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L'amore coniugale tra ripudio, divorzio e nuove nozze

 

I cosiddetti “tradizionalisti” hanno ragione quando ci ricordano che le norme, dettate dalla tradizione della Chiesa sul matrimonio, prendono spunto dai racconti genesiaci della creazione e dalla lettura che Gesù di Nazareth ne offre, secondo i vangeli di Marco, Matteo e Luca.

Ma si spingono troppo oltre, allorché pretendono di trarre dai testi in oggetto i fondamenti di un ipotetico “diritto divino”, così assoluto da sottrarsi a ogni interpretazione e da imporsi come un diktat alla stessa missione pastorale della Chiesa. Nulla, infatti, ci autorizza a considerare Parola diretta di Dio, materialmente trascritta sotto dettatura, quanto fissato sulle pagine della Scrittura. Accostandoci all'Antico e al Nuovo Testamento noi non udiamo il suono della voce di Dio e del suo “Prediletto”. Percepiamo l'eco di questa voce nella perifrasi, più o meno fedele, di coloro che le hanno dato forma scritta, permettendoci di leggerla con ragionevoli possibilità di farla nostra; per altro già orientata dalla comprensione interpretativa dei suoi testimoni.

Di passaggio in passaggio il messaggio di Dio, come la “lettera dell'Imperatore” a noi destinata nel racconto di Kafka, si fa strada. Ma ci raggiungerà davvero solo se ci sforzeremo di rintracciare nel passaparola, che ce la trasmette, un barlume almeno del suo dire originario.Impresa ardua visto che già il Salterio ci autorizza, parafrasando il Salmo (62,12), a confessare: «Una parola ha detto Gesù, quattro ne leggo». Tanti sono i passi evangelici che ci tramandano il suo detto sulla santità inviolabile dell'amore coniugale: Mc 10,46-52; Mt 19,3-9; Mt. 32; Lc 16,18.

 

Confronto tra Gesù e i farisei in Marco e Matteo

Comincia Marco, l'inventore del Vangelo, che ci presenta la narrazione della disputa sulla liceità del ripudio, offrendocene una trattazione, non ampia, ma sapientemente argomentata (10,46-52). Comprendiamo subito che le parole di Gesù non sono pronunciate all'interno di un discorso finalizzato a un progetto di innovazione legislativa. Essa nascono come tentativo di coinvolgerlo in una disputa che contrapponeva allora due scuole rabbiniche su temi etico-giuridici. Ogni interpretazione normativa di tali parole è lecita, ma affidata a chi, dopo averle ascoltate, tenta di renderle operative nella vita sua e dei compagni di fede.

Questi i termini essenziali del dibattito. 1) interrogazione sulla liceità del ripudio della moglie da parte del marito. 2) Enunciazione, su richiesta di Gesù, della norma mosaica che lo consente (Dt 24,1). 3) Denuncia della relatività socio-culturale («durezza del vostro cuore») di tale norma. 4) Rimando ai versetti genesiaci (1,21 e 2,24) sui fini dell'atto creativo di Dio («Dio li creò maschio e femmina»; «L'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne»). 5) Conclusione d'ordine generale: «Così non sono più due ma una carne sola. L'uomo non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10, 9). 6) Segue un colloquio coi discepoli, in cui Gesù enuncia un criterio normativo che contempla la possibilità del ripudio del marito da parte della donna, inconcepibile per gli ebrei. Il che ci segnala che la risposta di Gesù ai farisei viene adattata da Marco ai “gentili”: «Chi ripudia la moglie e ne sposa un'altra commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro commette adulterio» (10,11).

Matteo (19,3-9) riprende quasi alla lettera il racconto di Marco, ma inserisce una variazione nell'ordine degli interventi e alcuni elementi di dettaglio, che collocano il confronto etico-giuridico nella situazione storico-sociale di Gesù e dei suoi diretti interlocutori giudaici. 1) Come già sappiamo, iniziano i farisei a interrogare il Maestro, non però sulla liceità del divorzio in sé, ma su quella dell'uso tradizionale che consente al marito di ricorrervi «per qualsiasi motivo» (19,3), usanza che metteva allora in contrapposizione Shammai a Hillel. 2) Gesù li rimanda non alla lettera della legge (Dt 24,1), ma proprio come già in Marco, a quanto scritto nei celebri versetti della Genesi. 3) Al che segue la conclusione sull'unità di marito e moglie in una carne sola e sul divieto a separare ciò che Dio ha unito (19,4-6), un divieto che suona più come enunciazione di un ideale intento di Dio che come un articolo di legge. 4) È a questo punto che i farisei citano la legge mosaica, per mettere Gesù in conflitto col fondatore del diritto religioso e sociale di Israele (19,7). 5) Così che Gesù, per non contrapporre Scrittura a Scrittura, ridimensiona il valore della legge deuteronomistica, facendone una concessione alla durezza dei cuori, ed esalta i principi enunciati nei testi della creazione (19,8). Ciò lo costringe però a contrapporsi a Mosè come legislatore autorizzato a dare volto storico-giuridico all'ideale genesiaco nel contesto giudaico del I secolo: «Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di πορνεία (porneia, cioè «prostituzione, impudicizia, adulterio»), e ne sposa un'altra, commette adulterio» (19,9). 6 – Il successivo confronto coi discepoli, turbati da tale limitazione del potere dell'uomo sulla donna, sposta il discorso dal problema del divorzio a quello dell'eunouchìa o celibato (19,10).

