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LA SEGRETA IDENTITÀ DI CHI CREDE DI CREDERE

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Identità cristiana, civiltà cristiana, radici cristiane… Molto (troppo) spesso questo è stato l’argomento di accaniti dibattiti e orgogliose rivendicazioni. Eppure… se ci diciamo cristiani, dovremmo seguire l’esempio di un certo Gesù di Nazareth, ebreo marginale, ignorato dai media di allora, figura enigmatica e controversa presso la gente con cui veniva a contatto, presso avversari e discepoli… Egli stesso stentava a “identificarsi” ad accettare qualche titolo: Profeta, Unto (Messia, Cristo), Figlio di David, Figlio di Dio.

Erano invece gli spiriti immondi che lo volevano intronizzare come Santo di Dio, Figlio di Dio. Era il demonio stesso che lo indusse a immaginare se stesso sul pinnacolo del tempio, invulnerabile superman con gli angeli ai suoi ordini. Era la folla che lo osannava Figlio di Davide. Erano i discepoli che, anche dopo la risurrezione, sognavano di vedere in lui il ricostruttore del Regno di Israele. Gesù rifiutava tutto questo. Quando invece, abbandonato da discepoli e amici, incatenato e processato davanti al Sinedrio, gli fu rivolta la domanda «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?» egli risponde solennemente: «egò eimi, io sono!» Dinanzi a chi si era fatto ultimo, del tutto privo di ogni potere, non potevano esserci equivoci: non aveva alcuna delle «identità» che gli si volevano attribuire. Ma il degrado dell’identità non era ancora finito. Se, davanti al Sinedrio, Gesù poteva ancora parlare, sulla croce, nudo, esposto alle beffe di tutti, sarà ridotto a un semplice oggetto. Allora sarà il comandante (diremmo oggi) del plotone di esecuzione a riconoscere la sua definitiva identità: «Quest’uomo era il Figlio di Dio!». Già Pietro l’aveva così “identificato”. Ma nel momento decisivo Pietro dovette gridare:«Io non conosco quell’uomo!». Forse non l’aveva mai conosciuto. Solo nel pianto («beati coloro che piangono») comincerà a riconoscerlo. Paolo l’avrebbe conosciuto solo dopo averlo perseguitato («Sono Gesù che tu perseguiti»). Così Gesù di Nazareth può essere “identificato” nelle persone che noi “perseguitiamo”, anche coltivando sentimenti di rancore e costruendoci capri espiatori.

Queste cose le conosciamo fin dalla nostra infanzia. Ma allora perché ci affanniamo a inseguire una ipotetica etichetta cristiana per poi appiccicarcela sulla fronte? Perché cerchiamo a tutti i costi una visibilità fine a se stessa? Dovremmo essere semplicemente alla sequela di Gesù di Nazareth. E se qualcuno, con diffidenza o stupore, ci domandasse il motivo per cui rifiutiamo di inseguire la ricchezza, il potere, la forza, solo allora dovremmo osar dire sommessamente e dubbiosamente: «Forse faccio questo perché credo in Gesù». Questo senza avere la pretesa di detenere il monopolio di quelle virtù che possono anche essere condivise da persone di altre fedi e non fedi. E questo senza neppure cadere nella trappola dell’identità della non identità: «Io non cerco un’identità: questa è la mia identità». Sarebbe come vantarsi della propria umiltà: il vanto vanificherebbe l’umiltà. Solo in momenti di coraggiosa testimonianza, di feroce persecuzione, cioè di autentica crocifissione (che non ci auguriamo e che forse non vivremo mai nel corso dei nostri anni) potremmo gridare: «Sono discepolo di Gesù di Nazareth!».

 

Dario Oitana

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