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Paolo e i pericoli della carne

 

Nei vangeli sinottici l'ideale genesiaco del legame d'amore, destinato a fare dell'uomo e della donna «una sola carne», viene richiamato da Gesù nel confronto coi farisei sulla liceità del ripudio, corredato dalla celebre massima: «Non separi l'uomo ciò che Dio ha unito» (Mt 19,3-6; Mc 10,6-9).

Solo alla fine del dibattito, per Matteo, a dibattito concluso, per Marco, Gesù aggiunge un'applicazione legislativa, tesa a limitare o proibire un secondo matrimonio del coniuge ripudiante: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra commette adulterio». Un detto che nei particolari varia a seconda degli interlocutori degli evangelisti («Eccetto in caso di impudicizia (porneia)», Matteo; «e se una donna ripudia il marito…», Marco) e che ritroviamo, adattato a ulteriori contesti sociali, in Luca (16,18) e in Paolo (1Cor 6-7).

Ora proprio le lettere di Paolo, la 1Corinzi, che lui stesso invia nel 55, e la Efesini, assai più tarda e probabile opera di discepoli, ci possono aiutare a dare risposta al nostro interrogativo sul carattere, assoluto o storicamente relativo, delle indicazioni neotestamentarie sui temi della sessualità e della vita matrimoniale.

 

Nell'imminenza del Regno

«Cave carnem in vigilia Regni» («attento ai pericoli della carne nell'imminenza del Regno»): è espressione che Paolo non utilizza mai, ma che non è importuno evocare all'inizio di questa breve presentazione delle riflessioni e delle disposizioni da lui proposte all'attenzione della «Chiesa di Dio che è in Corinto» su sessualità e matrimonio (6,12-20; 7,1-40). Non è abusivo in quanto Paolo, senza mai condannare la sessualità in sé e senza mai gettare sospetti sulla liceità cristiana del matrimonio, assume nei confronti dell'una e dell'altro posizioni cautelative, che sembrano avvallarne l'uso più come concessione e come rimedio alla concupiscenza, che come vera opportunità di crescita umana e di partecipazione al disegno creatore e salvifico di Dio e del suo Cristo.

Spesso Paolo si impegna per riequilibrare col dialogo e con l'ascolto la propria intransigenza da neoconvertito; ma qui essa, frutto di condizionamenti storico-culturali, come misoginia e omofobia, o di idiosincrasie del tutto personali, gli prende la mano. Basti pensare al disagio con cui fa fronte alla coscienza della propria fragilità e mortalità fisica, al suo desiderio di offrirsi come modello per tutti e di sperimentare, anche anticipandola, l'immortale spiritualità del Regno (7,7 e 31).

Ma veniamo ai passi più significativi del discorso paolino sulla sessualità, più che per commentarli per metterne in evidenza il quadro argomentativo generale, a partire dal capitolo 6, che inizia col severissimo rimprovero, rivolto a chi sottopone ai tribunali pagani «liti per cose mondane» tra confratelli, invece di rivolgersi a membri autorevoli della Chiesa (6,1-11).

È fin da subito evidente che l'orizzonte storico-salvifico, in cui l'epistola di Paolo si colloca, è caratterizzato dalla convinzione di trovarsi ad operare nell'imminenza dell'escaton, se non addirittura in una situazione di transizione tra l'inizio dell'escaton e il suo compimento. Ai Corinzi, in lite tra loro per cause materiali, ritiene innanzitutto di dover ricordare loro che si trovano già a far parte del Regno. Li qualifica «Santi (chiamati) a giudicare gli angeli». Li rimprovera, non solo perché lavano i panni sporchi in pubblico, ma perché hanno panni sporchi da lavare. Infatti: «È per voi già una sconfitta avere liti vicendevoli! … Perché non vi lasciate piuttosto privare del vostro? E poi sono alcuni di voi che … rubano ai fratelli!». Non sanno essi che nessuno che commette ingiustizia entra nel Regno e neppure loro avrebbero potuto accedervi se non fossero stati «santificati e giustificati nel nome del signore Gesù Cristo»? (6,1-11).

Eccoci al tema paolino della salvezza per fede, collegato qui col tema della presenza del Regno, che prende avvio con la nascita della Chiesa, vale a dire con la comunione di quanti confessano la signoria di Gesù Cristo e sono destinati a salire al cielo prima della fine della vita. Giustificati e santificati, ma non più perdonabili se peccando rinnegano di fatto la fede. In questa prospettiva storico-salvifica, in cui la Chiesa è già l'anticamera del Regno, il convertito è già santo e qualsiasi residuo legame con la carne perde di significato; anzi rischia di qualificarsi solo come ricaduta dalla condizione spirituale raggiunta dall'uomo nuovo alla carnalità mortale dell'uomo vecchio.

«Tutto (a questo punto) diventa lecito (per l'uomo redento), ma non tutto giova» (6,12). In particolare non giova quanto ha come fine la continuità della vita fisica, la cura per il cibo e l'esercizio della sessualità, perché la vita terrena è come passata, sussiste come residuo per qualche tempo ancora, ma nulla di rilievo va fatto per rinnovarla, come dirà in seguito, pena il rischio di regredire dall'immortalità spirituale del Regno alla carnalità mortale della terra.

