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Questo inizio di 2015 sta sottoponendo la costruzione europea a una serie di prove cruciali: dalle risposte che sapremo dare dipenderà il nostro futuro.

Innanzitutto la guerra alle nostre frontiere. A nord l’Ucraina, a sud la Libia, ad est il Califfato e la piaga sempre aperta della Palestina. Di fronte a queste evenienze la risposta europea non è adeguata. Un grande spazio politico ed economico qual è oggi l’Europa parla con voci diverse e dissonanti. E il vuoto è tanto più forte dinanzi al fallimento della politica degli Stati Uniti verso i paesi islamici. La difesa di regimi corrotti, elitari e oppressivi perché facevano comodo, alla lunga si è rivelata un boomerang e di fronte alla crisi di questa strategia l’unica risposta è stata finora quella militare, che ha però favorito solo l’estremismo islamista. Dopo il crollo dell’Urss gli Stati Uniti, rimasta l’unica potenza globale, hanno creduto di poter controllare l’intero pianeta, mostrando troppa fiducia nella propria forza e troppi interessi da difendere. Spetterebbe all’Europa colmare questo vuoto politico, svolgendo un’azione mediatrice, più equilibrata e saggia, attingendo dalla propria storia e dagli errori commessi nel secolo scorso. Ma tragicamente è in ritardo perché non ha una politica estera comune, come è dimostrato dalla mediazione tentata tra Ucraina e Russia, in cui invece di intervenire con l’unica voce del ministro degli esteri dell’Unione Mogherini, hanno parlato Merkel e Holland, mentre gli altri Stati stavano a guardare. Naturalmente il peso politico di questi interventi improvvisati è molto basso. Anche nella politica verso i paesi islamici e nel contrasto al Califfato ciascun paese va per conto suo, con Francia e Gran Bretagna che vorrebbero essere i primi della classe, ricordando forse il loro passato coloniale, e invece aumentano la confusione accumulando errori su errori.

L’altra sfida è quella della politica economica posta con forza dalla vittoria di Syriza in Grecia. Aldilà del contingente problema del debito e dell’inefficienza dello Stato greco, Tsipras pone un problema di fondo: se i paesi più forti, efficienti e ricchi usano l’Unione per aumentare il divario con quelli più deboli, non si potrà andare molto lontano. Che chance ha l’industria greca contro quella tedesca? E la sua agricoltura in confronto a quella francese? La Grecia aveva un solo strumento a disposizione (ma il discorso con piccole variazioni vale anche per quasi tutti i paesi mediterranei dell’Unione): la svalutazione progressiva della propria moneta per rendere più competitive le proprie merci, manovra ormai impossibile con l’euro. Resta il turismo, risorsa importante, ma assolutamente insufficiente. Senza un progetto economico comune che ridistribuisca lavoro, risorse e redditi tra paesi forti e paesi deboli, l’Unione non sta in piedi. Ai popoli dei paesi più ricchi può sembrare un sacrificio eccessivo, che intacca i loro interessi fondamentali senza contropartite; ma questo è un grave errore di prospettiva, lo stesso che ha fatto la Lega Nord in Italia: se i paesi del sud Europa non sono più in grado di acquistare i prodotti del nord a chi li venderanno questi ultimi?

Si dovrebbe anche parlare del terrorismo e della continua pressione di migranti che lasciano in mare sempre più persone, a cui l’Unione non è in grado di dare risposte adeguate, ma dovremmo constatare la stessa mancanza di progetto politico, coordinamento, volontà unitaria (e nel caso dei migranti anche di umanità).

Molti nodi stanno venendo dunque al pettine, la situazione si degrada di giorno in giorno, mentre il ritardo accumulato è già molto grande. Non si può perciò più temporeggiare: o si rilancia l’Unione, avviandoci a una federazione con poteri reali agli organi comunitari e una politica estera ed economica lungimirante e unitaria, o inesorabilmente l’Europa arretrerà consumando fino in fondo la sua decadenza e mettendo anche a rischio l’equilibrio mondiale.


 
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