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 421 - 1943-1945

 

È possibile «rivivere» la Resistenza?

 

Leggiamo testi, consultiamo documenti, osserviamo filmati. Ma sarà mai possibile calarci nella mentalità dell’epoca, rivivere le stesse emozioni di coloro che vissero e lottarono, settant’anni fa? Più cerco di documentarmi, più constato l'impossibilità di capire fino in fondo gli avvenimenti drammatici degli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale, in particolare in Italia. Mi è stato d'aiuto leggere il testo di Ongaro Resistenza nonviolenta 1943-1945, Emil 2013. L'autore sostiene che per lungo tempo resistenza significò «resistenza armata». Solo recentemente l'attenzione si è concentrata anche su aspetti "nonviolenti" della resistenza. Ma un simile approccio provoca una serie di punti interrogativi. Aggiungo che ho anche consultato di Giorgio Bocca La repubblica di Mussolini, Laterza, 1978 e di Deakin, Storia della repubblica di Salò, Einaudi 1963.

 

Nonviolenza, “bontà”, "eroismo", "opportunismo"

Giustamente l’autore cita l’aiuto fornito dalla massa della popolazione a soldati in fuga e a soldati deportati dai tedeschi. Erano poveri ragazzi, perlopiù lontani dalle loro famiglie, che cercavano abiti borghesi per evitare la cattura da parte dei tedeschi. Come non identificarsi in genitori e parenti di questi fuggiaschi, sperando che altri facessero la stessa cosa coi propri figli? Era una “resistenza” o un semplice atto di affetto che poteva manifestarsi in qualsiasi altro aiuto a un bisognoso? E lo stesso gesto di solidarietà umana consisteva nel porgere un po’ d’acqua agli infelici chiusi in vagoni diretti in Germania. O nel raccogliere lettere che i soldati gettavano dalle piccole aperture dei vagoni, messaggi da spedire alle loro famiglie. Chiunque fosse dotato di un minimo di carità cristiana era portato a compiere questi atti nei confronti di chi si fosse trovato in difficoltà. Ma in genere, questi gesti di generosità non comportavano rischi.

Gravi pericoli correvano invece coloro che ospitavano e nascondevano gli ex prigionieri alleati e gli ebrei. Anche chi stampava e diffondeva pubblicazioni clandestine poteva essere arrestato e fucilato. Occorre tuttavia ricordare che non era difficile ottenere informazioni "alternative". Anche un bambino di otto anni poteva sintonizzarsi su radio Londra e sulle radio dell'Italia liberata. Era ufficialmente proibito, ma tutti lo facevano.

Un fatto che giustamente è stato giudicato come "resistenza nonviolenta", è costituito dagli scioperi, in particolare nella primavera del 1944. Si minacciava la pena di morte e, quando potevano, i nazifascisti arrestavano e deportavano. Ma occorre aggiungere che si trattava spesso di scioperi un po' diversi da quelli di oggi. La direzione delle fabbriche li favoriva e si serviva di questa "minaccia" al fine di affrettare il pagamento di grossi arretrati per la produzione bellica. E si prestava obbedienza formale da parte di industriali e operai nei riguardi della legge sulla socializzazione, sbandierata come vera giustizia sociale. Bisognava dire sì alla legge, lodarla e renderla inattuabile.

Il senatore Agnelli, nelle sue direttive a Valletta e all'intera industria piemontese, così si esprimeva: «Contrarre la produzione senza scendere sotto il minimo tollerabile e aiutare i partigiani, sia assumendoli, sia finanziandoli in larga misura». Bocca così commenta: «Sulla larga misura si potrà discutere ma questa è la linea padronale in cui non è facile capire dove finisca l'opportunismo e dove cominci la solidarietà».

 

Scelte difficili e contraddittorie

Molti fascisti "repubblicani" appaiono più feroci dei nazisti nel combattere i "ribelli". Ma ci sono anche i romantici, gli onesti, gli illusi, gli imprevedibili. Concetto Pettinato era antitedesco e di opinioni liberali. Ma, dopo l'armistizio, lasciò il suo rifugio sicuro in Svizzera per mettersi al servizio della repubblica dirigendo «La Stampa». Altri non si erano mai iscritti al partito fascista negli anni del consenso. Ora diventano fascisti repubblicani dichiarando: «Non sopporto il tradimento». Edmondo Cione era stato arrestato per antifascismo nel 1940 e spedito al confino. Ora, col consenso del duce, fonda il Raggruppamento Repubblicano Socialista, finto partito di opposizione. Nicola Bombacci, uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia nel 1921, viene ora ricevuto spesso da Mussolini e così scrive sul «Corriere della Sera»: «È Roma e non Mosca che darà all'Europa e al mondo la nuova epoca, quella del trionfo del lavoro». Pagherà con la morte la sua scelta.

Alcuni sono incerti, fino all'ultimo. Dario Fo si arruola volontario nell'esercito fascista repubblicano. Mio cugino: prima partigiano, poi militare di Salò. Secondo la sua testimonianza, mentre era di pattuglia in montagna, incontrò un gruppo di partigiani. In lontananza, si scambiarono questo saggio messaggio: «Noi andiamo di qua, voi di là. Non ci siamo visti». Per fortuna accadeva anche questo. Lo stesso Mussolini, mentre rimaneva fedelissimo a Hitler (né poteva comportarsi diversamente) non era più il capo carismatico e indiscusso degli anni Trenta. Esistevano diversi "fascismi" in conflitto tra di loro.

