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 421 - Dialogo con l'islàm / 1

Conoscersi per convivere

Un dato positivo, perché impegnativo ma fecondo, oggi, con le grandi migrazioni, è la coabitazione, la necessaria convivenza, in Europa, di diverse culture sugli stessi territori. Nei secoli passati, culture e religioni erano fatti geografici, come il clima e la longitudine. Si era di quella religione perché si nasceva lì. Sociologia e collettività prevalevano normalmente sulla cultura e la coscienza personale. Oggi, oltre il lascito nativo e tradizionale, è molto più possibile la scelta personale, anche mediante conversione. Questo è un grande fatto, di valore umano e spirituale, di libertà interiore.

Perché le culture profonde (religioni, cosmologie, antropologie) si rispettino, non si disprezzino, non entrino in conflitti violenti, è necessario che si conoscano. Non solo, ma la reciproca conoscenza può portare a quella «fecondazione reciproca» (Raimon Panikkar), che sarebbe arricchimento ed evoluzione di ognuna di queste concezioni della vita e del mondo, con la correzione dei propri limiti e irrigidimenti. La mescolanza delle culture non le condanna allo scontro: può anche de-assolutizzare ogni cultura, rendendola più profonda, più vera e aperta.

Guardo ora le cose dal punto di vista occidentale-cristiano. La presenza più numerosa e vivace in Europa è l'islàm. Il rapporto col buddhismo e altre religioni “orientali” è interessante, ma differente. Quanti cristiani colti conoscono un po' direttamente il Corano e la cultura islamica? Anche gli anticomunisti, pur nella polemica, conoscevano un po' Marx, almeno lo studiavano a scuola. Così i cattolici conoscevano un po' la Riforma protestante. Erano conflitti duri, ma non tra sconosciuti. Ho l'impressione che per gli italiani, per il “cattolico medio”, l'islàm sia ancora oggi una realtà sconosciuta, quasi ristretta all'idea di “quelli dalle quattro mogli”, o poco più. Per non dire quanto le recenti impressioni crudeli del terrorismo islamista pesino sull'immagine dei musulmani che abitano come noi le nostre città, alla porta accanto. Naturalmente, anche i musulmani venuti in Europa hanno bisogno di conoscere meglio il cristianesimo.

Nell'insegnamento delle religioni a scuola sarà necessario lo studio serio delle religioni non cristiane, con la possibilità di accedere ad una seria sufficiente intelligente lettura dei testi sacri. Ma nell'impegno personale, quanti cristiani colti hanno mai letto direttamente il Corano, i mistici sufi, la letteratura islamica? E quanti hanno amici tra i musulmani? Questo mi sembra un primo passo per la pace nel pluralismo, nella coabitazione culturale, che è condizione di sopravvivenza degnamente umana nel terzo millennio. Lo vedevano chiaramente pensatori preveggenti coma Panikkar, Küng, Balducci, Bori, dai quali abbiamo ancora bisogno di imparare molto.

In successive brevi note intendo toccare con semplicità altri punti come la laicità nella “casa di tutti”; le politiche di concorrenza geopolitica e sulle fonti energetiche; le pesanti influenze della storia remota di scontri tra le civiltà, ma anche di scambi positivi; alcune maggiori differenze teologiche tra cristianesimo e islàm; la prospettiva culturale e spirituale della “pluralità delle vie”, con la rinuncia a pretese di superiorità; il diritto alla libertà di coscienza personale nell'orientamento religioso e morale, perciò nella fedeltà o nella conversione; il diritto alla pari dignità e ruoli sociali tra donne e uomini; i compiti della scuola e dell'educazione, nelle diverse società, in ordine alla pace tra le culture.

Enrico Peyretti

 

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