 

L'unione coniugale in ordine al Regno

È il versetto conclusivo del dibattito a ritornare, in forma normativa, nel “discorso della montagna” di Matteo (5,31-32) e, ancor più abbreviata, in Luca (16,18). Testi che sembrano utilizzare qui, come fonte comune, una raccolta di detti di Gesù, estratti dal loro contesto dialogico e reinseriti in una sorta di programma guida per una conversione di vita personale e comunitaria, finalizzata al Regno. Metterli a confronto può aiutarci a coglierne, senza troppa fatica, il circostanziato valore precettivo: «Fu detto pure: Chi ripudia la propria moglie le dia l'atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia la moglie, eccetto in caso di πορνεία, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata. commette adulterio» in Matteo e «Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio» in Luca.

Lette così, isolate da ogni riferimento a tempi, spazi, interlocutori specifici, queste parole ci colpiscono come leggi «non-negoziabili». Basta, però, anche solo compararle nella loro lettera per cogliere che così non è. Matteo concede ciò che non concede, o non sembra concedere, Luca. Inoltre, mettendo in gioco la facoltà di ripudio esclusivamente nelle mani del marito, esse collegano direttamente a tale privilegio maschile la possibilità di creare le condizioni dell'adulterio. La donna non viene chiamata in causa, se non come oggetto passivo della colpa del coniuge o al più come moglie «esposta all'adulterio». Cosa già chiaramente sottesa alla legge deuteronomistica del ripudio. Marco, inoltre, mette sì in campo la donna come attrice di ripudio, ma già sappiamo che non è il Nazareno a ipotizzare tale situazione, bensì il suo evangelista dal nome latino, che, proprio come gli altri sinottici, attribuisce l'adulterio ai ripudianti che si risposano e tace sulla sorte delle ripudiate e dei ripudiati, che ricorrono a nuove nozze.

Il che finisce col relativizzare storicamente, socialmente e culturalmente tutte le norme neotestamentarie sul matrimonio, in quanto il Gesù di Marco, Matteo e Luca altro non farebbe che disciplinare, con maggior rigore di Mosè, la durezza di cuore dei suoi seguaci. Eventualità che non credo corrisponda alla dinamica ultimativa e radicale della predicazione di Gesù e del suo audace riallacciarsi all'intento originario di Dio. Gesù annuncia il Regno, la sua prossimità, anzi la sua incoativa presenza, tesa al compimento del disegno creativo. Non detta norme contingenti, leggi storico-sociali puntuali e puntigliose. Proclama obiettivi ideali che debbono iniziare a prendere forma nel presente, come segni e semi orientati al Regno e che il Regno possono inaugurare, allorché sono frutto di libera adesione. Non contrappone il suo potere legislativo a quello di Mosè quando ribadisce «ma io vi dico». Rivendica la sua autorità come «primizia del Regno».

Gesù sa leggere e scrivere, ma parla e non scrive una sola parola, che possa diventare altra legge da quella scritta nei cuori. Quando si riferisce alla Scrittura, non la cita per ripetere formule di diritto, ma per testimoniare la possibilità, la necessità di rendere operative in pienezza le parole dei profeti. Non predica fini ideali, perché qualcuno li renda pesi da caricare sulle spalle degli altri, ma perché ciascuno si impegni liberamente a realizzarli, secondo le sue possibilità, a partire dalla sua condizione di vita, proprio come fa quando affronta coi ricchi il problema della ricchezza. Connette l'origine alla fine, la creazione alla redenzione. Rivendica a Dio e all'uomo la potenza liberatrice dell'amore e la capacità d'amore della libertà.

Il che vale per ogni parola biblica che sia stata interpretata come «legge di diritto divino», visto che per la Bibbia Dio ha dato all'essere umano, uomo e donna, la facoltà di vivere a sua immagine e somiglianza e la possibilità di entrare con l'altro in relazione d'amore procreativo e, sempre con l'altro, di collaborare alla custodia e alla crescita di quanto Lui ha iniziato a creare. È a questo intento divino del Dio biblico che Gesù si richiama quando viene interrogato sul ripudio. Non evoca una norma, nata in una società patriarcale, per correggerla. Enuncia un principio ispiratore di norme, che possano orientare i viventi a dare pienezza al dono della vita: «I due saranno una sola carne … Non separi l'uomo ciò che Dio ha congiunto».

Ecco perché Marco, Matteo e Giovanni, in quanto si assumono il compito di consentire l'incontro con l'annuncio evangelico di Gesù a chi non lo ha potuto ascoltare, devono rendere tale annuncio operativo da subito nella concreta situazione storica dei propri potenziali lettori israeliti e greco-latini, suggerendo norme pastorali adeguate al loro contesto sociale e culturale. Ed ecco perché la Chiesa di ogni tempo deve saper continuare la loro missione e annunciare la buona novella evangelica, sulla divina origine della carnalità dell'amore coniugale, anche traducendola in norme capaci di indirizzare e accompagnare credenti e non credenti nel loro libero, personale e comunitario cammino verso il Regno.

 

Aldo Bodrato

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