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 416 - Economia mondiale

Il travaglio di un parto

 

Il sistema economico mondiale è dominato da due gruppi di paesi: quelli già sottosviluppati (più di tre miliardi di persone) in rapido sviluppo industriale, con forti incrementi della produzione, del reddito e della ricchezza; l’altro è formato dai paesi (1,5 miliardi) post-industriali, dove l’occupazione nei servizi sta sostituendo quella nell’agricoltura e nell’industria e la finanza è il settore più dinamico e permette accumulazioni mai viste in brevissimo tempo.

Questi due gruppi di paesi vivono in fasi economiche molto diverse, si potrebbe dire in due periodi storici differenti (vedi box), il fatto però di vivere e operare in un mondo globalizzato li mette in strettissimo contatto, interdipendenti e quindi con reciproche influenze, scatenando tensioni, crisi, modifiche dell’assetto egemonico, tra i due campi e al loro interno, di difficilissima soluzione e quindi potenzialmente molto pericolose.

 

Il nuovo slancio del capitalismo

Da quando alla fine degli anni 70 dopo la morte di Mao, la Cina ha deciso di seguire l’esempio di Hong Kong, Taiwan e Corea del sud, la storia, ferma da 30 anni, ha avuto un’accelerazione sorprendente ed è iniziata la fase storica che chiamiamo globalizzazione. Un decennio dopo, con la fine dei regimi comunisti e quindi della divisione del mondo in due sistemi economici contrapposti, la spinta alla globalizzazione non ha più avuto ostacoli. Ingenti masse di capitali industriali si trasferiscono nei paesi sottosviluppati che danno una garanzia di alti profitti per le condizioni ora favorevoli: come la certezza della difesa della proprietà privata, una domanda potenzialmente alta e la vasta disponibilità di materie prime o di forza lavoro istruita, laboriosa e a bassissimo costo. Contemporaneamente quantità sempre più grandi di moneta, generati dai profitti ottenuti dalle multinazionali, dalle rendite petrolifere e dallo sfruttamento delle altre materie prime e dai risparmi accumulati nei paesi ricchi, si lanciano a livello globale in operazioni finanziarie sempre più sofisticate e sempre più “audaci”.

Il capitalismo, dopo la stasi degli anni 70, ha una ripresa spettacolare, conquista ampi spazi e si appresta a trasformare la vita di miliardi di persone prima condannate al sottosviluppo materiale e culturale, come ha trasformato durante gli ultimi 200 anni quella dei popoli occidentali. Insomma larga parte dell’umanità sta percorrendo in modo accelerato la strada già fatta dai nostri paesi riproponendo tutti i progressi ma anche tutti gli orrori già visti in Occidente: basti pensare alla Cina, alle sue masse che possono ora migliorare le loro condizioni di vita, ma anche alle durissime condizioni di lavoro nelle sue fabbriche, al cielo plumbeo e alle immense e squallide periferie delle sue megalopoli, al passaggio dall’egualitarismo di Mao al”arricchitevi” di Deng.

 

La rivoluzione dei servizi

I paesi occidentali invece stanno entrando nella fase post-industriale, quella dei servizi. Ci stiamo addentrando in una regione sconosciuta perché mai l’umanità ha visto simili condizioni di vita e di lavoro per così tante persone. La rivoluzione dei servizi, come le due che l’hanno preceduta, quella agricola 10000 anni fa e quella industriale della fine del ’700, cambierà profondamente l’assetto dei nostri paesi, il nostro modo di vivere e di lavorare. Come nelle rivoluzioni precedenti il lavoro si sposta dai primi due settori al terziario, quello dei servizi. E qui sorgono per i nostri paesi i problemi principali, segnalati dalla disoccupazione strutturale crescente; infatti il passaggio dall’occupazione nell’industria a quella nei servizi non è automatico perché una consistente quota di servizi, in particolare quelli in difesa dell’ambiente, non sono vendibili ai privati e il costo di quelli alle persone in genere è troppo alto per la maggioranza di coloro che dovrebbero usufruirne. Finora sono stati gli enti pubblici ad assumersi la maggior parte degli oneri finanziari per produrli, ma la massa crescente delle persone impiegate ha provocato la crisi fiscale del settore pubblico (e non solo in Italia, dove il problema è particolarmente grave); conseguentemente il travaso dell’occupazione dall’industria ai servizi s’è bloccato e con le privatizzazioni il fenomeno s’è aggravato. Inoltre ad accelerare il crollo dell’occupazione nell’industria c’è il trasferimento delle principali produzioni industriali nei paesi di nuova industrializzazione molto più profittevoli.

