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 422 - A 100 ANNI DALL’INGRESSO NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

Il fango e la vergogna

 

C'è da augurarsi che l'ormai prossimo 24 maggio, che segna il centenario dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale, non dia la stura alla retorica che ha investito quella tragedia per un intero secolo. In un recente libro di Aldo Cazzullo, ben costruito e di facile lettura, che pure ci documenta aspetti dimenticati del grande orrore (La guerra dei nostri nonni, Mondadori 2014), se ne ritrova ancora traccia, dove è detto che «fu la prima sfida dell'Italia unita e fu vinta... (Essa) dimostrò di non essere più un nome geografico ma una nazione». In sostanza, il compimento dell'epopea risorgimentale, peraltro giustamente rivisitata e ridimensionata in occasione del recente centocinquantenario. Era quello l'unico modo per rinsaldare un'unità che appariva precaria ad oltre 40 anni dalla presa di Roma? Forse no, se si pensa che ha unificato di più la televisione senza ammazzare nessuno e imponendo una lingua che fino agli anni ‘50 non era affatto di uso comune. Oppure se si pensa all’arretratezza in cui versava la scuola, trascurata dai governi postunitari, scaricandone il peso sui comuni, spesso privi di risorse. Nel 1915 in Germania e in Gran Bretagna l'analfabetismo era debellato, da noi persisteva con percentuali assai alte e al fronte molti soldati non capivano gli ordini, non avendo mai sentito parlare italiano. Anche il quadro politico non era così chiaro: molto di ciò che si ottenne con la guerra si poteva ottenere con la neutralità: sicuramente il Trentino, forse Trieste e le coste dell'Istria abitate da italiani. Non l'interno sloveno e nemmeno il Sudtirolo austriaco, da noi chiamato Alto Adige. Ma in questi casi chi erano gli irredenti? Comunque sia, si trattò di un'aggressione, aggravata dalla denuncia solo 21 giorni prima dell'alleanza (a dire il vero un po’ deteriorata) che ci legava dal 1882 all'Austria e alla Germania. Non per nulla il contrattacco austriaco della primavera del 1916 fu chiamata spedizione punitiva.

 

Sangue da versare, degli altri e nostro

La scelta neutralista si sgretolò abbastanza rapidamente, a partire dall'atteggiamento prevalente dei partiti socialisti, la cui pregiudiziale internazionalista, purtroppo, si sciolse quasi dovunque come neve al sole. Niall Ferguson (Il grido dei morti, Mondadori 2014), in un ampio saggio in cui esamina il conflitto nella dimensione internazionale, riferisce che alle elezioni del 1912 i socialdemocratici tedeschi ottengono il 34,8% dei voti contro il 13,6 dei liberalnazionalisti, mentre uno dei massimi teorici dell'Spd, Karl Liebknecht, sosteneva che l'esercito tedesco era un Giano bifronte: strumento per lo sviluppo all'estero degli interessi capitalistici e mezzo per controllare, all'interno, la classe operaia.

Non solo politici, generali, imprenditori e affaristi di ogni risma caldeggiarono sempre più insistentemente la scelta bellica, ma anche molti intellettuali a partire da Gabriele D'Annunzio, le cui posizioni, rilette ora, fanno seriamente dubitare della sua sanità mentale. Il 21 maggio, dopo il voto del Parlamento a favore della guerra, così ad esempio commenta: «In ciascuno di noi arde il giovanile spirito dei due cavalieri gemelli che guardano il Quirinale. Essi scenderanno stanotte ad abbeverare i loro cavalli nel Tevere... prima di cavalcare verso l'Isonzo che faremo rosso del sangue barbarico». Sete di sangue degli avversari, ma anche di quello italiano: «L'uccisione comincia, la distruzione comincia. Tutto il popolo è pieno di vene, è pieno di sangue... Anche noi non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare». Non da meno furono Giovanni Papini, le cui idee sulla guerra (e sulla donna) non val la pena riportare tanto sono abiette, e molti altri letterati e artisti di prim’ordine, soprattutto i futuristi Balla, Depero, Sironi, Russolo. Antonio Sant’Elia e Carlo Erba caddero in battaglia, Boccioni morì durante un’esercitazione, Soffici e Marinetti furono feriti. Quest’ultimo, il peggiore dei cattivi maestri (secondo Tabucchi nel romanzo breve Sostiene Pereira rimasto fascista fino alla Repubblica di Salò), morì nel dicembre 1944 quando, riferisce lo storico Angelo D’Orsi, pare stesse trattando per un salvacondotto in Svizzera. Parecchi giovani emigrati in altri paesi europei e nelle Americhe, alla seconda generazione e forse già integrati, rientrarono in Italia per andare volontari al fronte, come ricorda una lapide sui muri della Prefettura in Piazza Castello.