È significativa la sua solenne presa di distanza dagli "estremisti" nel discorso al teatro Lirico a Milano il 16 dicembre 1944: «Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale».

E quale fu la sorte dei militari che, catturati dopo l'8 settembre, furono trasportati in Germania? La maggioranza decise di non aderire alla Repubblica Sociale. I motivi furono in gran parte l'attaccamento al Sovrano, l'odio verso i tedeschi e i fascisti. Altri motivi, secondo Ongaro, si possono individuare nella speranza che la guerra fosse prossima a finire, nella stanchezza fisica e psicologica. E fra coloro che accettarono di essere inquadrati nelle divisioni dell'esercito di Salò, parecchi disertarono appena giunti in Italia. Nell'ottobre del 1944, il regime emanò l'ennesima amnistia e parecchi si presentarono ai distretti. Al relativo successo del provvedimento contribuirono, secondo Ongaro, i rigori della stagione. Ma i nuovi arrivati non furono impiegati come veri militari ma nei "battaglioni del lavoro obbligatorio".

 

Un ambiguo desiderio di pace

Desiderio di pace che è desiderio di sopravvivere, di arrangiarsi. Secondo Bocca (che cita Graziani, dandogli ragione), «quelli che realmente parteciparono (alla RSI) furono quelli che vollero partecipare. La possibilità di esimersi l'avevano tutti assolutamente. Noi non avevamo polizia. I carabinieri erano in sfacelo al nord. Chi voleva se la squagliava, saltava dai treni». Queste dichiarazioni, esagerate ma non troppo, trovano conferma in una allarmata denuncia di Concetto Pettinato su «La Stampa» del 21 giugno 1944: «Capita che dei giovani si presentino ai distretti per farsi vestire e ventiquattr'ore dopo se la battano dichiarando cinicamente ai loro stessi superiori di essere venuti solo per pigliarsi il corredo e le scarpe del governo».

Mussolini aveva proclamato nel citato discorso di Milano: «Difenderemo con le unghie e coi denti la valle del Po». Pochi giorni dopo scriveva alla Petacci: «Le unghie non ci sono, i denti ancora meno».

C'era un grande desiderio di farla finita con la guerra, desiderio che per lo più si esprimeva concretamente nel «Si salvi chi può». Si direbbe che tutti erano lontani dalla problematica "violenza-nonviolenza". Si voleva la pace e basta. Si voleva la pace per vivere da esseri umani, senza fame e senza terrore. Quando finalmente, alla fine di aprile del 1945, avvenne la liberazione non ci si liberò dalla violenza, anzi.

Volutamente non ho consultato i testi di Pansa e di Vespa, che forniscono notizie di stragi raccapriccianti. Per quanto riguarda Torino, i dati più attendibili sono quelli forniti dalla questura. Circa un migliaio di fascisti veri o presunti, uccisi in pochi giorni (Storia di Torino, Einaudi, vol. VIII). Per la maggioranza non si tratta di fascisti che sparavano dalle finestre, i cosiddetti cecchini. Si tratta di esecuzioni sommarie, talvolta di pura vendetta nei confronti di persone colpevoli di essere fasciste. Come di una giovane donna rapata a zero, fucilata a Porta Nuova, davanti a tutti. Secondo Bocca i fascisti uccisi a Milano furono 3000, 12-15mila in tutta l'Italia del Nord.

Chi scrive ha assistito, in corso Stati Uniti (allora Duca di Genova) alla fucilazione di un presunto fascista. Ho potuto osservare che il sangue gli usciva copioso dal corpo e scorreva sull'asfalto. Ho assistito all'esibizione del cadavere del federale Solaro. Un partigiano agitava una corda. Sembra sia stata spezzata al primo tentativo di impiccagione. Ho sentito di una signora di una certa età fucilata vicino al Mauriziano. Qualcuno si chiedeva se davvero si trattasse di una fascista. Ho assistito in corso Re Umberto angolo via Colombo a una sparatoria tra alcuni partigiani e un cecchino che sparava da una finestra. Che fine avrà fatto quel disperato? Se un bambino di otto anni ha potuto assistere nel giro di due o tre giorni a simili orrori, probabilmente la cifra di mille fornita ufficialmente risulta errata per difetto.

Ma nessuno protestava, nessuno cercava di difendere i malcapitati destinati a morire.

Il clima di violenza aveva contagiato i nostri cuori. Anche Ongaro ammette che ci siano stati «episodi tristi ed esecrabili, oltre che sterili, che hanno lasciato un'eredità di rancore». Ma sia coloro che minimizzano le stragi di fascisti, sia coloro che le enfatizzano, trascurano un fatto. Non solo come ritorsioni e vendette, ma in ogni campo, nel dopoguerra la violenza dilagava.

L'Italia era percorsa da bande di delinquenti, talvolta veri eserciti: Giuliano, La Marca, la banda del Bracco e tante bande più piccole, composte da "solo" poche decine di persone. Anche la gente "comune" era tentata di linciare un ladro di biciclette. Non possiamo separare la violenza politica da altri tipi di violenza. Possiamo solo provare una piacevole meraviglia constatando che il passaggio alla repubblica democratica e la stesura della Costituzione siano avvenute in un clima relativamente pacifico.

Dario Oitana

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