colpito al plesso solare e non ha colpito solo noi, incalliti critici del primato assoluto del papa, ma anche i più strenui paladini della sua supremazia dottrinale, pastorale e gerarchica.

Né hanno cessato di inquietarci i gesti successivi: il mescolarsi con la folla, gli abbracci e i baci, scambiati non solo con bambini; la scelta della vita in comune a Santa Marta, invece dell’elitaria solitudine nell’appartamento pontificio; il  rifiuto di presenziare alle celebrazioni mondane per la sua elezione e il viaggio a Lampedusa; l’apertura di credito verso la cultura laica, a prescindere dai «principi non negoziabili», nel dialogo con Scalfari; la ripresa appassionata, nell’intervista alla «Civiltà cattolica», degli orientamenti conciliari sulla centralità della Parola e sulla riformabilità continua della ecclesìa-popolo di Dio; le dichiarazioni sulla necessità di ridefinire il ruolo del papa, dei vescovi, del clero, dei laici e della donna nella guida della Chiesa e di superare la staticità della pastorale e della teologia tradizionale.

 

La gioia impegnativa del vangelo

Leggendo questa intervista come confessione di una visione personale sul dover essere utopico dell’Una-Santa-Cattolica e Apostolica, abbiamo pensato: «Questo papa ha un che di profetico. Lo attende un problematico futuro». Ma quando ci siamo trovati di fronte le molte e impegnative pagine dell’Evangeli gaudium che, in quanto frutto di un Sinodo, approfondisce, dettaglia e rilancia, in forma di Esortazione magisteriale, quanto sopra ricordato, abbiamo capito che tutti, sostenitori e oppositori del sogno di Francesco, stavamo entrando in un presente pieno di speranze e di rimpianti, di attese e di timori, di esaltazioni e di delusioni (cfr. E. Bianchi, «Jesus» di dicembre).

Il successore di Pietro, che come il vecchio Simone ha dovuto assumere un nome, simbolo della sua missione (il nome del Poverello di Assisi costretto a lasciare la guida dei suoi frati dopo il rifiuto del papa di accettare che loro sola regola fosse la «buona novella» in tutta la sua impegnativa semplicità e bellezza), ci invita a riscoprire e fare nostra la missione dell’annuncio. Ci ricorda che la fede impegna i cristiani a comunicare il messaggio di amore e di libertà di Gesù Cristo agli uomini del loro tempo; uomini con cui condividono lingua, sentire, desideri e attese, sofferenze e colpe. La fede, infatti, nasce dall’incontro col Dio che si rivela nella storia e non può essere trasmessa con la ripetizione delle argomentazioni teologiche e dei precetti etici di ieri. Essa deve «rendere ragione» di sé (1Pt 3,15) col linguaggio fatto proprio dagli uomini nel continuo maturare di culture e società.

È in quest’ottica che George-Francesco disegna, con mano armata di «tenerezza combattiva» (85), un’Esortazione apostolica che tocca i punti essenziali del dibattito sinodale sull’evangelizzazione. Il suo testo, ricco di afflato umano, ma non privo di durezze, di cui sente di doversi giustificare (208), spazia dall’analisi critica del modello sociale ed economico del mondo globalizzato (53-60) all’urgenza di fare propria una prassi evangelica aggiornata ai parametri della cultura di ogni popolo. Dichiara essenziale il dialogo con le altre confessioni cristiane, con le diverse religioni, con chi ha perduto o non ancora trovato Dio, con chi ritiene che Dio non sia (61-75; 116-18; 238-58). Denuncia l’iniquità della «inequità, radice dei mali sociali» (202-208) ed esalta la visione della Chiesa come «popolo in cammino nella storia verso Dio» (111-16), popolo «infallibile in credendo» (119). Tratta i temi della predicazione e della catechesi (145-63). Termina, come consuetudine, con belle pagine mariane (284-88).