 

5440 soldati senza volto da nascondere

600.000 morti, un milione di feriti, di cui 500.000 mutilati, muti, sordi e impazziti a decine di migliaia. 5440 sfigurati, persone che avevano perso il volto, ossia ciò che abbiamo di più caro per la nostra identità: provocavano raccapriccio, perciò furono tolti dalla circolazione, confinati in qualche ghetto e dimenticati da tutti. Ce li ricorda solo qualche artista come Otto Dix che, in una sua opera, usa il collage per alludere «agli uomini malamente ricostruiti» (Cazzullo, op. cit., p. 183). E poi le decimazioni volute da Luigi Cadorna con una sua direttiva del novembre 1916. I soldati uccisi per futili motivi come Alessandro Ruffini, ricordato da una lapide a Noventa Padovana, il cui comandante gen. Antonio Graziani diceva: «Io dei miei soldati posso fare ciò che voglio» (in un rinnovato jus vitae ac necis).

Così al fronte. Resta insuperato in proposito il resoconto di Emilio Lussu Un anno sull’altipiano. Ma cosa avviene nelle retrovie e nell’intera società italiana? Scatta un apparato repressivo di dimensioni mai viste, in quanto «la disciplina non poteva essere impostata su un consenso motivato, ma doveva ricorrere alla minaccia e all’impiego rapido e deciso della repressione violenta contro ogni accenno di fuga e di rivolta» (Rochat − Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943 Einaudi 1978). 870.000 denunce, 100.000 sentenze (oltre 200.000 secondo altre fonti), 4028 condanne a morte di cui 729 eseguite, 10.000 condanne per automutilazioni. La maggior parte delle denunce partiva dai carabinieri, ma non era raro che anche i commilitoni facessero la spia, come testimonia un caso esemplare riportato da Gianni Oliva (I carabinieri. 1814-2014, duecento anni di storia, Daniela Piazza editore 2014). Quattro giovani aspiranti ufficiali degli alpini, in una casa privata di San Eusebio di Bassano, nelle immediate retrovie commentano la rotta di Caporetto. Tutti fanno discorsi patriottici, meno uno che va controcorrente. Allo scoppio della guerra, quantunque nato e residente in Germania, dove faceva il cameriere sui transatlantici, aveva ritenuto suo dovere rientrare in Italia. Ora però afferma che la guerra è ingiusta e che gli italiani hanno fatto male a sottovalutare i tedeschi. I colleghi lo contraddicono ed egli rincara la dose: «Ho piacere che abbiano sfondato le linee, magari arrivassero a Milano…». Vanno a denunciarlo ai carabinieri. Cinque giorni dopo il tribunale militare lo condanna per tradimento alla fucilazione alla schiena. La condanna viene eseguita nella stessa giornata. Del resto il bando di Cadorna del 28 luglio 1915 si era espresso in termini molto generici, così da lasciare ampie possibilità di intervento alle autorità militari e giudiziarie: «Sono punibili tutte le espressioni… di denigrazione delle operazioni di guerra, di disprezzo e di vilipendio per l’esercito… e altresì la diffusione di notizie per le quali possa essere comunque turbata la tranquillità pubblica». E lo stesso generale aveva commentato che «solo la pena capitale può avere effetto esemplare» (Oliva, op. cit., p. 215).

 

Poi, non ci siamo fatti mancare nulla

A un secolo di distanza resta urgente scavare nelle memorie dimenticate delle molte vittime cadute sul fronte interno e procedere invece a qualche damnatio memoriae, ritardata dalla retorica ufficiale, a partire dai crudeli e inetti comandi militari e ai responsabili di governo che li nominarono fino al monarca allora regnante. E ciò senza nulla togliere all’impegno di chi si batté con lealtà e coraggio nell’inutile strage. Valore riconosciuto dallo stesso avversario nei volantini che piovvero sulle truppe italiane, in rotta dopo Caporetto. Riferendosi a Cadorna che aveva parlato di «ignobile tradimento di alcuni reparti, che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno», il testo austriaco diceva che Cadorna «ha l’ardire di accusare il vostro esercito che tante volte si è lanciato per ordine suo a inutili e disperati attacchi… Il nemico stesso non vi negò la stima dovuta ad avversari valorosi… E il vostro generalissimo vi disonora, vi insulta per discolpare se stesso».

Stupisce francamente che poco più di vent’anni dopo questi avvenimenti si potessero leggere sui muri di molte case frasi come questa, che ancora riappare, cancellata da una frettolosa mano di calce, al primo piano di una cascina in alta valle Susa:«La forza delle nostre armi è indubbiamente grande, ma ancora più grande è la decisione dei nostri cuori. Mussolini». Non stupisce invece che il governo fascista abbia continuato una linea di aggressione ad altri popoli che partiva da lontano e questa volta non facendosi mancare nulla: dall’invasione dell’Etiopia all’occupazione militare dell’Albania, alla dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, alla tentata invasione della Grecia, per giungere all’apertura delle ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti. Quest’anno cade anche il settantennio dalla fine della lotta di liberazione e della seconda guerra mondiale. È bene che tutti ricordiamo com’è andata a finire.

Pier Luigi Quaregna

 

Sullo stesso tema leggi anche la recensione di Massimiliano Fortuna a p. 6. E rimandiamo anche all’articolo di Claudio Belloni uscito sul foglio 413 dedicato a un argomento ancora poco studiato: lo ripubblichiamo in evidenza sul sito: www.ilfoglio.info.

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