Il che è tanto vero per Paolo che non esita ad avocare l'espressione di Genesi 2,24: «I due saranno una sola carne». Ma non la cita per esaltare il valore positivo dell'amore coniugale, come fece Gesù e come farà in Efesini 5,31, bensì per denunciare la porneia del coito mercenario con la prostituta. Non prima di aver precisato che il cibo (buon pane quotidiano per Gesù) è destinato al ventre e che Dio distruggerà questo e quello (6,13-18).

 

Matrimonio e verginità: indicazioni ardite, ma giubilate

C'è molto di forzato e di forzoso nelle risposte date da Paolo alle domande dei suoi interlocutori sul problema del matrimonio e della verginità, contenute nel successivo capitolo della sua epistola (7,1-40). C'è chi sospetta l'intervento di redattori nella stesura del testo canonico, inteso a collegare frammenti di testi diversi, come per 2Corinti. Ma si possono spiegare certe durezze nell'argomentazione e anche qualche incongruenza, a partire dalla tensione, difficile da reggere, cui sono sottoposte tali dimensioni del vivere dalla situazione di passaggio in cui vengono a trovarsi.

Paolo ci testimonia tutto ciò ricorrendo a eloquenti espressioni ossimoriche. Valgano da esempio i passi compresi tra i versetti 17-24 e 29-31, dove egli esorta tutti a restare nella condizione di vita in cui si trovavo senza tentare cambiamenti, perché tanto tutto è già profondamente cambiato. Il “libero” è stato reso “schiavo di Cristo”, lo “schiavo” è ormai “un liberto di Cristo”; altri li ha riscattati “a caro prezzo”. Ormai, vista la brevità dei giorni, aggiunge: «Ciascuno rimanga davanti a Dio nella condizione in cui era quando è stato chiamato» (7, 22-24). «Quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero, coloro che piangono come se non piangessero … quelli che usano del mondo come se non ne usassero» 7,29-31).

Paolo non intende certo dire che si deve vivere come se si fosse morti alla vita. Egli invita a vivere come se fosse finita la vita terrena, perché ormai il convertito continua a vivere altrove o altrimenti. Tali indicazioni saranno una delle fonti della spiritualità monastica e anche di alcune correnti del contemptus mundi, estreme e potenzialmente ereticali. Ma anche prese nell'accezione più ortodossa suonano davvero di poco aiuto per chi deve affrontare i problemi morali e sociali di una vita terrena che si prolunga ormai oltre i millenni. Suonano ardite, ma ormai pluri-giubilate.

Del resto, diversamente dalla tradizione ecclesiastica successiva, Paolo dà chiaramente l'impressione di non considerare primarie le questiono postegli, perché relative a una questione passeggera. Le affronta due sole volte e quasi di striscio. Non si sofferma sulla famiglia come chiave di volta della società, né considera necessaria la procreazione. Ecco dunque che il rapporto uomo-donna cessa per lui, pur ebreo, di avere rilievo positivo, mentre enfatizza quello negativo della possibilità di diventare fonte di porneia. Resta ancora anche la possibilità del matrimonio, ridotto però a remedium concupiscientiae. Un matrimonio che è lecito, ma rende l'uomo e la donna l'uno servo dell'altro, in quanto non hanno più la libertà d'uso del proprio corpo, ma possono agirlo solo sulla base del desiderio altrui.

A questo punto sarebbe bene che i coniugi si astenessero, almeno in talune situazioni, da ogni tipo di relazione sessuale, ma tant'è, per quanto vorrebbe che tutti fossero casti come lui, «per concessione, non per comando», consente loro l'unione fisica, «affinché satana non li tenti nei momenti di passione» (7,1-7). Il che raccomanda anche a celibi e vedove: restino come lui nelle condizioni in cui si trovano, anche se «è meglio sposarsi che ardere» (7,8-9).

Alle mogli, poi, ordina, «non lui ma il Signore» di non separarsi dal marito, se non per poco tempo e ai mariti di non ripudiare la moglie (7 10-11). Nulla dice dell'eventualità di un secondo matrimonio, se non che la moglie è vincolata fino a che il marito non muore (7,39). Sembra invece lasciar liberi («non soggetti a servitù») donne e uomini che, sposati a un/a non credente, vengono abbandonati dal coniuge (privilegio paolino) (7,12-16).

Quanto alle “vergini”, non avendo conoscenza di specifici detti del Signore, dà un consiglio, più volte ripetuto, quello di restare nello stato in cui si trovano ed esorta i padri a non far sposare le figlie, pur lasciandoli liberi di decidere: «Ti trovi legato ad una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto? Non cercare una donna. Però se ti sposi non fai peccato e se la giovane prende marito non pecca. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne e io vorrei risparmiarvele» (7,25-28).

Quali tribolazioni? Quelle che derivano da doversi dividere, nel poco tempo che resta, tra marito e Signore per le donne, tra moglie e Cristo per gli uomini (7,29-34)? Sembrerebbero queste piuttosto che quelle legate al momento della morte, visto che né lui né loro, ritiene, dovrebbero affrontarle, essendo destinati ad entrare, «trasformati», nel regno, prima che essa giunga: «Ecco io vi annuncio un mistero. Non tutti moriremo, certo, ma tutti saremo trasformati, in un istante … Suonerà, infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità, e questa carne mortale si vesta di immortalità» (15,51-53).

Aldo Bodrato

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