Questo intreccio tra difficoltà intrinseche al passaggio da una società industriale a una di servizi e quelle esogene causate dalla concorrenza spietata dei paesi emergenti, rende la realtà di difficile lettura e causa il balbettio di politici ed economisti a cui stiamo assistendo da tempo. Per questo la situazione politica ed economica del mondo, vista dal punto di vista dei paesi più sviluppati, ci appare caotica, travolti come siamo da una grande redistribuzione di potere, lavoro e ricchezza su scala globale: grandi fortune vengono accumulate sfuggendo ad ogni controllo; paesi fino a ieri poveri si sviluppano tumultuosamente; altri, che godevano di ottime prospettive, ristagnano; Stati anche molto potenti hanno un sistema finanziario molto fragile, al limite del fallimento e la finanza speculativa è una bomba sempre pronta a deflagrare. E mentre per la maggior parte dei popoli il problema principale è espandere la produzione per uscire dalla povertà, per i popoli privilegiati dell’Occidente è cercare di mantenere le posizioni raggiunte. Proprio quando cominciavamo a pensare a un futuro in cui, risolti i problemi economici di base ci saremmo potuti dedicare ad attività più gratificanti, alla cura dell’ambiente, all’arricchimento culturale, ai viaggi e allo svago, alle comunicazioni, siamo ricacciati indietro dai nuovi commensali del banchetto mondiale e siamo costretti a rifare i conti con realtà che pensavamo di poter superare, come disoccupazione, precarietà, ridimensionamento del welfare, povertà.

Purtroppo il mondo vive questo immane scontro di forze e di interessi senza disporre di valide teorie per comprenderlo, di politiche lungimiranti per governarlo e di spirito adattativo e inclusivo per disarmarlo. La globalizzazione e l’avvento della società dei servizi potrebbero aprire nuove prospettive e scenari finora impensati, ma il divario tra necessità e realtà è molto grande, si annuncia perciò un parto molto, molto travagliato.

Angelo Papuzza

 

 

La rivoluzione industriale attraversa tre fasi:

 

Prevalenza dell’offerta, cioè della produzione. Il problema nell’800 era quello di organizzare la produzione industriale. La produttività era bassa, i bisogni della maggioranza della popolazione un mare infinito. L’occupazione nell’industria aumentava continuamente, assorbendo la disoccupazione e la sottoccupazione agricola, la necessità di investire era grande: i redditi distribuiti dalle imprese come salari, profitti, rendite, durante la produzione erano subito spesi e largamente sufficiente per acquistare tutti i beni, sia di consumo che di investimento prodotti. Per questo gli economisti classici e neoclassici affermavano che l’offerta crea la domanda; un eccesso di produzione era impensabile.

 

Prevalenza della domanda, cioè del consumo. Alla fine dell’800 inizi ‘900 la situazione cambia radicalmente, si comincia a parlare di sovrapproduzione. Col fordismo e l’organizzazione scientifica del lavoro la produttività cresce esponenzialmente, nasce la grande impresa e la produzione di massa, i prodotti a diposizione aumentano continuamente in quantità e varietà ed i bisogni fondamentali per molti lavoratori sono via via soddisfatti, il risparmio aumenta sottraendo potere d’acquisto al mercato. Una serie di crisi economiche culminate con quella del ’29 indicano che ora il problema principale è vendere la produzione: e nella nuova situazione questo non è più garantito come nella precedente. Se si vuole aumentare la produzione occorre quindi spingere in tutti i modi possibili i consumi: è la domanda di consumi che crea l’offerta. L’economista che spiega come funziona questa fase è Keynes.

 

Prevalenza dei servizi. Questa fase chiude la rivoluzione industriale e apre il post-industriale. Come è già avvenuto per l’agricoltura nelle fasi precedenti, il lavoro nell’industria si riduce continuamente per l’introduzione di sistemi altamente automatizzati ed informatizzati, per la progressiva saturazione di molti mercati e per il ristagno e l’invecchiamento della popolazione e si sposta nel settore dei servizi: alle persone, alla collettività, al territorio, alla ricerca ed alla cultura, al tempo libero, nella pubblica amministrazione, nell’informazione, nella comunicazione, nell’informatica e nel “virtuale” (per questi ultimi servizi più avanzati si parla anche di quarto settore). L’industria resta sempre importante nel sistema produttivo ma è marginale per l’occupazione. Mentre in una società industriale il primo e il terzo settore servono il secondo, in una società di servizi i primi due sono vassalli del terzo. E questo obbliga un sistema basato sui servizi a riorganizzarsi profondamente su ampi territori; si devono ripensare la formazione, la valutazione e la distribuzione del reddito, i flussi finanziari, il ruolo del pubblico e il suo modo di finanziarsi e di redistribuire la ricchezza. Ma siamo solo agli inizi di questa rivoluzione ed una teoria che descriva questa fase deve ancora trovare gli economisti che la formulino.

a. p.

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