 

Dalla chiusa dell’ovile ai liberi orizzonti

Già questo basterebbe a farci capire quali compiti attendano una Chiesa che, finito il Concilio, si è ripiegata su se stessa e per cinquant’anni ha tentato di ritrovare una qualche tranquillità nella rivisitazione delle glorie d’un tempo, orientandosi alla conservazione e al recupero restaurativo di tradizioni che, un tempo vitali, oggi altro non sono che preziosissimi frammenti museali. Ma ai sì, rivolti a una Chiesa capace di uscire dalla cittadella, arroccata sul monte, per aprirsi verso la molteplicità delle situazioni umane nel mondo (20-24), papa Francesco accompagna i no a una Chiesa chiusa a difesa nei sacri recinti.

No a una Chiesa ridotta ad archeologia religiosa, a una chiesa mondana e politicizzata. No a una chiesa ricca e imborghesita, che riadatta a sé le strutture gerarchiche e i modelli carrieristici dell’ancien régime, a una chiesa che si ritiene estranea alle dinamiche della storia e si crogiola nella presunzione di eterna immutabilità. No a una chiesa che, perso l’entusiasmo del kerigma, si arrende alla marginalità cui la destina la sua staticità a fronte della vivace aggressività del mondo, come se il vangelo, annunciato con parole sempre nuove, capaci di confronto col proprio presente e rese credibili da una testimonianza sincera e comunitaria, non fosse più «in grado di rompere le rocce» (Ger 23,29) e illuminare con la libertà dello Spirito il cuore degli uomini (81-101).

«Dio va incontrato nell’oggi ... (perché) si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia»: ha detto Francesco intervistato dalla «Civiltà cattolica». Nella Evangeli gaudium riprende il tema, anche al fine di dare fondamento teorico alle trasformazioni proposte, e afferma che «il tempo è più importante dello spazio». Il tempo infatti avvia e accompagna i processi della storia della salvezza, mentre lo spazio si limita a dare ordine sistematico ai loro esiti, favorendo i confini che separano (223). Inoltre è col tempo che anche le scelte pastorali e il pensiero teologico della Chiesa riescono a incarnarsi nella storia e seguirne il cammino; il che consente a tutti di maturare insieme con gradualità, senza traumatiche decisioni d’autorità.

 

I poveri «pietra d’inciampo»

Francesco si rende ben conto che per molti pastori e fedeli la sua Esortazione può risultare sconvolgente (208), e precisa che nulla verrà da lui deciso senza consultazione e in modo unilaterale. Per evitare equivoci, però, sottolinea che ci sono indicazioni evangeliche a cui non ci si può sottrarre. Alcune le abbiamo già indicate, ma ce n’è una su cui ritorna con particolare forza e insistenza ed è quella della coessenzialità tra il valore salvifico della messianicità di Gesù e il riscatto umano dei poveri e degli afflitti (Mt 11,2-6): «Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» (48); «Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica … È un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ha il diritto di relativizzarla» (197-98). Siamo convinti che sia questo il cuore che dà slancio passionale e forma concettuale a tutta l’Evangeli Gaudium, che guida la riflessione di Francesco nella denuncia dei peccati della Chiesa, nell’indicazione delle nuove “linee guida” pastorali e teologiche, nell’analisi dei mali della società e dell’economia capital-liberista, nel rifiuto del loro tentativo di dare ordine al mondo e omologare i modelli di vita dei popoli.

Il tutto insaporito con la sfida, lanciata ai cattolici del consenso e del dissenso, a liberarsi del «del peccato del si dovrebbe fare» (96) per convertirsi al «primerear» (nel gergo delle periferie «colpire per primi»; qui «prendere l’iniziativa» (24) e anticipare i frutti del Regno).

Il che spiega l’allarme dei «teocon» a cui dà voce il filosofo cattolica M. Novak su «Il Corriere della Sera» (12 dicembre), a difesa del liberismo, e giustifica il titolo dato da «La Stampa» (15 dicembre) all’intervista a papa Bergoglio che, senza nulla smentire, mira a spegnere ogni esasperazione polemica e a incoraggiare tutti a un’operosa  attesa: «Coltivate la speranza e non abbiate paura della tenerezza». A Natale mancavano dieci giorni.

 

Aldo Bodrato

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