il foglio 
Mappa | 43 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  documenti
 420 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 9

 

Lettere

Difendere l'umanità che sta in noi

 

Ho letto il “dossier” del foglio 219. Mi è piaciuto il pezzo di Bodrato, ricco e stimolante, anche se mi trovo più vicino a posizioni come quella di Peyretti, sia pure per ragioni diverse dalla sua. Sono un insegnante di liceo e ho colto, nella discussione con alcuni miei ex studenti, il bisogno di condannare «senza se e senza ma» la violenza, dovendo però giustificare, anche, un certo imbarazzo per alcune vignette. Mi sono rivolto, dunque, nel mio piccolo, a uno specimen dei cittadini europei cui ho fatto da educatore per aiutarli a ragionare sul termine "libertà", in un contesto nel quale si parlava non della violenza, ma dei confini della satira. Ho perciò argomentato con loro l’idea che sarebbe utile fare una distinzione a questo riguardo, perché formule come "jesuischarlie" sono diventate quasi ossessive. Naturalmente l'ossessione significa che c'è qualcosa che ci turba, c'è un nodo che fatichiamo ad appianare. Il "passare il limite" di Hebdo e la "libertà di espressione che non deve conoscere confini" stanno probabilmente su due piani diversi. Non faccio quel distinguo ai funerali, in una manifestazione "jesuischarlie", quando si deve prendere posizione nel rapporto tra libertà di espressione e il tappare la bocca con le armi (o con la censura). La faccio a bocce ferme e con degli exallievi.

La libertà di espressione, cioè il diritto a non essere censurati per (quasi) nessuna opinione, è un diritto, appunto, un fatto giuridico. Con esso si difende un valore, la libertà di parola, e si risolve un problema pratico, quello della censura. Può darsi che ci siano cose che sarebbe meglio non dire, ma il problema della censura è che per farla bisogna stabilire dei criteri, e già per fare questo si entra in un ginepraio. In seconda battuta, c'è sempre il rischio che qualcuno prenda la possibilità di censurare e ne allarghi le fattispecie in modo arbitrario. Insomma, meglio non creare la fattispecie giuridica, il precedente (anche se ci sono dei "ma". Con la libertà d'espressione non si può commettere un reato, come, che so, l'istigazione all'odio razziale. Di fatto, però, condannare per questo reato è assai difficile, il confine fra reato e "reato d'opinione" è sempre molto difficile da stabilire. Prova ne sia la totale impunità di gente come Borghezio o Calderoli. Dunque le cose non sono così semplici, ahinoi).

Il passare il limite di Hebdo non sta su un piano giuridico (sul piano giuridico nessuna vignetta di Hebdo dovrebbe essere censurata), ma politico, etico, e direi anche estetico. Sono piani legalmente meno cogenti di quello giuridico, ma non meno importanti. Piano estetico: la satira è un genere letterario, ha dei codici. Non c'è nessun tribunale che possa stabilire quali questi codici siano e vincolare ad essi tutti gli artisti. Personalmente penso, ma non è un'opinione solo personale, è un'idea diffusa, che la satira mostri il mondo da una prospettiva inedita, capovolta, spiazzante, che lasci divertiti o stupiti, a volte irritati, per la sua arguzia, intelligenza, capacità di mobilitare il pensiero. La vignetta della Trinità di Hebdo non faceva nulla di tutto ciò, si limitava a sbeffeggiare, e in modo piuttosto volgare e offensivo anche per uno come me che non è credente, la religione. Penso che ci potremmo domandare se ci troviamo davvero di fronte a della satira, o se sia altro. Il che, ripeto, nulla ha a che vedere con la censura o con il diritto di chicchessia di reagire. Piano politico, quello che per me è il più qualificante, perché vale per il futuro, soprattutto. La Francia è un paese in difficoltà, non da ieri: banlieues in rivolta, immigrati di seconda o terza generazione che si riappropriano di identità etnico-religiose anguste e radicali, attentati a luoghi della cultura ebraica, Front national in crescita preoccupante, ecc. In questo clima, bisogna sforzarsi di difendere difendere difendere l'umanità che sta in ciascuno di noi. Nell'umanità stanno anche i bisogni, le fragilità, le fedi... la religione ne fa parte. Rispettare le religioni e il loro valore antropologico è fondamentale. Irriderle in quel modo non aiuta, denota, invece − e so che oggi è molto difficile dirlo, perché sappiamo cosa è successo a chi lo faceva − un'idea di Ragione laica che si erge a giudice della storia e che sancisce che ormai fede e religione son cose vecchie e ridicole e si sente autorizzata a prenderle per il culo. Se esprimere questa opinione è libertà (io non lo credo, ma sono disposto volterrianamente a difendere il diritto di esprimerla: deciderà chi vuole esercitarla, quella libertà, non io per lui), be', penso che oggi in Francia sarebbe il caso di non esercitare quel diritto, in quella forma. Altrimenti è una libertà autistica, orgogliosa solo di essere libera, ma incapace di guardare a quello che le sta intorno che oggi le chiedo altro, umiltà, ascolto, sguardo curioso sull'Altro, persino sulla religione, cosa non ridicola.

Ho pensato che questa distinzione possa aiutare i miei studenti a uscire da questo piccolo impasse. E a sentire che potevano serenamente dire che quanto era successo era orribile, senza dover tentare giustificazioni: perché si trattava di due problemi del tutto diversi.

Infine, mi è capitato di osservare che dei morti, in quanto tali, e della nostra fragilità, del fatto che una violenza improvvisa e cieca può spazzarci via e in quel modo, abbiamo smesso di parlarne dopo poche ore. I morti sono diventati simboli e sulla difesa di quel simbolo si sono scritti ormai fiumi d'inchiostro. È comprensibile. L'orrore non è dicibile.

Roberto Siena

 

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 430 - Vita mutatur, non tollitur 
 :: 430 - Memoria 
 :: 428 - Lettera ai redattori e agli amici de il foglio / 2 
 :: 427 - Ai lettori e agli amici de “il foglio” 
 :: 420 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 9 
 :: 420 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 8 
 :: 420 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 7 
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 2 
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 6 
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 5 
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 4 
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 3  
 :: 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 1 
 :: 415 - Reportage dalla Tunisia 
 :: 364 - ARGENTEUIL, DALL’IMPRESSIONISMO ALLA VIOLENZA 
 :: 345 - ESPERIENZA DI GRUPPO 
 :: 340 - LETTERA 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml