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 420 - “COME STAI? TUTTO BENE”

 

ESISTE SOLO CIÒ CHE È “NARRABILE”?

 

«È infinitamente più facile soffrire comunitariamente che soffrire in solitudine, infinitamente più facile soffrire nel corpo che nello spirito». Queste affermazioni di Bonhoeffer (Resistenza e resa, Paoline 1988, p. 71) dovrebbero essere imparate a memoria e appese al muro da chi tende a dimenticare, a rimuovere, ciò che significa sofferenza in solitudine e sofferenza nello spirito. Ma bisognerebbe aggiungere: «È infinitamente più facile soffrire quando possiamo narrare la nostra sofferenza».

 

 

«Come stai?»

«Come stai? Tutto bene?». È relativamente facile rispondere a tale domanda quando gli eventuali problemi consistono in disturbi di salute. Posso enumerare sintomi, diagnosi e terapie. E, pochi giorni dopo, aggiornare l’interlocutore sugli ultimi sviluppi. Una situazione simile si presenta anche quando si hanno problemi economici e in caso di mancanza o precarietà di lavoro. Certamente in tali casi si hanno situazioni dolorose e drammatiche. Ma sono drammi personali, famigliari o collettivi che possono essere narrati, discussi. Ci sono associazioni, sindacati che consentono forme di lotta. E l’interlocutore si dichiara pronto a solidarizzare e può essere in grado di fornire consigli. E se invece non ho particolari problemi di salute, di soldi o di lavoro, me la cavo col solito «Bene, grazie, e tu?» oppure «Eh, si tira avanti…».

Ma se il mio spirito è distrutto da un dolore atroce, da una sofferenza che dura da anni, da decenni, devo fare finta di niente e rispondere con le ripetute banalità? Oppure espongo il problema con le medesime espressioni con cui l’avevo descritto tre mesi fa, un anno fa, tre anni fa? E che può fare chi mi ascolta? Emettere un sospiro, battere la mano sulla spalla… Ci sono moltissime persone che passano decenni in uno stato di grave depressione. I farmaci possono portare solo miglioramenti temporanei. Non si lamentano neppure. Coloro che li assistono possono solo dire: «Vorrebbe stare sempre in casa. No, no, non provate ad andare a trovarlo. Non vuole vedere nessuno!». E così spesso succede per malattie croniche gravemente invalidanti, malattie per cui gli eventuali miglioramenti risultano molto lenti, come nel caso dell’autismo. «Il bambino dice qualche parola?». La risposta è sempre maledettamente eguale: «No», anche quando il bambino sarà diventato ragazzo, uomo. Anche per quanto riguarda l’Alzheimer, si ha una tragica ripetizione. L’unica “novità” sarà la morte.

 

Una monotona solitudine

La stessa monotonia nelle risposte si riscontra quando ci si addentra in problemi affettivi. Può capitare che, in certi periodi, la persona cerchi ancora di lottare contro la prospettiva di una rottura in famiglia, di un fallimento nella costruzione di rapporti basati su sentimenti di rispetto, di simpatia, di complicità, di amore. Può trattarsi di rapporti di coppia, ma anche di problemi tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici. Quando la situazione risulta ancora in fieri, la narrazione può risultare ancora ricca di suspense. Ma spesso si arriva a un punto in cui la solitudine affettiva risulta consolidata e le speranze di superarla sempre più scarse. Anche l’astinenza sessuale, il destino di coloro che «sono eunuchi dal ventre della madre» oppure «sono stati resi eunuchi dagli uomini» (Matteo 19,12) difficilmente potrebbe essere oggetto di un racconto. «Passioni sfrenate, tradimenti, violenza, tenerezza»? No, c’è solo il nulla.

Gli aspetti della solitudine possono essere diversi. Molto spesso la “coppia” è formata da due solitudini, con un’atroce e beffarda ripetizione di rituali quotidiani. E, anche in questo caso, non c’è nulla da raccontare. La reazione al «Come stai?» è sempre noiosamente la stessa: «Sono solo, sono sola». E anche in romanzi, film o telefilm, un’eventuale iniziale solitudine viene interrotta da un incontro folgorante. Oppure tutto finisce in tragedia. E le tragedie sononarrabili, rappresentabili. Ma una solitudine senza fine non è prevista in nessun copione.

