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 410 - Il discorso della montagna / 5

 

METTERE IN PRATICA

 

L’ultima parte di Matteo 7 è tutta un’esortazione al «fare», a mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù. Come afferma Bonhoeffer, «dal punto di vista umano, ci sono infinite possibilità di interpretare il sermone sulla montagna. Gesù conosce una sola possibilità: andare e obbedire, agire. E nemmeno parlare delle azioni come di una possibilità ideale, bensì incominciare veramente con il fare. Chi usa la Parola di Gesù diversamente che agendo, dà torto a Gesù, nega il sermone sulla montagna»

 

«Non vi conosco»

«Entrate per la porta stretta». Nessuna speranza di successo, di radunare folle oceaniche: «Come sono pochi…». La porta è davvero stretta, sostiene Bonhöffer: «Essere chiamati a una cosa straordinaria, farla, eppure non sapere di farla. Testimoniare la volontà di Gesù, eppure amare il nemico di questa verità, il suo e il nostro nemico. Vedere l’altro e riconoscere la sua ingiustizia, e non giudicarlo mai… questa è veramente una via stretta». Ma se Dio vuole salvare tutti, se il «giogo è dolce e il carico leggero» (Matteo11,30), perché la via della salvezza appare stretta? Non è una «Buona Notizia» quella che viene annunziata? Secondo il Fausti «il Nemico, ottimo comunicatore, ci fa apparire bene il male, ci fa desiderare l’indesiderabile. E Dio stesso appare come cattivo, perché non ci affidiamo a lui».

«Guardatevi dai falsi profeti». Non risulta che «insegnino» una falsa dottrina, che insegnino qualcosa contro la legge, l’anomìa (Matteo) o l’ingiustizia, l’adikìa (nel passo parallelo di Luca 13). Occorre diffidare di loro solo in quanto sono «operatori» di anomia e di ingiustizia. «Dai loro frutti li riconoscerete». Non si tratta di «giudicarli», ma di «riconoscerli». Nessuno può vivere a lungo sotto false apparenze. Prima o poi, si tradiranno: «Se uno chiede denaro, è un falso profeta» (Didaché 11,6).

«Non chiunque mi dice: Signore, Signore… ma colui che fa la volontà del Padre». La confessione di fede non dà nessun diritto. E neppure le prestazioni di religiosità: profetizzare, esorcizzare, compiere molti miracoli in nome di Gesù. Il falso profeta non ha fatto «la volontà del Padre», non ha aderito alla «legge» di Gesù che culmina nel comandamento dell’amore incondizionato, quell’amore che si raffredderà col dilagare dell’anomia (Matteo, 24, 10).

«Non vi ho mai conosciuti» (oudèpote égnōn humãs). Dietro questa espressione non si nasconde una formula rabbinica di scomunica. Piuttosto il giudice del mondo nega di avere mai scelto questi pretesi fedelissimi.

Ma non è quello che Gesù potrà dire a tutte le chiese? Soprattutto a quelle che hanno vantato di possedere la vera fede? Magari confermata da profezie e miracoli? E chi mai potrà dire «Aprici: abbiamo ascoltato le tue parole mettendole in pratica»?

 

Fattibilità

Dunque il discorso della montagna si può leggere correttamente solo mettendolo in pratica. Il significato della parabola delle due case, che conclude il discorso, è chiarissimo. «saggio» (phrònimos) è chi mette in pratica le parole di Gesù; «stolto, pazzo» (mōròs) è chi non le mette in pratica. Da notare che quest’ultimo termine è molto pesante, è uno sprezzante insulto che, rivolto verso un fratello, è simile a un omicidio (prima antitesi, Matteo 5,22).

Questo pressante appello al «fare» ha messo in crisi un centinaio di generazioni di cristiani, nel corso di duemila anni. Ma non per questo ha perso la sua carica provocatoria. E attraverso i secoli si è cercato di cancellare, o almeno di attenuare, gli aspetti più scandalosi del discorso.

Secondo alcuni interpreti, le concezioni etiche di Gesù sono state pensate solo per il breve intervallo che ci separa dalla fine dei tempi, dall’avvento del Regno. Oppure le parole hanno come unico scopo quello di evocare, mettere a nudo la miseria morale dell’uomo. Dovremmo rassegnarci alla nostra inadeguatezza. Oppure…andare in convento?

C’è chi ammette il proprio peccato, la propria debolezza, chiede perdono e così si ritiene dispensato dal seguire Gesù. Se la grazia è il presupposto della mia vita cristiana, i peccati che commetto sono giustificati in partenza. È la «grazia a buon prezzo», che Bonhoeffer denuncia come omicidio di milioni di anime, molto peggiore dello sterminio perpetrato all’ombra della croce, per esempio da Carlo Magno. «Ci siamo raccolti come corvi attorno al cadavere della grazia a buon prezzo, da essa abbiamo ricevuto il veleno che fece morire tra noi l’obbedienza a Gesù». Oppure si distingue il «precetto» dal «consiglio». I precetti sono per i monaci. Il resto del popolo deve solo obbedire non a Gesù ma alla gerarchia che, il più delle volte, persegue obiettivi che sono l’opposto di quelli indicati dal discorso della montagna.

E oggi? Malgrado un’adesione esteriore, molti giudicano il discorso come «rinuncia a ogni ordinamento statale, fine di una storia “attuabile”, buono solo per gruppi piccolissimi». Eppure sembra che più che mai il discorso sia attuale. Non siamo forse alla fine dei tempi, ma viviamo un’epoca decisiva per le nostre sorti. È possibile distruggere l’umanità, è possibile renderla finalmente più giusta, rendere la terra più vivibile. I cristiani sono tornati a essere una minoranza, anche nel mondo occidentale, come nei primi secoli dopo Cristo.

Indispensabile è la pace, perseguibile solo attraverso mezzi nonviolenti mediante una trasformazione interiore che si esprime con l’amare anche il nemico. Indispensabile è predicare e testimoniare «l’ateismo» nei confronti dell’idolatria e dell’onnipotenza del denaro, della crescita finanziaria a tutti i costi. Scegliere tra «Dio e Mammona». Indispensabile è rifiutare ogni forma di fanatismo che, in particolare nel corso del Novecento, ha corrotto e capovolto l’eroica aspirazione a un’umanità più giusta. «Beati i miti… non giudicate».

Dobbiamo dunque creare una nuova chiesa che costituisca una società alternativa, una “contro-società”? (Lohfink)? Forse. Ma dovremmo anche rileggere e in qualche modo rivivere quanto proposto nella Lettera a Diogneto: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti… pur seguendo nel resto della vita i costumi del luogo, propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti ammettono, incredibile». Non si esibiscono. E, proprio per questo, sono «il sale della terra, la luce del mondo, la città sul monte».

Dario Oitana

 

Le precedenti riflessioni sul tema sono state pubblicate nei nn. 406, 407, 408, 409 del foglio.

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