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  editoriali
 418

La questione è se scrivere o se mantenere un minuto di silenzio. Perché la tragedia del 7 gennaio è entrata nelle nostre vite, nella nostra redazione, e le ha sconvolte.

Il nostro numero si sta chiudendo dopo l’attacco terroristico nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, gli assedi nel supermercato kosher e nella tipografia e la “grande” marcia repubblicana a Parigi.

Ci siamo scambiati decine di e-mail: passione, sconcerto, dolore. Ciascuno ha cercato di trovare un’interpretazione, secondo la sua vocazione: c’è chi ha avuto necessità di scrivere subito e chi ha preferito cercare di leggere la valanga di articoli che ci siamo scambiati; c’è chi ha portato la sua testimonianza di cittadino francese e chi ha allargato la riflessione ad altri gravi avvenimenti dei giorni scorsi; c’è chi si è interrogato su quali sono le vie per reagire ai “mali del mondo” e chi una risposta non solo non la sa trovare, ma non pensa neppure che possa essere cercata. È raro condividere con voi lettori quello che anima i discorsi della nostra redazione, eppure la pluralità di vedute è una risorsa preziosa soprattutto in un momento complesso ed estraniante come quello che stiamo vedendo.

È un modo per testimoniare la forza della diversità, che può portare la riflessione un passo oltre quello che il cuore e il pensiero di ciascuno riesce a individuare. Ed è curioso che, invece, in questi giorni abbiamo ascoltato molti commentatori sciorinare un preciso elenco delle «cose da fare»: la pronta condanna del massacro da parte delle comunità islamiche (peraltro poi avvenuta diffusamente), la necessità che il Papa commemori i cristiani perseguitati e non i vignettisti francesi, la sospensione di Schengen e via discorrendo. Forse è proprio questo l’aspetto più importante su cui riflettere: in un mondo che è inevitabilmente plurale, in cui convivono e si confrontano diverse culture, dovremmo cercare di spogliarci delle nostre certezze intransigenti e cercare di capire meglio il punto di vista e la sensibilità degli altri, pur senza tradire le convinzioni più profonde e difendere i valori.

Ed è anche un modo per rendere omaggio a una redazione − uomini e donne, vignettisti ed esperti, atei e credenti − che condensava tante differenze e tanto coraggio. Che era alle prese con le consuete incombenze editoriali quando qualcuno ha deciso di spezzare le loro matite, come numerose opere di disegnatori di tutto il mondo hanno raccontato in questi giorni. Un giornale e un piccolo oggetto della quotidianità come la matita sono diventati loro malgrado un simbolo, si sono riversati nelle piazze, hanno riempito i social network e le prime pagine dei giornali. Hanno smosso i cuori e agitato le coscienze, al di là di ogni diversità nella valutazione del loro orientamento culturale.

Possono essere una moda effimera, come dicono i cinici. Possono essere un simbolo debole, come scrivono gli anticonformisti. Possono rappresentare un impegno a buon mercato, come ritengono gli attivisti di lunga data. O forse, invece, sono un modo per non dimenticare: perché noi non dimentichiamo, perché voi non dimentichiate. Che alcune vite sono state prese, che degli uomini hanno preferito la violenza al confronto, che la convivenza è un processo dinamico e una sfida continua. Anche noi abbiamo il compito di non dimenticare, e di non far dimenticare, e per questo continueremo a confrontarci e a scriverne, a partire dal prossimo numero.


 
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