In ogni caso le persone sole trovano serie difficoltà a descrivere la loro solitudine affettiva. Il massimo del risultato raggiungibile è andare d’accordo con se stessi. Questo è narrabile solo se si è dotati di una notevole capacità di introspezione. Ma non è un modo di esistere che possa accordarsi con quello che è caratteristico della natura umana. «Non è bene che l’uomo sia solo, non è bene che la donna sia sola» (Genesi 2,18).

 

Una lunghissima “crocifissione”

Ci si può domandare quale sarebbe stato l’annuncio evangelico se Gesù di Nazaret, invece che alla pena di morte per crocifissione, fosse stato condannato a remare in catene su di una nave romana, morendo di stenti dopo lunghi anni di torture. Avrebbe sofferto molto di più. Ma questo tipo di “passione” non poteva essere narrata.

Ma siamo davvero sicuri che la sofferenza di Gesù si sia concentrata solo nell’ultimo periodo della sua vita? Occorre porci molte domande. Perché ha lasciato Nazaret? Perché fin da ragazzino cercava qualcosa al di fuori della famiglia? Perché i suoi parenti (Marco 3,21) dicevano:«è fuori di sé» (exéstē)? Perché non vuole ricevere i suoi fratelli e sua madre (Marco 3,31-35)? Perché quando osa tornare a Nazaret i suoi compaesani non solo lo rifiutano, ma, secondo Luca 4,29, «lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio»? Lo sfracellamento mediante precipitazione da una roccia era una forma di esecuzione (2 Cron. 25,12). «il monte» non corrisponde alla situazione geografica reale di Nazaret. Luca forse vuole creare un legame tipologico tra il tentativo di linciaggio e la crocifissione finale. Entrambi si svolgono «fuori dalla città» (cfr. Ebrei 13,12 e la morte di Stefano, Atti 7,58). Così come «nel deserto»sarà cacciato il capro caricato dei peccati di tutta la comunità (Levitico 16,21-22).

«Neppure i suoi fratelli credevano in lui» (Giov. 7,5). I suoi fratelli (o cugini, in questo caso il termine è irrilevante) che erano vissuti con lui per decenni in Nazaret! Ma da quella città «può mai venire qualcosa di buono?» (Giov.1,46). «Possiamo tener conto, poi, del fatto che gli ammonimenti indirizzati dal Gesù storico ai suoi discepoli sulla sofferenza per la perdita dei legami familiari potevano riflettere la sua stessa triste esperienza» (Meier, Un ebreo marginale, vol. III, Queriniana 2001, p. 106).

Da quasi un secolo gli storici tendono ad abbandonare una visione della storia basata su grandi avvenimenti, su personaggi famosi. Si cerca di scoprire, dietro la cosiddetta Grande Storia, una storia di milioni, di miliardi di esseri umani di cui finora non si è mai detto nulla. E si cerca di fare “parlare” il silenzio, domandandosi soprattutto il «perché» di questo silenzio. Si tratta di denunciare «lo scandalo che dura da diecimila anni» (Elsa Morante). Analogamente, per quanto riguarda i Vangeli, è più eloquente il silenzio del finale marciano («e non dissero niente a nessuno») rispetto alle apparizioni di Gesù risorto, narrate negli altri Vangeli. Allo stesso modo ci può parlare il silenzio dei primi trent’anni della vita di Gesù. Un silenzio che probabilmente nasconde e rivela un lungo dolore, un profondo travaglio.

«Nazaret è l’identificazione con Dio che passa per lo più inosservata e proprio perciò rivelazione clamorosa… un’identificazione con l’umanità perduta e sperduta, irriconoscibile e dimenticata» (Sequeri, Charles de Foucauld, il Vangelo viene da Nazaret, Vita e pensiero 2010). E dai pochi indizi lasciati nei Vangeli potremmo anche dire: «identificazione con l’umanità quotidianamente crocifissa, con coloro che portano «la loro croce ogni giorno (kathēméran, Luca 9,23)».

Dario Oitana

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