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 418 - I dieci comandamenti in prima serata

 

Benigni, ma non troppo

 

Due ore per due sere consecutive, con un solo attore in scena, senza scenografie, musiche e giochi di luce, che possano distrarre occhi e orecchi: ecco la ricetta per un indigeribile “mattone”, per l'infallibile progettazione di un flop televisivo.

Così non è stato: 9 milioni di spettatori la prima sera, 10 la seconda. La prima pagina, osannante o critica, su quasi tutti i giornali del mattino successivo. Autorevoli telefonate di assenso, tra cui quella del Papa. I Dieci comandamenti di Benigni hanno forato il video, toccato o forse, come è più plausibile, sfiorato cuori e cervelli, come l'archetto sfiora le corde di un violino per strappargli un suono. Merito delle “divine parole”? Merito dello straordinario attore, assorto nel ruolo, più che professionale, di “giullare di Dio”? Merito dell'innegabile fascino di un inconsueto saggio di oralità? Un mixer dei tre, con ogni evidenza. Ma è sul terzo che vogliamo fermarci, sfuggito ai più.

L'oralità è un'arte non solo erotica, ma pedagogica, diplomatica ed evangelica. Sull'oralità si è costruita la lenta inculturazione dell'uomo. Nell'oralità sono nati detti sapienziali e proverbi, i miti, i poemi epico-religiosi di tutte le civiltà dei cinque continenti. L'oralità ha dato ali e insegne persino a personaggi fondamentali del pantheon omerico e della corte celeste biblica: Ermes-Mercurio, angeli e arcangeli, annunciatori divini, araldi dalla lingua sciolta e dal gesto eloquente.

Per secoli e millenni il sapere e l'esperienza degli umani si è trasmessa, voce-orecchio-memoria-voce, di generazione in generazione. Gli antichi racconti e le antiche usanze sono cresciuti insieme al crescere e all'evolvere delle tribù e dei popoli, conservandosi e aggiornandosi ad un tempo, in sintonia col mutare delle civiltà, dei costumi e delle fedi religiose. Ricordare e attualizzare erano un tutt'unico per la cultura orale; l'interpretazione non era separata dal racconto, faceva corpo con esso; trasformandolo ne manteneva inalterato l'insegnamento, lo adeguava e rendeva operativo in ogni tempo, come se per ogni singolo tempo da sempre fosse stato formulato.

Benigni ha azzardato a suo rischio e pericolo il ritorno a questa modalità comunicativa e la cosa gli è riuscita in larga parte, anche se non in tutto. Non gli è riuscita, ad esempio, nell'introduzione narrativa sulla vita di Mosè e sul cammino di Israele fino alle pendici del Sinai. Riassunto vivace di un “epos”, trattato come storica vicenda, mentre è ormai noto a storici e biblisti che vicenda storica non è, ma modello di un possibile cammino di liberazione, rivelazione e autocoscienza comunitaria.

 

Dal Sinai al carro di Tespi

D'altra parte lo stesso mezzo televisivo, utilizzato da Benigni per realizzare il suo tentativo di dar voce e volto alle dieci parole della Legge, mentre gli facilitava la presa diretta con un pubblico vastissimo, anche gliela ostacolava. Non erano compagni di strada di un profeta o discepoli di un “rabbi” coloro a cui si rivolgeva. Erano spettatori da teatro e consumatori di dirette televisive e lui era un attore, fortunatamente un comico e un comico che aveva maturato l'arte della recita a soggetto, senza testo e battute scritte, ma preparate e memorizzate a senso per essere recitate a braccio con gestualità ora ironica ora enfatica, ora sapientemente improvvisata. Il che s'addice all'arte, che ha per motto Ars est celare (ma anche fingere) artem, nascondere e insieme rendere visibile ogni artificio. Il tutto condito con gestualità ed enfasi necessariamente scontate nei numerosi refrain, usati come pausa parlata e come risveglio d'attenzione del pubblico ad ogni variazione di tema e di comandamento: tutti “importantissimi e inauditi”, tutti di “straordinaria attualità e bellezza”, tutti portentosi come un celebre Elisir d'amore.

Chi ha lamentato una certa carica oratoria, una gestualità a volte burattinesca, una tendenza a sbordare dalle righe, già presente nella lettura-commento della Costituzione Italiana e a volte della Divina Commedia, coglie nel segno. È tipico di Benigni, che tra le righe non sa stare, saltellare tra il sopra e il sotto, mai arrendersi alla normalità. Ma chi giudica monodici i monologhi di Benigni, a fronte delle drammaticità dialettiche e conflittuali delle opere teatrali, classiche e moderne, sbaglia.

Qui non c'è scena, non c'è dramma, perché scena e dramma non possono esserci, non essendoci testo scritto con battute e controbattute, con dialoghi e contrasti, con sviluppo d'azione e trame narrative. Qui c'è solo il tentativo di trasmettere un antico messaggio, rendendolo attivo e attuale grazie al gioco delle sue interpretazioni di ieri e di oggi, riscattandolo da dogmatizzazioni obsolete, legate a una visione fissista e clericale della Scrittura, al trattamento sacrale e autoritariamente solenne della Legge.

Un attore comico, che volentieri assume i toni del buffone, per quanto debitamente acculturato, non sarà mai un gran predicatore da pulpito e già questo solo lo rende straordinario interprete delle parole “sante” (“altre”) più imbalsamate e soffocate dagli incensi del cattolicesimo. Un uomo, credente o non credente, che ama confrontarsi con le figure profetiche della storia, con le parole, che, nel bene e nel male, hanno dato forma laica e religiosa alla nostra visione della vita, non può che essere benigno con Benigni, a patto che Benigni non esageri. L'oralità ha grandi meriti, la comicità pure e i dieci comandamenti sono impagabili, come la Costituzione e come Dante, se messi in palinsesto... cum grano salis.

Aldo Bodrato

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