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Come per ogni guerra, visibile o nascosta, questa seconda di Gaza è dolore e vergogna, per tutti. A due mesi dalla preghiera per la pace di Francesco, Abu Mazen e Peres nei giardini vaticani, dunque, dobbiamo disperare? dobbiamo pensare a una totale impotenza della pace? Noi vogliamo credere e sperare che il cammino della storia umana verso la pace-giustizia sia possibile e in corso, anche se incontra abissi di violenza dominatrice e di dolore ribelle, come in questa nuova dannata catena di vendetta-più-vendetta tra Israele e Hamas. E anche pare possibile riconoscere tale cammino nei fatti storici e nelle coscienze e aspirazioni delle culture e degli animi. Infatti, la guerra (violenza diretta) e il dominio oppressivo statico (violenza strutturale e culturale) non sono più sentiti come una fatalità meteorologica, necessaria, ma come responsabilità umana. Nel centenario del 1914 conosciamo un secolo di guerre e anche un secolo di crescita della cultura e della pratica di pace giusta e attiva, di lotte per la dignità con forza nonviolenta. Chi ha occhi per vedere e per leggere veda e legga. Ciò non assicura del tutto, ma emancipa dalla rassegnazione sottomessa alla regola della violenza.

La preghiera non è fallita, perché non chiede una pace miracolosa e improvvisa, ma invoca lo Spirito (Luca 11,13) che anima le coscienze nel lungo cammino della nascita umana. Siamo in questo cammino lungo, accidentato. La preghiera, le energie profonde e alte, il pensiero serio, la riflessione delle coscienze, circolano nel silenzio vivo del mondo, più profonde dei fragori della guerra.

Che abbiamo una fede o un'altra, o nessuna fede religiosa definita, ogni fedele all'umanità ha fede nella nostra vita, come la cosa più comune e preziosa, inviolabile, che può, ben guidata, svilupparsi in ogni tipo di bene. Ogni politica che usa lo strumento della morte è antiumana. È la paura che ci mostra il contendente come nemico. Ma l'altro ha la nostra stessa paura, e soffre lo stesso dolore e rabbia che incendiano e nutrono la vendetta. La paura e la vendetta sono una trappola che cattura e schiaccia il vincitore come il vinto, il forte come il debole.

Giustizia e utilità ci propongono, anche nel conflitto Israele-Palestina, di non guardare solo le ultime vicende («Ha cominciato lui!...», come bambini litigiosi), e neppure pretendere di risalire al primo torto di una catena lunga come la storia.

I giusti di ogni parte comincino ora, per primi, a comprendere il dolore dell'altro, così entrando nell'umanità di tutti; comincino ora a superare la colpa altrui con la riconciliazione creativa; comincino con l'ammettere la propria parte di responsabilità (che non manca mai); comincino così a dare al "nemico" la possibilità di vedere il proprio errore, e di proporre il proprio diritto senza violenza; vedano, più ancora della violenza fragorosa e cruenta, quella sorda e continua, strutturale, e quella insediata nelle menti, culturale.

La pace è possibile, se non pretendiamo tutto ciò che vorremmo nostro; se scegliamo di essere quella parte di noi che è comune a tutti gli umani, e dunque è la più vera nostra identità; se abbiamo l'intelligenza per capire che vivere è inseparabile dal lasciar vivere, e che la pace è un bene comune a tutti, oppure non è nostra, perché nessuna vittoria ottiene la pace. C'è più vantaggio pratico e materiale a cercare la pace che la vittoria. E se non c'è sempre certezza di arrivare a una pace positiva e giusta (non solo tregua), è certo che la guerra ce ne allontana, e porta sempre infelicità, e avvelena il futuro.


 
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